Sotto assedio

Prelievi di denaro ormai contingentati, aeroporto in tilt, code per il cibo: la capitale vive i giorni più drammatici «I talebani tra noi, nascosti tra gli sfollati»

«I talebani stanno entrando da Sud. Arrivano dalle province del Logar e Vardak, che sono tutte pashtun. Sono le stesse strade che presero nel settembre 1996. Sono qui a 10 chilometri dai quartieri meridionali», racconta Farid dal centro di Kabul. Lui è uno dei nostri collaboratori sin dal tempo del regime talebano, prima dell’attacco americano dell’autunno 2001. Non gli è difficile tracciare paralleli. E dunque segnala anche le differenze. «Oggi siamo convinti che comunque i talebani siano già a Kabul. Ne sono arrivati a migliaia, mischiati tra le ondate di oltre 400.000 profughi che hanno invaso la città in fuga dalle provincie già cadute nelle ultime settimane. Tanti da Kunduz, Bamyan, ma anche Herat, Kandahar, Lashkar Gah, Konar, Kapisa, Badakshan. Sono entrati facilmente ai posti di blocco di esercito e polizia alle porte della città, non fanno controlli particolari. E adesso sono pronti ad agire al primo ordine. Le armi leggere circolano con facilità. Le linee telefoniche funzionano regolari. Si mandano sms senza problemi», aggiunge. Luogo di raccolta delle punte avanzate delle loro colonne armate è la località di Char Asyab, un’area strategica, tutta pashtun, a un tiro di schioppo dalla capitale sulla strada per Logar, dove negli anni Novanta si combatterono sfide sanguinose tra le milizie mujaheddin. Si tratta di un territorio difficile, dove le montagne si addensano in gole strette, fatte apposta per le imboscate. Se conosci il territorio, con pochi uomini puoi tenere in scacco un battaglione. Di fronte si apre la spianata sassosa che conduce a Kabul.

In città l’allarme ormai è allo zenith. Se sino a quattro o cinque giorni fa soltanto la presenza dei profughi segnalava il pericolo incombente, adesso la situazione precipita. Anche Tolo Tv, l’emittente più popolare che in passato è stata più volte attaccata dai talebani con diversi morti tra i suoi giornalisti, racconta l’emergenza. Gli afghani corrono alle banche per prelevare i risparmi. «Presto le banche saranno svaligiate in serie. I bancomat sono già vuoti, non ne funziona più neppure uno in tutta la capitale», dicono gli intervistati alla televisione. Code lunghissime di gente in attesa per tre o quattro ore. Ma quando arrivano finalmente gli sportelli viene loro detto di passare domani. «Il contante è terminato», spiegano. Il dramma nel dramma. Presto le carte di credito saranno inutili. Rimanere senza contanti significa non poter più sfamare la famiglia, o comprarsi una via di fuga. E’ la classica sindrome della città sotto assedio, si fa incetta di cibo, bottiglie d’acqua, medicinali. Sta crollando il sistema Paese. Stessa scena ai due istituti di credito privati più importanti: Azizi Bank e Afghanistan International Bank.

Unica via di fuga

Tutti vogliono fuggire Ma serve mezza giornata per arrivare allo scalo aereo

Quando vennero aperte, attorno al 2006, la stampa internazionale le raccontò come lo specchio del successo del nuovo Afghanistan che usciva dal medioevo talebano ed entrava nella modernità interconnessa della grande finanza internazionale. Le impiegate al banco senza velo sul viso rappresentavano una rivoluzione. Adesso le donne in coda si sono rimesse il burqa, gli uomini si lasciano crescere la barba. Quattro giorni fa era ancora possibile prelevare 4.000 dollari in contanti, ieri solo 2.000. Oggi occorre attendere.

Strada spianata

Gli oppositori sono passati ai posti di blocco perché non ci sono controlli

Ma attendere cosa? La precarietà prende piede e il futuro appare nero. Le scuole a Kabul sono ancora funzionanti, diversamente da quelle nelle province già cadute sotto l’oscurantismo talebano. Elettricità e sistema idrico non sono interrotti. «Per ora. Non sappiano quanto durerà», dice Farid, che ricorda le code alle fontane pubbliche e i generatori agli angoli delle strade quando era giovane. L’aeroporto è cinto d’assedio da una folla immensa che cerca di fuggire. Serve mezza giornata per raggiungere il terminal. I controlli sono rigorosi nel timore di attentati. Ormai è l’unica via di fuga reale.

Ieri all’improvviso hanno sospeso anche i voli per Mazar-i-Sharif, una delle ultime città ad essere caduta. Ma dove sono registrati pesanti combattimenti che hanno costretto a chiudere la pista dell’aeroporto locale. Il costo dei biglietti lievita con il mercato nero. Ma le compagnie aeree internazionali ancora impongono il tampone anti-Covid. Così, se attendi troppo causa code e ritardi, perdi il volo.