Sia i rigoristi che i lassisti si illudono di poter controllare il virus

Entrambe le prospettive sono parziali. Nessuno ha colto la natura di avvenimento della pandemia

Cominciando a fare un bilancio degli effetti che il Covid 19 ha avuto sulla nostra cultura, la prima cosa che balza agli occhi è che la natura di avvenimento della pandemia non è stata colta, non ha fatto breccia. Ovvero: è stata eventualmente colta al livello delle singole esistenze, ma non nel confronto politico democratico che è la premessa (sì, non mettetevi subito a ridere: che dovrebbe essere la premessa) alle decisioni di sanità pubblica. E questo è vero su entrambi i lati della barricata che divide – perdonate l’approssimazione delle definizioni – i lassisti dai rigoristi.

I primi hanno sventolato spesso le statistiche della mortalità mondiale per criticare i provvedimenti draconiani che quasi ovunque le autorità hanno preso allo scopo di frenare la diffusione dell’infezione: che cosa sono 400 mila morti di Covid in sei mesi nel mondo a fronte di 18 milioni di morti per malattie cardio-circolatorie in un anno? Di 10 milioni di morti all’ anno di cancro? Di 9 milioni di morti per fame o per patologie conseguenza della fame? Perché – hanno protestato i lassisti – non si applicano restrizioni altrettanto severe alla vita sociale per prevenire queste morti? Dall’altra parte i rigoristi ci hanno inondato sin dal primo giorno di cifre, statistiche, proiezioni, curve di andamento esponenziale, scenari terrificanti per convincerci che l’unica assicurazione per il presente e per il futuro erano quarantena e distanziamento sociale, possibilmente fino al giorno della produzione di un vaccino sicuro. Il costo economico, psicologico e di indebolimento della coesione sociale sarebbe stato alto, ma senza alternative.

Le due posizioni hanno in comune la stessa miopia: non riescono a concepire il virus come avvenimento, dotato di tutte le imprevedibilità e inafferrabilità dell’avvenimento. Non ha nessun senso paragonare i morti per cancro o per malattie cardiocircolatorie a quelli per Covid, perché cancro e patologie cardiache sono realtà endemiche, sono già lì da tanto tempo, invece il coronavirus è un fatto nuovo che entra in scena; il cancro o la malaria non sono contagiosi e da molti anni si producono trattamenti per combatterli o per prevenirli, il Covid è contagioso e quando si è presentato non si sapeva come trattarlo. Per forza bisognava escogitare modi perché si trasmettesse il meno possibile. Epidemia è un male che arriva fra noi e si diffonde; patologia è un’afflizione già conosciuta e trattata.

Ma anche l’ossessione dei rigoristi per gli scenari e le proiezioni dei tassi di infezione, di mortalità, ecc., non è meno miope: un virus muta, quel che di esso si può dire oggi non è necessariamente ciò che di esso si potrà dire domani. Può diventare inoffensivo, può scomparire oppure può tornare alla carica esacerbato, incattivito, più resistente. Pretendere di imporre nuovi comportamenti permanenti o di stabilire oggi le misure protettive per la probabile riapparizione diffusa del virus in autunno è operazione che tradisce manìe di onnipotenza piuttosto che sollecitudine per la salute pubblica. Normalmente i virus tendono a indebolirsi per creare una specie di simbiosi con gli esseri viventi che sfruttano per vivere la loro vita, ma questo può avvenire sia in tempi brevi che in tempi lunghissimi, in mesi o in migliaia di anni, perciò restiamo sul terreno dell’imprevedibile.

Snobbare il Covid come una malattia fra le tante o affrontarlo armati di statistiche e di curve di andamento da lanciare ogni sera in testa al pubblico televisivo sono le due opposte versioni della stessa logica, che è quella del controllo. Nel primo caso il controllo è di natura meramente psicologica, è un modo di rassicurarsi. Nel secondo coincide con estese misure amministrative di limitazione delle libertà personali imposte all ’intera società, ma anche qui la componente psicologica è importante: nonostante le quarantene più severe il virus si diffonde, anche se meno estesamente di quanto accadrebbe senza confinamento, ma statistiche e proiezioni ci rassicurano che la strada per uscire dal tunnel è imboccata, che dobbiamo fidarci del libretto di istruzioni inderogabili che ci è stato consegnato. Eppure il rapporto dei numeri che ci vengono propinati con la realtà è evanescente: il numero dei casi di infezione annunciato in tivù dipende in buona parte dal numero piccolo o grande di tamponi effettuati, il numero dei morti non distingue morti per Covid e morti con Covid e ignora chi è morto per/con Covid senza che sia stato diagnosticato; i numeri non dicono la diversa gravità dei casi di ieri e di oggi, non spiegano i diversi tassi di mortalità in paesi affini per sviluppo economico, geografia e composizione delle classi d’età.

Nessuno nega che statistiche, proiezioni e scenari siano strumenti indispensabili di una politica sanitaria moderna, ma è un fatto che più questo approccio è egemonico, più facilmente scoppiano incidenti fra chi gestisce l’emergenza e il mondo della clinica, cioè dei medici chiamati a trovare una soluzione concreta per i malati reali, sia medici ospedalieri che medici di famiglia. I Zangrillo, i Raoult (infettivologo francese), i De Donno che si sono scornati con i Burioni, i Véran (ministro della Sanità francese), la direzione di Lancet a proposito di efficacia dell’eparina, pericoli della idrossiclorochina, carica virale attuale del Covid, scelta preferenziale per il plasma iperimmune rappresentano lo scontro fra il mondo della realtà delle persone e delle cure (sottorappresentato in tivù) e il mondo dei numeri e dei calcoli (sovrarappresentato). Non necessariamente il primo ha sempre ragione e il secondo ha sempre torto, ma sicuramente il primo rappresenta il mondo dell’assunzione della responsabilità morale contro il secondo che è il mondo di chi crede che la responsabilità morale possa essere consegnata agli algoritmi.

Lo spiega bene Fabrice Hadjadj in un video dal titolo L’épidémie des chiffres, David et Covid là dove illustra le ragioni per cui il filosofo illuminista D’Alembert era favorevole alle vaccinazioni, ma non come tanti altri in nome del calcolo delle probabilità, che giustificavano i morti per l’inoculazione col più alto numero di persone che si sarebbero salvate grazie alla vaccinazione:

«La probabilità è una contingenza ridotta a un rischio o a una possibilità a partire da un dato presente. Ma questa non è la contingenza intesa come avvenimento possibile che può cambiare il dato. D’Alembert dice che se due rischi coesistono nello stesso momento, va bene il calcolo delle probabilità, ma se si prolungano delle curve esponenziali a partire da uno stato presente, si anticipano delle cose che potrebbero non avere luogo a causa di altri fattori che non sono stati presi in considerazione. D’Alembert dice che il calcolo delle probabilità ci fa perdere di vista l’avvenimento: lui dice: “non sono contrario alla vaccinazione, pratichiamola, ma bisogna farlo in nome di una responsabilità”. Bisogna fare qualcosa, facciamolo come soggetti responsabili che decidono qualcosa senza essere assolutamente certi, ma che lo prendono su di sé. Ne renderemo conto in seguito. È questo che fa il padre di famiglia: si assume una responsabilità, non dice: “era necessario che facessi ciò, perché il calcolo delle probabilità me lo imponeva”. Il rapporto con l’avvenire implica la nostra responsabilità. Non è questione di assumere un rischio, ma di assumere l’atto che cerca il bene nel mezzo di una situazione unica, con delle contingenze, degli avvenimenti di cui non posso prevedere tutte le conseguenze».

Di fronte al plasma iperimmune utilizzato da De Donno senza protocolli e all’ idrossiclorochina utilizzata clinicamente da tanti medici e purtroppo per loro propagandata da Donald Trump il sistema reagisce mandando i Nas o facendo scrivere su Lancet un articolo che amplifica i rischi del trattamento ma che poi viene rinnegato dai suoi stessi autori. Perché? Per un’impostazione culturale (certo, anche politica): che i numeri danno un senso di controllo, di padronanza della situazione e di alleggerimento della responsabilità, trasferita all’ algoritmo; invece il trattamento non testato che il medico applica in scienza e coscienza in un contesto clinico rappresenta l’avvenimento che scompagina le logiche di programmazione e che invita l’uomo a mettere in gioco la sua responsabilità morale: la cura può riuscire, ma anche no. Da una parte c’è una decisione senza nessun rischio: chiudiamo tutto e aspettiamo il vaccino, e nessuno deve azzardarsi a obiettare perché le proiezioni dei nostri numeri sono inconfutabili. Dall’ altra c’è l’atto morale che cerca di realizzare il bene, consapevole che il risultato positivo non è garantito: può essere che salviamo vite, come può essere che le perdiamo; in entrambi i casi ci assumiamo la responsabilità.

Nella sua lezione in video, Hadjadj evoca la vicenda di re Davide, che fu punito insieme al suo popolo da Jahvé per aver ordinato il censimento degli israeliti. Perché Dio punisce un censimento? Perché «non si possono contare gli uomini come capi di bestiame, bisogna riconoscere il loro nome, tribù e casa. Ogni essere umano viene da qualche parte, ha una storia e un nome. Gli ebrei nei campi di concentramento erano solo numeri. Auschwitz è il luogo delle pure statistiche». Dio ha creato gli esseri umani ciascuno unico e irripetibile, e si adira se uno di loro trasforma gli altri in massa amorfa senza nome. E per mettere fine alla peste che è la punizione per il peccato di Davide ordina di compiere un sacrificio a Gerusalemme in un luogo che è di proprietà di un gebuseo, cioè di uno straniero che non è stato conteggiato nel censimento: il perdono, la guarigione, la salvezza non vengono dai numeri, ma dall’ avvenimento di una persona.