Siamo tutti lombardi

Mai come adesso occorre che l’Italia sia unita. Ogni narrazione che parte dai localismi va abbandonata. Serve piuttosto un nuovo patto Nord-Sud

Fontana

La fase macroeconomica dei prossimi mesi è disegnata a tinte fosche dai principiali istituti di ricerca e molto del tono di colore che prenderà dipenderà dal Governo. Molto, ma non tutto. Prima di attendere i provvedimenti che l’Europa ed il Governo metteranno in campo e valutarli è necessario guardare dentro alle contraddizioni reali e fittizie che questa crisi ha evidenziato. Guardarle in faccia per poterle superare.

 

In queste settimane una parte minoritaria ha iniziato una narrazione del sentimento del Paese partendo dai localismi. Si è invocata una inesistente fronda antilombarda, come se un pezzo del Paese, non si comprende con quale intento, avesse qualcosa contro la parte più martoriata. Addirittura si è invocato un sentimento di rivalsa, una sorta di soddisfazione, avversa a chi produce. A sostegno della tesi non vi è nulla. Non un esponente politico, non una manifestazione e tantomeno una traccia nell’azione di governo.

 

 

Anzi, tutto il Paese è consapevole dell’importanza di supportare in ogni forma la parte più produttiva ed avanzata del Paese, quella che ha accolto ed è composta da centinaia di migliaia di cittadini italiani che lì, pur non essendoci nati, hanno costruito le loro famiglie ed il loro lavoro. Anzi, la Lombardia è il più italiano dei territori perché lì si incrociano le vite di chi proviene da luoghi diversi e lì si crea la magia del Made in Italy che dalla moda alla finanza, dal food alla meccanica di precisone ha costruito un modello di successo.

Quel che invece sembra evidente è che lo smarrimento che ha colto parte del tessuto sociale e culturale della Lombardia assomiglia alla travagliata peripezia del Mezzogiorno nel trovare una sua identità nuova. La pandemia ha costretto i modelli di sviluppo a confrontarsi con le proprie fragilità e la reazione disperata, quanto impreparata, è stata il rifugiarsi nello smart working, un obbligo e non una scelta, che non ha ancora insegnato nulla.

 

Parafrasando i commenti di alcuni imprenditori lombardi, abbiamo imparato a configurare da soli una vpn, a comprare qualche stampante casalinga, ma non abbiamo ancora imparato a distinguere chi ha dato un contributo vero anche nel periodo di chiusura e chi invece non è stato in grado o non ha voluto.

Anche la mobilità intelligente e il progetto di comunità che si vorrebbero oramai acquisti da tutti nella fase post pandemia sono in realtà molto di là da venire. Non c’è una visione chiara del progetto di società che vogliamo, al Nord come al Sud, e pensare di utilizzare il lockdown come modello è del tutto inutile. La situazione eccezionale non può divenire una normalità forzata se non si creano le infrastrutture per rendere efficace ed effettivo il nuovo modello che si vorrebbe realizzare, a patto di averlo. Non vi è una reale contrapposizione, ma un reale smarrimento.

 

Quel che è vero è che le cose non torneranno da sole come prima. Anche nelle proiezioni più ottimistiche, il recupero di produttività non arriverà che nel quarto quadrimestre del 2021 e molti settori faticheranno a riprendere i ritmi ante Covid con velocità. E questo, invece, esige uno sforzo di invenzione e riflessione per far ripartire il futuro della Lombardia come del Mezzogiorno. Le esigenze possono apparire diverse ma in realtà rispondo entrambe ad un bisogno identico. Superare la crisi e riattivare le energie positive.

 

E questo trasversalismo delle esigenze può invece creare una alleanza inedita e rendere più efficaci le politiche che ci si appresta ad attuare. Non solo si dovrà sburocratizzare, defiscalizzare e velocizzare la spesa pubblica, ma si dovrà iniettare una nuova cultura del lavoro nelle aziende e nella pubblica amministrazione per poter effettivamente ottenere un cambiamento. Si dovrà immaginare Milano come capitale dell’Euorpa che verrà ed il Mezzogiorno come fulcro del Mediterraneo, il tutto in unoi scambio virtuoso di competenze ed iniziative di modo da produrre un effetto moltiplicativo. E lo si potrà fare partendo dalle esigenze immediate rendendo più efficiente la sanità pubblica in tutto il Paese e più moderne le infrastrutture materiali ed immateriali, seguendo le vocazioni dei territori e dando a ciascuno lo spazio per emergere.

 

Un’alleanza trasversale che può mettere nell’angolo i sentimenti di rivalsa, ricordandoci che tutti noi italiani siamo all’indice dei Paesi cosiddetti frugali del Nord Europa che ci immaginano, da Bressanone e Catania, ciondolare contenti durante la crisi; e che anche noi soffriamo a volte di sentimenti anti-tedeschi che nascono nel pregiudizio e non nei fatti. Certo, la riflessione e la ricerca del compromesso e del bene comune sono un strada faticosa ed è certo più affascinante seguire l’orma dei primi futuristi del 900 che inneggiavano alla guerra come atto di coraggio e di purificazione e che da minoranza fomentarono le masse a prendere i moschetti, salvo poi rinnegarsi quando si contarono i morti che quelle intemerate, piene di pregiudizio per la pace, avevano prodotto.

 

Perciò oggi non è tempo di borbonismo alla rovescia con cui esercitare il sofismo dell’invettiva, è il tempo della riflessione e delle idee comuni per la Lombardia e per il Mezzogiorno. Servirebbe la saggezza di un Menenio Agrippa alla rovescia che stavolta intervenga, prima della sedizione, a spiegare che il corpo di un uomo è composto da tante parti, ognuna essenziale. Come è essenziale l’Italia per l’Europa così lo sono gli italiani tutti per il Paese. Metterli contro è giocare allo sfascio. E di sfascisti non c’è bisogno.