Sud Sudan. «Questa pistola non ti porterà da nessuna parte»

Ha liberato donne, bambini soldato, fatto deporre le armi ai guerriglieri e convinto il governo a rispettare gli accordi di pace. La battaglia per l’educazione di monsignor Eduardo Hiiboro Kussala

Violenza, bambini soldato, signori della guerra, carestia, sfollati: «Io non la chiamo guerra tribale o etnica, ma guerra di ignoranza. Queste persone per secoli non hanno mai avuto un paese tutto loro. Per organizzare una nazione occorre molto lavoro. Qui il ministro delle finanze o il ministro degli affari esteri erano una volta dei guerriglieri. E quasi il 95 per cento della popolazione non sa leggere né scrivere. Quando ci sono controversie e problemi si preoccupano solo della sicurezza all’interno della loro comunità, delle tribù di appartenenza». Eduardo Hiiboro Kussala è il vescovo cattolico di Tambura-Yambio, Sud Sudan, il paese più giovane del mondo (ha ottenuto l’indipendenza nel 2011) ma anche uno dei meno pacifici, lacerato fin dal 2013 dalla guerra civile.

 

«LA PISTOLA NON TI PORTERÀ DA NESSUNA PARTE»

Da quando, nel 2008, è stato nominato vescovo di una delle diocesi più povere e analfabete del paese, dove solo il 2 per cento della popolazione ha ricevuto un’istruzione elementare, quest’uomo che dirigeva la chiesa e si occupava dell’educazione di 42 mila rifugiati sudanesi nella vicina Repubblica Centrafricana, rappresenta il Vaticano nei negoziati di pace, presiede la Conferenza Episcopale rimasta unita dopo la separazione dal Sudan del Sud Sudan, ed è riuscito a tenere testa ai ribelli e al presidente Salva Kiir perché onorassero gli accordi in Equatoria occidentale, dilaniata dalle violenze. In una lunga intervista al Time che gli chiedeva come avesse fatto a convincere i guerriglieri a deporre le armi Kussala racconta:

«Non l’ho fatto da solo, ho invitato tutte le organizzazioni religiose, cristiane e musulmane, dicendo che se abbiamo fede dobbiamo lavorare per portare la pace. Più di tre volte sono stato costretto a inginocchiarmi sotto una pistola, ma continuavamo a dire a questi giovani ragazzi: “Guarda, il paese è tuo e il paese appartiene al tuo futuro. E questa pistola non può portarti da nessuna parte, cosa vuoi?”. Il presidente mi aveva detto: “Se riuscirai a convincere questi giovani a uscire dal bosco, collaborerò con te”. E lo ha fatto, e siamo stati in grado di portare 10.000 giovani fuori dalla boscaglia. E lo stesso abbiamo fatto con oltre 2.000 bambini soldato e liberato un paio di centinaia di donne che sono state costrette a stare con loro. Ciò ha effettivamente portato la pace nell’area».

 

«MANCA TUTTO, LO SPETTACOLO È TERRIBILE»

Kussala spiega che dopo i negoziati l’Usaid sta lavorando bene nello stato dell’Equatoria occidentale, «quest’area è diventata un esempio del fatto che la pace è duratura. Perché è di proprietà della gente, è di proprietà della comunità». Per questo esorta gli americani (che hanno speso circa 4 miliardi di dollari in assistenza umanitaria) a continuare a pregare e aiutare la popolazione a prendersi cura di «questo nuovo paese». Dove cinque milioni di persone vivono senza cibo né riparo e altri quattro milioni sono stati sfollati:

«Per me è difficile dormire. Lo spettacolo è terribile. Stiamo parlando di un popolo che non ha accesso ai bisogni più elementari. Bambini, donne, anziani. Siamo sopraffatti. I bisogni umanitari sono acuti e avremo sicuramente ancora bisogno di sostegno (…) e di un programma di sviluppo. I giovani si uniscono ai ribelli solo perché vogliono sbarcare il lunario. Non hanno un altro lavoro; dicono: “Mi unirò ai ribelli, i leader dicono che mi daranno cento dollari”».

 

380 MILA MORTI DAL 2013

Kussala aveva solo nove mesi quando durante un raid militare nel suo villaggio nel sud del Sudan, i soldati entrarono nella casa della sua famiglia e uccisero sua madre e sua sorella, lasciando il piccolo incolume. Cresciuto nei campi profughi con sua nonna (donna di fede semplice e allegra che gli ripeteva «ogni giorno, per favore, fai qualcosa di buono che possa far sorridere la gente. Se le persone sorridono, Dio sorride») ha vissuto in prima linea una delle peggiori crisi umanitarie del pianeta. Dalla firma degli accordi di pace nel 2018 ad oggi ci sono stati più di 100 morti accertati e 56 mila persone sono fuggite dai loro villaggi rifugiandosi altrove nel paese o in Uganda. Complessivamente, dati Cei, dal 2013 le stime parlano di almeno 380.000 vittime.

Tempi vi aveva già raccontato perché, nonostante Sudan e Sud Sudan abbiano disperatamente bisogno della pace e di una normalizzazione dei rapporti fra di loro, non è affatto detto che il risultato possa essere facilmente conseguito. Il processo di pace nel Sud Sudan è quasi fermo poiché prevede che i ribelli pro Machar depongano le armi e che solo una parte di loro venga assorbita nelle forze armate nazionali; la pace all’interno del Sudan è altrettanto problematica perché molti dubitano che i militari rinunceranno davvero al potere per consegnarlo ai civili. Tra i numerosi tentativi di conciliazione, non ultimo quello di papa Francesco che nell’aprile scorso compì il gesto senza precedenti di inginocchiarsi a baciare le scarpe dei contendenti per scongiurarli di riportare la pace nel paese, la Chiesa guidata da Kussala continua a fare la parte del leone.

 

LA CHIESA PARTE DALL’EDUCAZIONE

In primis ripartendo dall’educazione di giovani, donne, vedove, orfani, uomini cresciuti nell’odio e nella paura, «la Chiesa ha molto da fare nella sua missione per creare riconciliazione, perdono, fiducia». Ma anche per parlare ai potenti. Come spiegava Kussala alla Stampa dopo aver organizzato una visita nel campo profughi di Bid Bidi, estremo lembo nord-ovest dell’Uganda, il più grande insediamento al mondo (282.000 sfollati, in stragrande maggioranza sud sudanesi, sistemati in alloggi di fortuna in un’area di 230 chilometri quadrati):

«Nel campo si rimane per anni, la maggioranza dei profughi è lì dal 2014, qualche mese dopo lo scoppio della guerra civile. Non esiste alcuna possibilità di attività economica, commercio o lavoro, la gente, quindi, vive di aiuti, e conduce una vita di sussistenze precaria, che non lascia immaginare un futuro migliore (…) Ci siamo commossi al racconto di alcune donne che hanno perso tutto e non hanno notizie dei figli, i mariti. Di uomini che accudiscono i figli senza più sapere che fine abbiano fatto le loro mogli. (…) Io sono convinto che come Chiesa non dobbiamo mai smettere di parlare col governo e con l’opposizione. Dobbiamo essere presenti nel contesto politico e sollecitare tutti al rispetto dell’accordo: da quello dipendono tante cose, la vita dei profughi, gli sfollati, la sofferenza economica di un intero Paese. Qui la vita è molto dura e non possiamo farci sfuggire questa storica occasione».