Sui numeri delle terapie intensive si gioca la sfida tra falchi e colombe

Occupato solo un letto su cinque. Ma Toscana, Campania, Piemonte e Lombardia sono vicine alla soglia del 30%. Arcuri pronto a inviare altri 1.789 ventilatori a chi è in emergenza. L’Iss: tra un mese 15 regioni a rischio crisi. Questa è, ad oggi, la fotografia. Può sicuramente peggiorare, soprattutto se la pandemia continuerà a diffondesi con ritmo esponenziale. "Esiste un'alta probabilità che 15 regioni superino le soglie critiche nel prossimo mese", avverte Silvio Brusaferro, presidente del Iss. "Nessun sistema sanitario al mondo riuscirebbe a reggere una curva così tumultuosa dei contagi - ha detto giovedì il commissario Arcuri - e non reggeremo nemmeno noi, dobbiamo raffreddare la curva".

Se epuriamo il dibattito politico dalle opposte ragioni dei falchi (“lockdown subito”) e delle colombe (“aspettiamo di capire come evolve la situazione”) e guardiamo i dati reali delle terapie intensive, si scopre che il sistema sanitario nazionale ha ancora un po’ di ossigeno. Che l’Italia, almeno per adesso, tiene. Calcolati sull’intero territorio nazionale, infatti, i malati Covid ricoverati in rianimazione (1.746) occupano il 20 per cento dei posti attualmente disponibili. Al di sotto, dunque, della soglia critica del 30 per cento, indicata dall’Istituto Superiore di Sanità come limite oltre il quale il sistema comincia a collassare, non essendo più in grado di garantire quel tipo di cura a tutti i pazienti (malati di Covid e non) che ne hanno bisogno. Persino la Lombardia, la regione più tartassata dal virus, ha ancora un discreto margine. Non solo. A spingere un po’ più avanti la soglia, ci sono quasi duemila ventilatori pronto uso che il Commissario all’emergenza Domenico Arcuri ha già acquistato. Sono in magazzino. Aspettano solo di essere distribuiti.

Le differenze con la prima ondata
Per addentrarsi nel cuore della questione bisogna superare anche l’impatto emotivo dell’ultimo bollettino, che certifica lo sfondamento di quota 30mila nella casella “nuovi positivi”. E’ una cifra record. La curva del contagio inquieta, anche perché continua a salire. La declinazione su cittadini e malati, però, è assai diversa rispetto a quella sperimentata nella drammatica primavera scorsa. Oggi solo lo 0,6 per cento degli attualmente positivi (325mila persone) è finito in terapia intensiva, mentre il 94 per cento è asintomatico e si trova in isolamento a casa, spesso senza alcuna assistenza da parte della medicina territoriale, smantellata nel corso degli anni. A marzo in rianimazione c’era il 6,7 per cento dei casi positivi. Oggi si fanno 215 mila tamponi al giorno, allora se ne facevano 28 mila.
Le carte in tavola, insomma, sono cambiate. Ma la pandemia è rimasta. Colpisce duro. Spaventa l’Europa. Ha indotto Francia e Germania a dichiarare il lockdown, seppur in una forma “calmierata” rispetto a quello di primavera.

I posti letto realmente disponibili
Le terapie intensive, dunque. Come detto, sono diventate ormai l’indicatore della tenuta del sistema ospedaliero. Quanti sono, realmente, i posti letto a disposizione? All’inizio dell’emergenza coronavirus le Regioni, complessivamente, ne contavano 5.179. La Struttura commissariale di Arcuri finora ha distribuito loro altri 3.369 ventilatori polmonari, che sono il macchinario base per la terapia intensiva. Aggiungendo i ventilatori acquistati direttamente dalle Asl, ad oggi ci sono 8.928 posti letto disponibili.
E’ una cifra che va spiegata: comprende sia quelli già attivati sia quelli attivabili a stretto giro, perché la nuova apparecchiatura è stata consegnata ed è a disposizione dell’ospedale. In questo iato, però, passa la differenza tra la teoria e la pratica. Non tutte le Asl, infatti, hanno sufficiente personale specializzato per aprire e gestire nuovi posti letto in rianimazione. Il ministero della Salute ha disposto circa 30mila nuove assunzioni tra medici e infermieri, ma chi poi deve maneggiare quei ventilatori polmonari e i pazienti con polmoniti acute ha bisogno di un periodo di formazione. A differenza dei ventilatori, i dottori non sono pronto uso.

La situazione regione per regione
Repubblica ha incrociato i dati forniti dal Commissario nella conferenza stampa di giovedì con quelli raccolti dalle Regioni. Li pubblichiamo nella tabella in questa pagina. La Toscana è quella che più di altre, inaspettatamente, si trova vicino alla soglia critica: il rapporto tra i posti letto disponibili (528) e quelli occupati da pazienti Covid (153) è del 29 per cento. Segue la Campania col 28 per cento, il Piemonte con il 26 per cento. La Lombardia, quanto a reparti di rianimazione, è la regione con la capacità maggiore in Italia (1.530 posti letto) e attualmente vi sono ricoverati 370 contagiati (il 24 per cento dei posti a disposizione). Le situazioni meno preoccupanti sono quelle del Veneto (livello di occupazione delle terapie intensive al 12 per cento), della Basilicata (11 per cento), della Provincia autonoma di Trento (9 per cento) e della Calabria (5 per cento).

Il serbatoio di riserva
Questa è, ad oggi, la fotografia. Può sicuramente peggiorare, soprattutto se la pandemia continuerà a diffondesi con ritmo esponenziale. “Esiste un’alta probabilità che 15 regioni superino le soglie critiche nel prossimo mese”, avverte Silvio Brusaferro, presidente del Iss. “Nessun sistema sanitario al mondo riuscirebbe a reggere una curva così tumultuosa dei contagi – ha detto giovedì il commissario Arcuri – e non reggeremo nemmeno noi, dobbiamo raffreddare la curva”. Però è ai dati sulle terapie intensive che si aggrappano le colombe del governo, il premier Conte in primis, per scongiurare l’ipotesi del lockdown totale e immediato, a dispetto dei rigoristi, guidati dal ministro della Salute Roberto Speranza, che spingono invece per la chiusura.
A favore delle colombe c’è un ultimo dato. La struttura commissariale ha comprato altri 1.789 ventilatori polmonari. Li consegnerà nelle prossime ore alle regioni vicine al limite di emergenza. Se attivati tutti, porterebbero il numero totale dei posti in terapia intensiva a 10.717, facendo calare il livello di occupazione al 16 per cento. Una percentuale di speranza, a cui si attacca il Paese per non chiudere di nuovo i battenti.