Solo quei pochi giusti

Gli italiani che aiutarono gli ebrei ricordati nello Yad Vashem). Morto a Vienna il 20 settembre 2005, all’età di 96 anni, Wiesenthal aveva lottato contro l’indifferenza e lo scetticismo di quanti non hanno mai creduto fino in fondo agli orrori dei campi di sterminio. «È molto difficile fare in modo che il pubblico comprenda realmente i crimini di costoro», spiegava. «Ancora mi devo preoccupare di gente e gruppi che sostengono che l’Olocausto non è mai accaduto». Il centro Simon Wiesenthal, fondato nel 1977, conta oggi quattrocentomila soci a dimostrazione di una memoria collettiva che non vuole dimenticare e che nel Giardino dei giusti di Gerusalemme e nel mausoleo dello Yad Vashem trova il suo giusto alter ego in Moshe Bejski, cacciatore dei “giusti”.

«Nel giugno del 1942, a Leopoli, in circostanze insolite, una giovane ss che stava per morire mi confessò i suoi delitti. Voleva morire in pace, mi disse, dopo avere ottenuto il perdono da un ebreo. Ritenni di dover rifiutarglielo. Questa vicenda continua a tormentarmi. Così decisi di fissarla per iscritto, e alla fine del mio racconto rivolgo la domanda che ancor oggi merita una riposta, per il suo significato politico, filosofico e religioso: ho avuto ragione o torto negando il perdono?».

A rifiutare questa grazia al giovane nazista è Simon Wiesenthal, che dopo la guerra diventerà l’implacabile “cacciatore dei nazisti”, oltre che autore di diversi libri. Per tutta la vita quel rifiuto continuerà a turbarlo e il dubbio di aver commesso uno sbaglio verrà fissato in un libro, Il girasole, che ancora oggi rappresenta un tema di riflessione collettiva sul tema del perdono da parte di filosofi, storici e teologi.

Nato il 31 dicembre del 1908 a Bučač in Ucraina, Simon Wiesenthal fu uno dei pochi fortunati che sopravvisse alla terribile esperienza dei campi di concentramento. Dopo la sconfitta di Hitler non tornò alla sua professione di architetto, ma si dedicò anima e corpo alla caccia dei criminali nazisti sfuggiti alla legge. Grazie al suo lavoro ne sono stati assicurati alla giustizia più di mille (tra questi Adolf Eichmann, ideatore dello sterminio di massa) ed è stata confutata l’odiosa teoria di un olocausto inventato ad uso dei mass media (riuscì a scoprire l’ex nazista che aveva arrestato la famiglia di Anna Frank). Morto a Vienna il 20 settembre 2005, all’età di 96 anni, Wiesenthal aveva lottato contro l’indifferenza e lo scetticismo di quanti non hanno mai creduto fino in fondo agli orrori dei campi di sterminio. «È molto difficile fare in modo che il pubblico comprenda realmente i crimini di costoro», spiegava. «Ancora mi devo preoccupare di gente e gruppi che sostengono che l’Olocausto non è mai accaduto». Il centro Simon Wiesenthal, fondato nel 1977, conta oggi quattrocentomila soci a dimostrazione di una memoria collettiva che non vuole dimenticare e che nel Giardino dei giusti di Gerusalemme e nel mausoleo dello Yad Vashem trova il suo giusto alter ego in Moshe Bejski, cacciatore dei “giusti”.

Il cacciatore di “giusti”

Sopravvissuto alla deportazione grazie al coraggio di Schindler, Bejski fece della caccia ai coraggiosi salvatori degli ebrei la propria ragione di vita immortalando i loro nomi negli alberi del giardino. Una vera e propria foresta che oggi testimonia l’anima buona dell’umanità. «Forse solo chi è stato braccato come un animale e ha provato a scappare dal destino amaro che lo attendeva, trovando però le porte chiuse di fronte alla ricerca di un rifugio per la notte, è in grado di apprezzare pienamente quelle persone eccezionali che in virtù della loro umanità e ragionevolezza si sono comportate diversamente dalla maggior parte degli individui, che assistevano con indifferenza a ciò che stava accadendo e senza far nulla per aiutare».

Tra i 17.433 “giusti” presenti sulla collina di Gerusalemme, sono molti i nomi italiani, nomi in gran parte sconosciuti alla maggioranza dei connazionali. Se Schindler, Perlasca e Wallenberg hanno giustamente meritato gli onori della cronaca, tanti altri hanno fatto ingresso nello Yad Vashem in punta di piedi, mantenendo fede a quella discrezione che rende ancora più straordinario l’atto di coraggio. Sul “Muro dell’onore” 295 vite sconosciute raccontano la triste favola di chi poté strappare qualche vita alla bestialità umana.

Il questore

Giovanni Palatucci, nato a Montella (Avellino nel 1909) crebbe con gli insegnamenti morali degli zii Antonio e Alfonso, superiori provinciali dei francescani conventuali in Puglia e a Napoli, e Giuseppe Maria, vescovo di Campagna. Laureatosi in giurisprudenza, nel 1932 divenne vice commissario di pubblica sicurezza e nel 1937 venne trasferito alla questura di Fiume, ove negli anni successivi ebbe incarichi di commissario e di questore reggente e la responsabilità dell’ufficio stranieri. Sede di un’importante comunità ebraica, Fiume vide arrivare nel 1938, l’anno delle leggi razziali, il prefetto Temistocle Testa, un funzionario che dell’antisemitismo fece una bandiera.

Iscritto al Partito nazionale fascista, Palatucci era anche un cattolico di profonda fede e man mano che crebbe il pericolo per gli ebrei egli si rifiutò di farsi complice delle persecuzioni. Non volle allontanarsi da Fiume neanche quando il ministero dispose nell’aprile del 1939 il trasferimento a Caserta. Quando nel giugno del 1940 scoppiò la guerra e gli israeliti di Fiume e dintorni furono arrestati ed accompagnati in maggior parte al campo di concentramento di Campagna, Palatucci li raccomandò alla benevolenza di suo zio, il vescovo di Campagna, che da quel momento si saldò inscindibilmente con quella del nipote Giovanni: il giovane responsabile dell’ufficio stranieri infatti, quando la via dell’emigrazione non era possibile, inviava gli ebrei presso il campo di concentramento di Campagna affidandoli alla protezione dello zio vescovo. D’intesa con lui, mise in opera ogni stratagemma per avviare là i profughi minacciati da immediati pericoli. Per non avere ostacoli dal prefetto e dal questore, presentava loro la soluzione dell’internamento nell’Italia meridionale come rimedio per liberarsi della presenza dei profughi che costituiva una minaccia per la sicurezza pubblica. Con la creazione della Repubblica sociale ed il disfacimento dell’esercito italiano, Palatucci rimase solo in quella città a rappresentare la faccia di un’altra Italia che non voleva essere complice dell’Olocausto.

Nel novembre del 1943 il territorio di Fiume divenne una vera e propria regione militare e i nazisti potevano decidere vita e morte di chiunque. In una situazione disperata, Giovanni Palatucci decise di rimanere a Fiume e divenne capo di una questura fantasma, rifiutando di consegnare ai nazisti anche un solo ebreo, anzi continuando a salvarne molti rischiando la vita. Nominato, da uno Stato che non esiste più, questore reggente di Fiume, fece sparire gli schedari, diede soldi a quelli che avevano bisogno di nascondersi e procurò passaggi per Bari su navi di Paesi neutrali. Dopo aver beffato i nazisti un’ultima volta ed essere stato consigliato dai partigiani a lasciare Fiume, nel 1944 Palatucci venne arrestato dalla Gestapo e trasferito nel campo di sterminio di Dachau, dove morì a pochi giorni dalla Liberazione e a soli 36 anni, ucciso dalle sevizie, dalle privazioni e infine dalle raffiche di mitra.

Il medico

Meno sfortunata fu la vita di Carlo Angela che in un angolo di Canavese, alle porte di Torino, seppe opporsi alla barbarie con i mezzi non violenti della “resistenza civile”. Carlo Angela, padre del noto giornalista Rai, Piero, era il direttore sanitario della clinica psichiatrica privata Villa Turina di San Maurizio Canavese e divenne “giusto tra le nazioni” il 25 aprile 2002, dopo un oblio di 56 anni dovuto alla sua straordinaria discrezione e al suo assoluto riserbo, come se non avesse compiuto altro che il proprio dovere. Con l’aiuto di fidati collaboratori — Giuseppe Brun, suor Tecla, Fiore Destefanis e Carlo e Sante Simionato — sottrasse vite altrimenti destinate alla distruzione nei lager e la sua azione eroica fu meditata, coerente, continuativa. Del suo coraggio non parlò, né se ne fece vanto e non chiese mai nulla in cambio. Villa Turina divenne luogo di rifugio per ebrei e ricercati fatti passare per malati di mente e tanti anni dopo fu soprattutto per merito dei “salvati” che questa storia si fece faticosamente strada. Dalle pagine di Venti mesi, edito da Sellerio e scritto da un ebreo salvato, emerge «il ritratto di un uomo che brilla di luce propria ed è la figura del professor Angela, del medico che accoglie i Segre e tanti altri nella sua clinica e riesce per venti mesi a proteggerli».

Carlo Angela nacque a Olcenengo, (Vercelli) nel 1875 e si laureò in medicina nel 1899 a Torino. Maturò l’esperienza di medico nelle lontane foreste congolesi, alle dipendenze dell’esercito coloniale belga, e poi a Parigi, dove aderì prima a Democrazia sociale, sorta nel 1921 sulle ceneri del gruppo radicale, e poi al socialismo riformista. Dopo aver accusato pubblicamente il fascismo per il rapimento e l’uccisione di Matteotti, Carlo Angela finì quasi “confinato”, per oltre vent’anni dalle vicende politiche successive, a San Maurizio Canavese, presso la casa di cura per malattie nervose e mentali Ville Turina Amione in qualità di direttore sanitario. In quegli anni iniziò la sua battaglia solitaria con le prime finte certificazioni per evitare il confino ai dissidenti. Seppur anziano, con moglie e figli, è artefice di una tra le più alte, insolite, rischiose vicende di questa particolare forma di resistenza civile, condotta con dignità e coerenza di principi, senza mai giurare fedeltà alla Rsi. Nella clinica diede ospitalità ad antifascisti, a giovani renitenti alla leva nell’esercito di Salò, falsificò diagnosi e cartelle cliniche, trasformò ebrei in ariani, sani in malati di mente. Costretto dall’autorità, compilò elenchi di anziani ebrei degenti, aggravandone lo stato di salute.

Laici e preti

Odoardo Focherini, nato a Carpi e fervente cattolico, si formò nell’Azione cattolica italiana, e si dedicò giovanissimo, al lavoro, alla carità e all’apostolato. Ottenuto il diploma di ragioniere, fu assunto dalla Cattolica assicurazioni. Nel 1926 fondò lo scoutismo a Carpi e ne fu capo a livello diocesano. Padre di sette figli, nel periodo della seconda guerra mondiale fu amministratore del quotidiano «L’Avvenire d’Italia», che per le sue idee fu soffocato dal regime, e procurò documenti falsi, soldi, collegamenti utili all’espatrio verso la Svizzera ad almeno un centinaio di uomini e donne ebree. Continuò questa opera anche sotto l’occupazione tedesca e fu arrestato nel marzo 1944 a Bologna. Internato prima nel campo di Fossoli, fu trasferito poi in quello di Bolzano-Griese e infine nel lager di Flossenbürg, dove dove morì il 27 dicembre del 1944. La Chiesa cattolica ha avviato per lui il processo di beatificazione, rendendo merito a un’opera coraggiosa che molti uomini di fede misero in atto durante le deportazioni ebree. Tra le tante storie, vanno ricordate quelle di don Ferdinando Pasin, parroco veneto di San Martino, al quale l’Italia non ha dedicato né un monumento né una via e cui devono la vita duecentotrentaquattro ebrei. O quella di don Francesco Repetto, segretario del cardinale di Genova, Pietro Boetto, che nascose e difese, alloggiandoli presso conventi e privati, sia gli ebrei genovesi che quelli profughi giunti in città dagli altri Paesi d’Europa, fino a fornire loro documenti falsi e ad organizzare la fuga verso la Svizzera. Ricercato dai tedeschi, dovette trascorrere l’ultimo periodo della guerra da clandestino, sotto falso nome.

Pierre-Marie Benoît, noto col nome di padre Maria Benedetto, nascose nel suo convento di frati cappuccini a Roma, 2.500 ebrei italiani e 1.500 profughi provenienti da Francia, Jugoslavia e da altri Paesi. Il gruppo di padre Benedetto nascondeva i profughi essenzialmente in appartamenti e pensioni o in istituti religiosi, mentre un centinaio di conventi e 55 monasteri diedero rifugio ad altri 4.447 ebrei.

Don Enzo Baldoni diede rifugio a numerosi ebrei giunti nel piccolo comune di Quara, e salvò più volte con le sue parole la popolazione dai rastrellamenti tedeschi. Aiutò indiscriminatamente i partigiani, gli ex prigionieri alleati, e chiunque bussasse alla sua porta. Grazie alle sue doti logistiche riuscì a far sopravvivere tutto il paese per quindici giorni in mezzo ai boschi.

Don Dante Sala si distinse invece a San Martino Spino, in collaborazione con Odoardo Focherini, nell’opera di salvezza di 105 ebrei facendoli espatriare in Svizzera dopo averli accompagnati personalmente al confine e aiutato dai contrabbandieri. Padre Giuseppe Girotti, ordinato sacerdote a Chieri, si specializzò presso la celebre École Biblique di Gerusalemme e si dedicò all’insegnamento della Sacra Scrittura nel seminario teologico domenicano di Torino (Santa Maria delle rose). Stimato per la vasta cultura, amava esercitare il ministero sacerdotale anche tra la gente povera e umile, specialmente nell’Ospizio dei “poveri vecchi”, e non esitò a soccorrere particolarmente gli ebrei perseguitati. Arrestato passò attraverso le carceri Le Nuove a Torino, di San Vittore a Milano, e di Bolzano, per arrivare infine a Dachau dove morì nel giorno di Pasqua, il 1° aprile del 1945.

Nato nel 1914 da una povera famiglia di contadini, Aldo Brunacci aveva studiato a Roma, nell’ambiente delle organizzazioni giovanili cattoliche e imparò a pensare con la propria testa, senza subire la propaganda del fascismo. Dopo l’armistizio nel settembre 1943, Assisi si riempì di ebrei in fuga e i frati e il vescovo della città, monsignor Giuseppe Placido Nicolini, travestirono più di trecento ebrei da frati e da suore, nascondendoli nei sotterranei e nelle cantine. Padre Brunacci, come collaboratore principale del vescovo, si trovò a gestire questa massa di gente, a nutrirla, proteggerla, procurare documenti falsi, affrontare i nazisti e i fascisti, spostare quelli più a rischio, curare gli ammalati, occuparsi dei non pochi bambini. Il sacerdote fu arrestato dalle autorità fasciste, ma grazie all’intervento del Vaticano poté essere rilasciato dopo un periodo di detenzione.

E tra i giusti vi furono anche tanti pastori di fede protestante. Uno su tutti, Daniele Cupertino, pastore avventista, che insieme alla moglie Teresa Morelli ospitò gli ebrei perseguitati dai fascisti nella sua casa di Roma, dal 1941 al 1945, e per questo venne insignito dalla massima onorificenza dello Stato d’Israele. Tra il 1943 e il 1945, secondo le stime dei ricercatori, gli ebrei perseguitati che non vennero deportati o uccisi in Italia furono circa 35.000. Circa cinquecento di essi riuscirono a rifugiarsi nell’Italia meridionale, 5.500-6.000 riuscirono a rifugiarsi in Svizzera e gli altri 29.000 vissero in clandestinità nelle campagne e nelle città, grazie all’aiuto di tanti italiani che opposero una “resistenza non armata” alla barbarie tedesca e fascista.