Serve un nuovo patto per la salute globale

Serve un nuovo patto per la salute globale

Il dibattito sui brevetti dei vaccini tenga conto che anche l’accesso alle cure è un bene comune da tutelare e garantire. Il mondo è cambiato Il Covid-19 ha dimostrato che l’ambiente non ha confini, e che gli unici che esistono sono quelli tracciati artificialmente dall’uomo; la storia ci insegna che con la globalizzazione dei mercati abbiamo diffuso le malattie, anche al di là delle pandemia, e io continuo a indignarmi per i numeri dei bambini che muoiono per dissenteria, per il 90 per cento della popolazione terrestre che non ha accesso a cure adeguate, per l’impossibilità degli uomini, tutti, di accedere all’acqua potabile, un bene che noi diamo per scontato e che sprechiamo nonostante, va detto, negli ultimi anni le campagne di sensibilizzazione stiano sollevando la questione. Ma quanto siamo disposti a modificare le nostre abitudini per un bene collettivo? Poco, pare.

Il dibattito sulla proprietà intellettuale dei brevetti, per quanto sia innegabile il valore della ricerca scientifica prodotta dell’industria farmaceutica, dovrebbe divenire un dibattito sulla salute globale facendo sì che si ampli la riflessione sullo stato di salute mondiale prendendo in considerazione certamente la questione ambientale, ma assumendosi anche in toto la responsabilità dello stato di salute di chi popola questo pianeta, inclusi gli animali che sono indispensabili per il ciclo della nostra vita ma che siamo incapaci di proteggere e che anzi, diventano spesso gli obiettivi contro cui puntare il dito (si pensi a quanti avrebbero volentieri sterminato tutti i pipistrelli ritenendoli i colpevoli del Covd).

Se quando parliamo di global health parliamo, come riferisce l’Istituto Superiore di Sanità, di “un’area di studio, ricerca e pratica che pone una priorità sul miglioramento della salute e sul raggiungimento dell’equità nella salute per tutte le persone in tutto il mondo”, allora lo sguardo deve necessariamente elevarsi e porre ai nostri governanti domande più forti e azioni più concrete che guardino oltre l’orizzonte visibile dei bisogni personali.

Il Covid-19 ha dimostrato che l’ambiente non ha confini, e che gli unici che esistono sono quelli tracciati artificialmente dall’uomo; la storia ci insegna che con la globalizzazione dei mercati abbiamo diffuso le malattie, anche al di là delle pandemia, e io continuo a indignarmi per i numeri dei bambini che muoiono per dissenteria, per il 90 per cento della popolazione terrestre che non ha accesso a cure adeguate, per l’impossibilità degli uomini, tutti, di accedere all’acqua potabile, un bene che noi diamo per scontato e che sprechiamo nonostante, va detto, negli ultimi anni le campagne di sensibilizzazione stiano sollevando la questione. Ma quanto siamo disposti a modificare le nostre abitudini per un bene collettivo? Poco, pare.

La dissenteria e altre malattie sono mortali per molti uomini e bambini nei paesi poveri, e questo accade perché manca l’accesso agli antibiotici, al contrario di quello che accade nei paesi sviluppati dove il loro abuso  sta creando una resistenza importante che sta diventando un’emergenza rispetto alla quale, però, le Big Pharma non stanno agendo con la giusta velocità. Se non si sta ancora sufficientemente investendo in ricerca sull’antibiotico resistenza e sulla messa a punto di nuovi farmaci, è perché le aziende sono scoraggiate dai bassi profitti legati alla vendita di antibiotici. La dipendenza da queste multinazionali per tutelare la nostra salute è più che evidente, dunque.

Se da una parte quindi, senza l’industria non possiamo curare la nostra gente, dall’altra dobbiamo incentivare un nuovo patto sulla salute globale, fare in modo che paesi ricchi, industrie farmaceutiche e paesi poveri siedano a un tavolo comune per riscrivere le regole del gioco dei mercati economici con una prospettiva davvero one health.  Dopo l’11 settembre il mondo non è stato più lo stesso, e da gennaio 2020 c’è stato un altro cambiamento epocale: non possiamo fare finta di nulla, il vaccino è un bene comune e globale ma anche l’accesso alle cure è un bene comune. Non ci salviamo se non salviamo tutti gli esseri umani che vivono su questa terra, altrimenti con la prossima pandemia – che ci sarà – rischieremo l’estinzione e sarà solo colpa nostra. Non si può più aspettare.

Rosaria Iardino
Presidente Fondazione The Bridge