Stop ai negoziati Il Sudan si ferma dopo il massacro dei ragazzini. Migliaia di studenti in marcia. Scuole chiuse

Migliaia di studenti per le strade del Sudan protestano per l’uccisione dei loro compagni. Sono ragazzi e ragazze con la cartella e la divisa stirata, l’unica cosa davvero in ordine nel secondo Paese più grande dell’Africa. Le divise sono le stesse che indossavano i quattro alunni di scuola media uccisi lunedì a Obeid, capoluogo del Nord Kordofan. Avevano dai 14 ai 16 anni. Marciavano pacificamente assieme a tanti altri, contro il «caro pane» e il «caro diesel». Li hanno uccisi a colpi di arma da fuoco uomini con un’altra divisa e il kalashnikov al posto della cartella, non molto più vecchi di loro, ragazzi dell’esercito e della Forza di Intervento Rapido che si sono fatti le ossa nel genocidio in Darfur, dove erano conosciuti come Janjaweed: provengono dalla scuola di violenza di Mohamed Dagolo, ex commerciante d’oro e di cammelli diventato il generale più potente del Sudan.

Il suo soprannome è Hemeti, vezzeggiativo che le mamme danno ai loro «piccoli Mohammed». Perché ha la faccia da ragazzo, il burattinaio della giunta militare che lo scorso aprile ha disarcionato Omar al Bashir, il presidente-dittatore che chiamava Himayti, «mio protettore», il generale faccia d’angelo che alla fine l’ha tradito. Il caso ha voluto che Bashir proprio ieri lasciasse la sua prigione dorata di Khartoum per seppellire la madre, mentre a centinaia di chilometri di distanza in Kordofan erano le madri a seppellire i figli, uccisi dalle forze di sicurezza durante la rivolta del pane.

Non è una novità: lo scorso dicembre la caduta di Bashir cominciò con le proteste per il prezzo del cibo. Le associazioni dei professionisti (medici, insegnanti, avvocati) presero la guida del movimento. Hemeti aveva mollato il vecchio dittatore, che in passato aveva promosso e ribattezzato gli ex Janjaweed a forza regolare dell’esercito, dando al loro capo analfabeta il rango di generale. È stata la Forza di Intervento rapido a massacrare la folla il 3 giugno nella capitale: almeno 125 civili uccisi e gettati nel Nilo.

L’ordine dall’alto era far sloggiare l’accampamento della società civile nato davanti al quartier generale dell’esercito. Ma il massacro non ha fermato la protesta pacifica dei sudanesi. Con la mediazione dell’Etiopia e l’ok dei padrini di Hemeti (Emirati, Arabia Saudita, Egitto) il dialogo tra giunta militare e società civile è ripreso fino alla definizione di un governo di coalizione che porti il Paese a nuove elezioni. Ma le tensioni restano sotto la polvere. L’inchiesta dei militari sull’eccidio del 3 giugno scagiona i capi e punta il dito su una manciata di miliziani. Da sabato scorso le proteste sono riprese. Lunedì il massacro degli studenti: le autorità denunciano la presenza di «infiltrati» tra i manifestanti, annunciando un’inchiesta rigorosamente non indipendente. Ieri tutte le lezioni in scuole e università sono state sospese.

L’opposizione «dei professionisti» ha sospeso il dialogo con i militari. Il nome Kordofan viene forse da una parola del popolo Nuba, kurta, che significa uomini. I ragazzini con la cartella e la divisa sepolti ieri a Obeid hanno onorato la loro terra. Meritano giustizia.