Sul Covid non esiste il Rischiatutto

Il bias di osservazione: ciò che è pericoloso per me non è detto lo sia per gli altri. Il virus, in realtà, continua a circolare comunque e gli insegnanti, o i guidatori di autobus, si ammaleranno comunque, perché alla fine tutti gli altri luoghi di assembramento lavorativo finiranno con il portare, tramite il lavoro dei conviventi, il virus nella propria abitazione. 

Supponiamo di recarci ogni giorno a lavorare e di incontrare ogni giorno in un luogo chiuso per svariate ore le stesse 25-30 persone tutti i giorni.
Se dovessimo osservare dei casi di Covid-19 sul posto di lavoro, o se peggio ancora finissimo contagiati, penseremmo certamente che fra tutti i luoghi che frequentiamo quello è il più pericoloso; e lo penseremmo a buon diritto, perché probabilmente le altre occasioni di assembramento – ristoranti, banche, trasporti pubblici, supermercati e quant’altro – non raggiungerebbero nemmeno nel loro complesso lo stesso numero di ore al chiuso, a contatto con un numero elevato di persone come sul posto di lavoro. Bene: questo è esattamente quello che succede a chiunque abbia un lavoro come quello di  insegnante in una scuola. Dal punto di vista del rischio personale, il posto probabilmente più a rischio frequentato è proprio l’aula scolastica, per la continuità, lo spazio chiuso e il numero di persone incontrate per ore ogni giorno. Consideriamo ora però la stessa situazione da un punto di vista generale, cioè da quello della società nel suo insieme.
Chi lavora per ancora più ore in un ufficio a contatto con diverse decine di colleghi (nei cosiddetti open space); chi lavora in un’attività commerciale, a causa della quale viene a contatto con decine se non centinaia di persone eterogenee; chi conduce un autobus, e così via. Proviamo a fare un elenco mentale di tutte le persone che lavorano in luoghi chiusi per molte ore, nei quali sono a contatto con una moltitudine di altri individui anche più eterogenea di quella che si incontra a scuola. Per tutti questi, l’occasione di contagio è la stessa o anche superiore in probabilità a quella di un insegnante; e ognuno di loro penserà che il rispettivo posto di lavoro sia certamente il luogo più pericoloso frequentato ogni giorno. Finché ci si riferisce al proprio pericolo personale, la conclusione è corretta; ma quando si vuole trasformare il rischio personale in rischio assoluto per la collettività, si vuole sostenere cioè che le scuole, gli autobus o qualunque altro specifico luogo chiuso sia in assoluto il più pericoloso, si fa una generalizzazione impropria, restando vittime del proprio bias di osservazione. Si generalizza cioè il proprio personale rischio, assumendo che il massimo rischio personale sia in realtà il massimo rischio collettivo e si decide che è giusto chiudere un determinato luogo, dimenticandosi di tutti gli altri (che comportano magari per quel determinato individuo un rischio minore).
Il virus, in realtà, continua a circolare comunque e gli insegnanti, o i guidatori di autobus, si ammaleranno comunque, perché alla fine tutti gli altri luoghi di assembramento lavorativo finiranno con il portare, tramite il lavoro dei conviventi, il virus nella propria abitazione.

La differenza nella percezione del rischio, in realtà, è stata correlata principalmente a una variabile più importante, dallo studio che ho citato ieri su queste stesse pagine: la sicurezza economica. Dunque il guidatore di autobus, il cui benessere economico tende a dipendere almeno nel caso dei privati dal numero di viaggi che effettuerà – virus o non virus – minimizzerà il rischio e pretenderà di mantenere i viaggi e il turismo, mentre invece l’insegnante scolastico, che in nessun modo vedrà intaccata la propria busta paga, tenderà nella media a chiedere la chiusura delle scuole. Per questo è importante evitare di affidarsi alla propria percezione del rischio, alla casistica personale, agli aneddoti e cercare di considerare cosa dicono dati puliti e su larga scala; per la stessa ragione, è fondamentale che tali dati siano raccolti in maniera corretta dalle istituzioni, e in secondo luogo presentati con analisi trasparenti alla popolazione.

Sia per far comprendere il rischio reale a chi soggettivamente tenderebbe a minimizzarlo, sia al contrario per rassicurare finché possibile chi invece ha una percezione esagerata dello stesso rischio, l’unica strada è condividere analisi, ragionamenti, dati. Se invece si ricorre a chiacchiere vaghe, o a dati che chiaramente sono mal raccolti, mal strutturati e mal presentati, è ovvio che la percezione personale potenzialmente distorta e distorcente – rafforzata dall’identica percezione diffusa nella propria bolla sociale, che sarà ricca di individui nella nostra stessa situazione lavorativa e dunque con una affine percezione dei rischi – prenderà il sopravvento.