Silvia Romano, “La sua conversione all’Islam non è stata una scelta libera”

La lettera di Maryam Ismail, antropologa della comunità somala di Milano: vorrei incontrarla per farle conoscere la nostra cultura millenaria e pacifica

«La sua non è una scelta di libertà, non può esserlo stato in quella situazione. Scegliere una fede è un percorso intimo e bello, con una sua sacralità intangibile, che nulla ha a che vedere con la situazione drammatica e dolorosa in cui questa ragazza si è trovata”. È il punto di vista di Maryan Ismail, antropologa della comunità somala di Milano, che ha scritto una lettera via Facebook a Silvia Romano.

Questa «conversione» non sarebbe stata frutto di una scelta libera, secondo lei?
“Si riesce soltanto a immaginare lo spavento, la paura , l’impotenza, la fragilità e il terrore in cui ci si viene a trovare? Certamente no, ma bastava leggere i racconti delle sorelle yazide, curde, afgane, somale, irachene, libiche , yemenite per capire il dolore in cui si sprofonda. Comprendo tutto di Silvia. Al suo posto mi sarei convertita a qualsiasi cosa pur di resistere, per non morire. Mi sarei immediatamente adeguata a qualsiasi cosa mi avessero proposto, pur di sopravvivere. In quelle condizioni non si può parlare di conversione cercata e scelta. E poi c’è da considerare anche altro”.

Cioè?
“Attraversare la savana dal Kenya e fin quasi alle porte di Mogadiscio in quelle condizioni non è un safari da Club Mediterranee: è un incubo infernale, che lascia disturbi post traumatici non indifferenti”.

Si è detto che Silvia indossa un abito tipico delle donne somale di fede islamica, è vero?
“No: non ha nulla di somalo, ma è una divisa islamista che ci hanno fatto ingoiare a forza. Noi abbiamo degli splendidi abiti tradizionali, colorati, bellissimi, non quell’abito verde. Soprattutto, insisto nel dire che Silvia non ha mai conosciuto la vera comunità somala. In mano ai suoi rapitori poteva soltanto muoversi con loro”.

Cos’ha visto?
“Non ha visto il nostro Islam bellissimo, ha conosciuto l’Islam pseudo religioso che viene utilizzato per tagliarci la testa, quello dell’attentato di Mogadiscio che ha provocato 600 morti innocenti, che ha causato a Garissa 148 morti di giovani studenti kenioti solo perché cristiani. Questo è nazifascismo, è bestemmia verso Allah e tutte le vittime. Quando si parla del jihadismo islamista somalo, mi si riaprono ferite profonde che da sempre cerco di rendere una cicatrice positiva: ho perso mio fratello in un attentato, so quanto è stata crudele e disumana la sua agonia durata ore in mano agli Al-Shabaab. Questo mi rende ancora furiosa, ma allo stesso tempo calma e decisa nell’esporre le mie ragioni”.

Vorrebbe incontrare Silvia?
“Mi piacerebbe, se vorrà. Mi piacerebbe raccontarle la cultura della mia Somalia, matriarcale, di tradizioni femminili millenarie fatte di colori, profumi, suoni, canti, cibo, fogge, monili e abiti. Le racconterei di come siamo stati, prima della devastazione che abbiamo subito, musulmani sufi ( la corrente più spirituale dell’Islam, ndr ) e pacifici, mostrandole il Corano di mio padre scritto in arabo e tradotto in somalo. Poi, se vorrà, potrà scegliere. Ma per davvero”.