Tasse e mance portano il Governo verso un flop

Non manca molto alla presentazione della manovra e la ricetta che ha in mente il Governo non sembra poter segnare una vera svolta

Non è mai bello fare della facile ironia, ma come trattenersi quando si legge di tasse sulle merendine o sulle bibite gassate? È questa la svolta verde del governo giallo-rosso, è questa la politica fiscale con la quale Giuseppe Conte e Roberto Gualtieri vogliono segnare la loro discontinuità con il passato? È imporre magari una supertassa sul diesel agli agricoltori come paventa già Matteo Salvini, pronto a spingere i trattori sulle autostrade e a indossare il gilet giallo?

 

Certo, c’è la lotta alla evasione, al fantasma di quei cento e più miliardi di euro che circolano nell’economia reale e sfuggono al fisco. Ma l’abbiamo già sentita almeno da cinquant’anni, forse di più, certo da quando è stato introdotto il prelievo alla fonte che fa pagare solo una categoria, anche se la più diffusa, cioè i lavoratori dipendenti, e consente di sfuggire a chi incassa redditi meno certi come quelli sul capitale e sul lavoro indipendente.

Entro venerdì il ministro dell’Economia Gualtieri deve presentare l’aggiornamento al Documento di economia e finanza con le cifre chiave (crescita, conti pubblici, occupazione), ma sembra che il Governo voglia seguire le stesse fallimentari orme dei suoi predecessori. Soprattutto non emerge la volontà di impostare la prossima Legge di bilancio con pochi, pochissimi obiettivi strategici che ruotano attorno a una scelta fondamentale: ridurre la pressione fiscale, l’unica scelta che può dare più soldi a imprese e famiglie, risvegliare gli “spiriti animali” dell’economia, affrontare in modo serio e strategico il negoziato con l’Unione europea.

Torneremo sulle macro cifre quando saranno rese note. Per ora si capisce che per mantenere l’obiettivo di disavanzo pari al 2% del prodotto lordo, così come già delineato da Giovanni Tria, bisogna recuperare lo 0,9% pari a 16 miliardi di euro. Poi occorre trovare almeno altri dieci miliardi per far fronte a tutte le promesse già in campo: taglio al cuneo fiscale, sussidi a famiglie e imprese, nuovo risorse per il welfare state e la pubblica istruzione (scusate se è poco). In questo modo, la pressione fiscale, ben che vada, resta invariata al 43% del reddito, e non si introduce nessun incentivo alla crescita, nulla che cambi in meglio le aspettative degli operatori economici e dei cittadini in genere. Non solo, così si dà l’immagine di un déjà vu.

Negli ultimi cinque anni la politica di bilancio ha distribuito in bonus, mance varie e misure assistenziali ben 90 miliardi di euro, secondo i calcoli di Carlo Cottarelli, pubblicati sulla Stampa di ieri. Una bella cifra che non è riuscita a cambiare nulla. La lista dei provvedimenti è davvero impressionante: buono scuola, assunzioni degli statali, bonus cultura, spese per la famiglia, via l’Imu sulla prima casa, riduzione Ires, detassazione dei premi produttività, esclusione dall’Irap del costo del lavoro, bonus degli 80 euro, flat tax per le piccole partite Iva, senza contare il reddito di cittadinanza e le pensioni anticipate a quota 100. Insomma, dare un po’ qui un po’ là non è riuscito né a rilanciare l’economia, né a cambiare gli umori degli italiani.

Anche nei confronti dell’Unione europea i primi abboccamenti sono all’insegna del passato. Si discute di flessibilità (ancora), ma il negoziato ruota come sempre attorno a pochi decimali di punto. L’Ue raccomanda una riduzione del deficit strutturale (cioè al netto degli interventi anti-crisi) dello 0,6%, ma potrebbe accontentarsi di una percentuale ben più modesta. In ogni caso, a disposizione di Gualtieri ci sarebbe una manciata di miliardi che non bastano a finanziare tutti gli incentivi e i sostegni dei quali si è parlato.

Il Governo dovrebbe cambiare passo, mettere insieme le risorse disponibili e trovare le altre che servono, per concentrarle su una scelta chiave: la riforma organica del fisco che riduca la pressione media sui redditi, cominciando dal costo del lavoro, proiettando la misura di qui a fine legislatura. Bisogna partire da qui e non dal deficit, ribaltando la logica seguita in questi anni, non per sfondare i parametri di Maastricht, come voleva Matteo Salvini, ma per ottenere dall’Ue il sostegno a una misura davvero strategica, chiesta anche dal governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco nelle considerazioni finali all’assemblea della banca centrale, lette il 31 maggio scorso.

Del resto, quando Mario Draghi invita i governi a prendere in mano la lotta alla recessione, manovrando la politica fiscale e non lasciando più sola la Bce, si rivolge ovviamente ai paesi, come la Germania, che possono spendere, ma chiede a tutti riforme strutturali, ciascuno secondo le proprie priorità, e oggi in Italia la riforma fiscale è davvero strutturale se impostata come vuole Visco e non come voleva fare Salvini.

Il tema si presta anche a considerazioni politiche che in questa sede possiamo solo accennare. In Italia la sinistra, più o meno moderata, è convinta che ridurre le tasse sia compito della destra mentre il suo è aumentarle per garantire i servizi sociali e mettere sotto controllo il bilancio pubblico. È un’impostazione che non sta in piedi. Storicamente la destra ha sempre cercato di far pagare meno i ricchi e la sinistra il contrario; ma che cosa c’è di progressista nell’imporre su chi lavora un peso fiscale insopportabile? Nanni Moretti una volta apostrofò Massimo D’Alema chiedendogli: “Dì qualcosa di sinistra”. Forse non sappiamo più bene che cosa lo sia, ma non c’è dubbio che aumentare le tasse non lo è e non lo sarà mai.