Sessanta milioni di bambine indiane abortite e il punto cieco del progressismo

Il quadro scioccante dell’organizzazione Adf international

Stava seppellendo la figlia, quando un padre nel nord dell’India ha scoperto una bambina sepolta viva nello stesso cimitero. Hitesh Kumar Sirohi, un commerciante del distretto rurale di Bareilly, nello stato di Uttar Pradesh, ha sentito piangere nelle vicinanze e ha trovato la bambina abbandonata all’interno di un loculo a tre metri di profondità. Questa estate, dallo stato indiano di Uttarakhand, nel nord, sono arrivati i dati delle nascite da aprile a giugno. In tre mesi, in un’area che comprende 132 villaggi, sono nati 216 bambini, tutti rigorosamente maschi.

Nel 2013 nascevano, in quello che diventerà presto il paese più popolato al mondo, 919 bambine ogni mille maschi, oggi soltanto 896. Storie così ne arrivano ogni mese dall’India. L’Organizzazione mondiale della sanità delinea il rapporto sessuale fra maschi e femmine come “naturale” quando ci sono cento femmine ogni 105 maschi. E la situazione può solo peggiorare nel corso degli anni: le proiezioni della Banca mondiale suggeriscono che il divario di genere in India scenderà a 898 donne per ogni mille maschi entro il 2031. Nel 1990 fu Amartya Sen, premio Nobel per l’Economia e docente ad Harvard che ha dedicato la sua vita alla causa dei meno abbienti e dei paesi emergenti, a lanciare l’allarme sulla New York Review of Books: “Almeno sessanta milioni di bambine sono state cancellate in seguito a infanticidi o aborti selettivi di femmine. E’ una rivoluzione tecnologica di tipo reazionario. Il sessismo dell’aborto selettivo”. Adesso arriva una nuova conta delle quote rosa mancanti. “Almeno sessanta milioni di donne sono andate ‘perse’ negli ultimi dieci anni in India a causa della diffusa pratica degli aborti selettivi delle bambine”.

E’ il numero diffuso dalla Alliance Defending Freedom International (Adf) nella data in cui ricorre la Giornata mondiale delle bambine. Tehmina Arora, avvocato e direttrice di Adf India, denuncia: “Nel nostro paese almeno 50 mila bambine sono abortite ogni mese per un’unica ragione: sono femmine e non maschi. La proporzione distorta tra popolazione maschile e femminile dimostra che per le ragazze, come nazione, abbiamo fallito”. Un rapporto del governo indiano ha scoperto che circa 63 milioni di donne sono statisticamente “disperse” dai numeri della popolazione del paese. Circa 239.000 bambine di età inferiore ai cinque anni sono morte ogni anno tra il 2000 e il 2005 a causa dell’abbandono. E’ stata anche lanciata una campagna nazionale, “Beti Bachao” (“salva le ragazze”). Il numero delle donne scomparse, aveva scritto Amartya Sen, è “più elevato delle vittime combinate di tutte le carestie nel XX secolo”. Oltre a essere una tragedia dalle proporzioni scioccanti, è un grande dilemma per le femministe e i progressisti occidentali, che si presentano come i campioni globali dei diritti delle donne e che rivendicano l’aborto come una componente fondamentale dei loro diritti. Tuttavia, i dati provenienti dai paesi in via di sviluppo – India in testa – mostrano che l’aborto viene utilizzato per eliminare un vasto numero di bambine. Si chiama “gendercidio”, genocidio di genere, ed è finito nel punto cieco del progressismo occidentale. Nessuno ne parla. Forse perché parla anche un po’ di noi.