SONDAGGI ITALIA/ Il covid non fa più paura, si teme per povertà (57%) e lavoro (31%)

I sondaggi indicano che gli italiani sono stanchi di questa crisi (57%) e temono di diventare più poveri. Ma hanno fiducia nel governo Draghi (58%) e nel Recovery fund

A 15 mesi dall’arrivo della pandemia, secondo i sondaggi che Italia abbiamo davanti oggi? Un paese stanco, dove covano tensioni sociali e rabbie più o meno latenti, ma che ha una grande voglia di ripartire. Un paese che non è statico, anzi si muove, si dà da fare, ma che costantemente poi ritorna indietro sui suoi passi, in quella che è stata definita, nell’ultimo rapporto Ipsos Flair, “una danza immobile di un paese al bivio”. “L’Italia di oggi – osserva infatti Enzo Risso, direttore scientifico di Ipsos – è al bivio tra una forte spinta al dinamismo e una altrettanto forte controspinta al ripiegamento, al protezionismo. Il Recovery può essere l’occasione per superare questa danza immobile, ma la vera scommessa si giocherà sulla capacità di spendere quelle risorse”.

La crisi economica, infatti, preoccupa molto più di quella sanitaria: gli italiani temono di perdere il posto di lavoro (il 31% immagina che sarà messo in cassa integrazione nei prossimi mesi), di diventare più poveri (nell’ultimo anno il ceto medio è calato dal 40% al 30%) e un terzo dei nostri connazionali prevede una riduzione del proprio reddito famigliare tra il 20% e il 50%. Ma la fiducia nel governo Draghi (58%) e nell’Europa (49%) sono molto alte.

Come gli italiani stanno vivendo questa pandemia, dopo oltre un anno dal suo insorgere? Prevale la paura, la rabbia o la voglia di riscatto, di ripartenza?

Nella società e nelle stesse persone convivono sensazioni dominanti contraddittorie, a cui dovremo sempre più abituarci. Il tratto di fondo è caratterizzato, da un lato, dalla sensazione di aver perso il controllo sulla propria vita, come ammette l’82% degli italiani; dall’altro, emergono forme di reazione legate alla volontà di superare la difficile situazione, in un prevalente sentimento di rabbia, che si accompagna a una marcata determinazione a lottare, a muoversi, a rischiare. Il 57% degli italiani è però stanco, frustrato da questa crisi. E ci sono sensazioni a cui è opportuno prestare la dovuta attenzione.

Per esempio?

Gli italiani si dividono in due campi di egual peso tra coloro, il 51%, che sono più aperti alle amicizie e quelli che invece, il 49%, sono più propensi a chiudersi.

È un dato sorprendente in un paese che fa delle relazioni umane un suo tratto caratteristico. Come se lo spiega?

È l’accrescersi della paura, della distanza. Tanto che il 48% si sente meno tollerante verso gli altri e i loro errori. Quindi, un anno di pandemia ci lascia in eredità un po’ più di rabbia e di chiusura, in un paese dove la tensione sociale cova sotto la cenere. In mezzo a tutto questo, poi, c’è l’esigenza del risparmio, dovuta al fatto che le persone avvertono la paura di perdere parte delle proprie risorse economiche e delle proprie certezze.

Fin dall’inizio del suo incarico Draghi ha puntato molto sulle parole futuro, rischio, scommessa. Fanno presa?

Partirei da una citazione di Marc Augé: futuro e avvenire sono due espressioni della solidarietà essenziale che unisce individuo e società. Oggi c’è la voglia di ripartire e di rischiare, ma fa a pugni con alcuni tratti frenanti che ci portiamo dietro dall’epoca pre-Covid, soprattutto per i giovani e per le donne: la precarizzazione, la burocrazia, la mancanza di una classe imprenditoriale aperta al nuovo.

Che cosa pensano gli italiani dei nostri imprenditori?

Per il 72% l’imprenditore medio italiano è poco attento alle esigenze dei dipendenti, poco innovatore e ha uno stile da comandante. Nell’opinione pubblica prevale l’idea che ci siano molti ostacoli a mettersi in proprio, che negli ultimi anni è diventato un surrogato del lavoro dipendente: basti pensare al fatto che molte partite Iva non sono diventate tali per scelta, ma per necessità.

Cosa c’entra Augé?

Oggi, se si vuol far ripartire il paese, la partita si gioca su tre grandi temi: innanzitutto, bisogna investire sulla nascita di nuove imprese, sostenendole, attraverso la sburocratizzazione, un miglior accesso al credito, un humus che renda più facile e possibile fare impresa. Mi piace ricordare che in epoca Barack Obama su 5 milioni di nuovi posti di lavoro creati, ben 4,5 erano arrivati dalla nascita di nuove imprese. E questo sta nel modello italiano: il secondo boom da metà degli anni 80 è legato proprio al fatto che tante persone hanno creato tante nuove piccole e medie imprese.

Le altre due grandi sfide?

In secondo luogo, bisogna investire sul lavoro femminile e sui giovani, condizione imprescindibile per centrare l’obiettivo del cambiamento. Infine, è necessario evitare che esploda la bomba sociale dei licenziamenti quando finirà il blocco.

Il sentiment davanti alla pandemia di cui abbiamo parlato all’inizio è uniforme in tutto il paese, oppure fra Nord. Centro e Sud ci sono differenze?

Stanchezza e frustrazione sono abbastanza omogenee su tutto il territorio nazionale e toccano il 74% degli italiani. Ma c’è una cosa da dire sui giovani.

Quale?

Se metto a confronto i ragazzi italiani con quelli spagnoli, francesi, tedeschi e inglesi su quanti sentono a rischio i propri progetti di vita a causa del Covid, i nostri arrivano al 62%, mentre i tedeschi sono al 42%, i francesi al 45%, gli inglesi al 53%, e solo gli spagnoli ci avvicinano con il loro 58%.

Intanto dal 26 aprile il paese sta cercando di ripartire. Secondo gli italiani, abbiamo riaperto troppo presto o troppo tardi?

Gli italiani sono spaccati a metà come una mela: 47% favorevoli a riaprire e 46% per mantenere le chiusure. I più aperturisti sono quelli in età attiva, anche se ci sono differenze in base alla professione: i lavoratori dipendenti sono più cauti degli autonomi, che invece spingono pesantemente per le riaperture.

Tradotto in numeri?

Gli artigiani e i commercianti favorevoli alle riaperture arrivano al 61%, gli operai al 55%, gli studenti al 50%, mentre i liberi professionisti sono al 54% per la chiusura e al 40% per l’apertura.

Coprifuoco alle 22, alle 23 o basta con il coprifuoco?

Il 39% vuole mantenere la regola attuale, il 30% vorrebbe mantenere aperto fino alle 23 e il 24% vorrebbe eliminare del tutto il coprifuoco. Insomma, più di un italiano su due, il 54%, è contro il coprifuoco alle 22.

E sull’attenzione alle misure di sicurezza?

Contro precauzioni e distanziamento si schiera il 32% degli italiani, mentre il 59% è favorevole al loro mantenimento. I più rispettosi sono gli abitanti del Nord-Est, dove il 68% è d’accordo su obbligo di mascherina e distanziamento, invece la quota maggiore di chi vorrebbe meno vincoli si registra nel Centro Italia: 54%.

Come valutano gli italiani la campagna vaccinale? Sono favorevoli a vaccinarsi o esiste una fetta importante di scettici e contrari?

Da metà marzo a metà aprile il giudizio sulla campagna vaccinale migliora in modo netto: i positivi balzano dal 20% al 30%. Nel contempo coloro che sicuramente non si faranno vaccinare stanno calando, dal 20% al 10% circa, ed è scesa la soglia degli incerti non negativisti, cioè quanti dicevano di non essere sicuri di volerlo fare prima di essere sicuri sull’efficacia dei sieri: erano a metà marzo il 28%, oggi sono al 19%.

Anche questo calo è sorprendente, se solo pensiamo che nel frattempo l’opinione pubblica è stata investita dall’eco degli episodi avversi legati, per esempio, ad AstraZeneca. C’è una ragione?

Da un lato, la campagna vaccinale sta andando avanti; dall’altro, nel passaparola delle esperienze vissute dalle persone sulla vaccinazione è emerso sostanzialmente un giudizio non negativo.

Oggi pesa di più la preoccupazione per la situazione sanitaria o per quella economica?

La recessione preoccupa il 61%, l’emergenza sanitaria il 39%.

Gli italiani temono più per le sorti personali o per le sorti del paese?

Per mesi abbiamo vissuto un effetto presbiopia.

In che senso?

Alla fine del 2020 il 40% delle persone affermava che il Covid era pericoloso per sé e quasi il doppio sosteneva che era pericoloso per il paese. Questa quota è sostanzialmente rimasta stabile, mentre oggi è aumentata fin quasi al 60% la fetta di chi dice che è il Covid è soprattutto un problema personale: man mano, cioè, che gli italiani sentivano sempre più persone vicine a loro colpite dalla malattia, ciò ha progressivamente fatto crescere la loro paura. Un effetto avvicinamento che dice quanto sia alto il numero di chi è venuto a contatto con il contagio.

E sul fronte economico?

La situazione è molto più delicata: solo il 5% degli italiani dichiara che il proprio reddito famigliare potrebbe aumentare quest’anno nonostante il Covid. Il 29% che rimarrà uguale, mentre il 23% che subirà una riduzione tra il 5% e il 20%, mentre il 34% ha paura che calerà tra il 20% e il 50%. In questa categoria figurano molti autonomi, giovani che hanno lavori precari e dipendenti in cassa integrazione.

La perdita del lavoro è tra le principali paure degli italiani?

Il numero di lavoratori dipendenti che immaginano di essere messi nei prossimi mesi in cassa integrazione è pari al 31%, di cui il 16% con “molte probabilità” e il 15% “con buone probabilità”.

Anche il rischio di povertà spaventa?

A preoccupare è lo smottamento del ceto medio, che va avanti sì dal 2004, ma nell’ultimo anno ha accelerato, dopo che la crisi economica precedente aveva già quasi dimezzato la quota. Prima del Covid un 40% di italiani si collocava nel ceto medio, oggi siamo intorno al 30%. Un quarto in meno è un calo pesante. E lì dentro ci sono molti imprenditori del commercio, del turismo, della ristorazione, dell’artigianato.

L’Italia è storicamente attraversata da tre grandi faglie: Nord-Sud, giovani-anziani, uomini-donne. Secondo lei, la pandemia ne ha aperta una quarta fra lavoratori garantiti e non garantiti?

La faglia di genere è aumentata, perché il 61% delle donne ha dovuto farsi più carico del peso della famiglia ed è sicuramente aumentata anche quella fra lavoratori garantiti e non garantiti. Chi aveva un lavoro dipendente ha potuto continuare in modalità smart working o ha potuto godere di ammortizzatori sociali, mentre i lavoratori precari no. Il divario Nord-Sud permane e la pandemia non l’ha accentuato.

Oggi quanta fiducia c’è nel governo Draghi?

È partito molto forte, con un gradimento al 68%, poi c’è stato uno sfarinamento, del tutto fisiologico, che lo ha fatto scendere al 54%. Adesso siamo al 58%, un livello molto alto.

Che qualità apprezzano di Draghi?

L’equilibrio e la competenza. Il governo Draghi è un governo di unità nazionale e questi esecutivi scontano un fatto: accontentano a metà gli elettori dei due schieramenti, perché sono presenti anche gli altri. Veniamo da 25 anni di battaglie bipolari e dopo 76 anni ci ritroviamo con un governo di unità nazionale.

Guardando alle due coalizioni, il governo Draghi raccoglie più fiducia tra gli elettori di centro-destra o di centro-sinistra?

Il dato medio ci dice che Draghi raccoglie i maggiori consensi, più o meno al 70%,tra gli elettori del Pd; tra gli elettori della Lega siamo al 67%, tra i Cinquestelle si scende al 58% e tra gli elettori di Forza Italia oscilla intorno al 65-66%. Ma la vera notizia è un’altra.

E sarebbe?

Tra gli elettori di Fratelli d’Italia la fiducia in Draghi è al 64%.

A dominare la scena in questi mesi è stato anche il dibattito sul Recovery plan. Gli italiani ritengono che sia uno strumento adeguato per cambiare il paese e che non sfruttarlo sia come perdere l’ultimo treno?

Sottolineerei un tema che prima o poi si porrà: la Ue ha investito 750 miliardi di euro, ma gli Stati Uniti più di tre volte tanto. Siamo sicuri che non sia possibile fare di più? Al momento gli italiani non sono consapevoli di questo, ma il Recovery plan per il 76% viene considerato uno strumento indispensabile per modernizzare il paese. Ma il 47% ha un dubbio: saremo in grado di spendere quelle risorse?

Quanta fiducia c’è oggi verso l’Europa?

È al 47% e se la guardiamo rispetto a un anno fa è cresciuta dal 29% del maggio 2020.

Guardando al futuro, che aspettative hanno oggi gli italiani?

Le priorità sono: dare più certezze ai lavoratori (36%), distribuire maggiormente la ricchezza (28%), aumentare il livello civico delle persone (27%), investire sull’ambiente (27%). Poi tra il 18% e il 20% figurano altri temi come chiudere le porte all’immigrazione e aiutare tutte le famiglie. L’incremento della produttività invece sta ancora più sotto.

(Marco Biscella)