Svolta alla Corte suprema: Barrett giudice. Trump vince e punta ai voti conservatori

La nomina cambierà gli equilibri del massimo tribunale per anni e assicura al presidente il sostegno di una fetta decisiva di elettorato

Amy Coney Barrett è la nona giudice della Corte suprema, la donna più giovane ha prestato giuramento davanti all’unico membro afroamericano del tribunale costituzionale, Clarence Thomas. La 48enne designata da Donald Trump, cattolica ultra-conservatrice, occuperà il seggio che era stato fino al mese scorso quello di una femminista progressista, Ruth Bader Singer. In una corsa contro il tempo la maggioranza repubblicana del Senato ha confermato la scelta del presidente, a una settimana esatta dal voto: 52 senatori contro 48… Anche se Trump dovesse perdere la sfida della rielezione, la Corte suprema “blindata” da una maggioranza conservatrice sei a tre resterà come una sua vittoria importante, destinata a lasciare un segno negli equilibri politici, istituzionali, giudiziari.

Se Trump dovesse diventare un presidente di un solo mandato – come indicano i sondaggi – uno dei suoi lasciti più importanti sarà proprio questo. Con la nomina della Barrett salgono a tre i giudici del massimo tribunale degli Stati Uniti ad essere stati scelti da Trump. Dato che si tratta di incarichi a vita, l’impronta conservatrice potrà avere conseguenze durevoli e profonde.

Fino alla morte della giudice Ginsburg, i rapporti di forze erano cinque a quattro in favore dei repubblicani, ma la situazione era abbastanza equilibrata perché il presidente del tribunale, il chief justice John Roberts, talvolta si stacca dagli altri giudici di nomina repubblicana e vota con la minoranza democratica, fungendo così da ago della bilancia. Da oggi questo non basta più.
L’agenda della Corte suprema è già ricca di appuntamenti in cui le sue decisioni potrebbero segnare altrettante svolte. A brevissimo termine dovrà pronunciarsi su “Obamacare”, cioè la riforma sanitaria approvata sotto l’ultimo presidente democratico. Altre sentenze che potrebbero lasciare il segno riguarderanno le politiche sull’immigrazione, il diritto all’aborto, i poteri d’intervento dello Stato nell’economia. Ma prima ancora, nel caso di un’elezione contestata, i ricorsi sul voto potrebbero risalire fino alla Corte suprema, facendone in ultima istanza l’arbitro della corsa alla Casa Bianca.

Sono tutti temi che giustificano lo scontro rovente che ha preceduto la conferma della giudice Barrett. La polemica è stata procedurale e di principio, non sulla competenza della candidata di Trump. I democratici hanno contestato il fatto che il Senato procedesse in gran fretta a confermare una nomina a pochi giorni da un’elezione in cui la maggioranza degli americani potrebbero decidere di cambiare il presidente e anche gli equilibri del Congresso. I democratici hanno ricordato il precedente sotto Barack Obama, quando si liberò un posto alla Corte per la morte di Antonin Scalia, ma i repubblicani si rifiutarono di esaminare il suo candidato perché mancavano nove mesi al voto. La destra ha risposto con la logica dei numeri: chi ha i voti comanda. I repubblicani avevano la maggioranza al Senato nell’ultimo mandato di Obama e ce l’hanno ancora oggi; più della coerenza per loro conta la fedeltà ai propri elettori, e tutto lascia credere che la base del partito repubblicano sia felice di aver incassato una nomina come questa.

La Barrett ha fatto del suo meglio per non eccitare le polemiche. Cattolica ultra-conservatrice, vicina al movimento dei carismatici, durante le audizioni al Senato ha mantenuto un riserbo totale sull’influenza che le sue convinzioni ideologiche potranno avere nelle sue decisioni alla Corte. Ha proiettato un’immagine di serietà e professionalità, oltre che di prudenza tattica. La prospettiva di una Corte così spostata a destra ha alimentato in campo democratico ogni sorta di progetti di rivincita. In particolare alcuni esponenti della sinistra radicale hanno riesumato una vecchia idea di Franklin Roosevelt: quando una Corte a maggioranza repubblicana gli bocciò le riforme del New Deal, lui propose di aumentare il numero dei giudici. “Pack the court”, imbottire il tribunale di nuove nomine, fu un progetto abortito perché il Congresso non diede il suo via libera a Roosevelt. Però da quel momento la Corte smise di boicottare il New Deal