Serbi, kosovari, albanesi. Il sisma unisce gli ex nemici

Tra le macerie le divise dell’ex Jugoslavia: «Finisce che diventiamo amici»

In attesa di un sempre più improbabile miracolo tra i detriti, forse questo triangolo di terra ferita ne ha visto un altro. Kosovari, serbi, albanesi, croati, macedoni, fianco a fianco sulle macerie di Durazzo e di Thumanë. A vent’anni esatti dalla guerra del Kosovo, l’ex Jugoslavia si è ricomposta quasi al completo, per la prima volta dopo la sua cruenta dissoluzione tra scontri porta a porta e pulizie etniche. In nome della solidarietà i Balcani si sono riuniti, anche se soltanto per qualche giorno, negli sforzi per fronteggiare il terremoto che nella notte tra lunedì e martedì ha colpito la costa albanese e il distretto di Croia, sessanta chilometri a nordest.

Da ieri le squadre di soccorso inviate da Pristina, Belgrado, Tirana, Zagabria, Skopje, si incrociano nell’ingorgo dei soccorsi che si è formato nelle ultime 48 ore lungo le stradine dei quartieri più martoriati dalle scosse. Vigili del fuoco, militari, unità cinofile, squadre contraddistinte da uniformi e bandiere un tempo fieramente nemiche, si sfiorano nella corsa al recupero delle vittime. Magari non fraternizzano, ma uniscono le loro forze verso un obiettivo comune.

A Thumanë, un villaggio a un’ora di macchina da Durazzo, un reparto serbo proveniente da Niš e composto da una dozzina di uomini, è arrivato ieri mattina con un camion e tutto il necessario per scavare tra i detriti di un palazzo di tre piani parzialmente crollato. Dall’altro della strada continuano a lavorare i vigili del fuoco di Suva Reka, vicino a Pristina, che hanno salvato una donna la notte precedente, e un gruppo di militari con lo stemma «RKS», Repubblica Kosovara, cucito sulla manica della divisa. «Problemi? Nessuno — assicurano — anzi, forse questa è la volta che facciamo amicizia».

Nel campo di calcio dove si sta completando la tendopoli, il medico a capo dell’Emergencja albanese, dottor Skender Brataj commenta: «A volte siamo prigionieri dei nostri pregiudizi». Sta montando una tenda, dono dell’Arabia Saudita, che servirà da infermeria. Ma spera di smontarla prima dell’inverno: «A Valona il comune ha messo a disposizione alberghi e case sfitte per gli sfollati». Qui la pioggia rischia di far affondare l’accampamento in un pantano.

Dopo poche ore i serbi proseguono per Durazzo, chiamati a dare manforte attorno a un caseggiato di sei piani collassato come un castello di carte, dove si spera, sempre più debolmente, di ritrovare in vita qualcuno dei venti dispersi ancora segnalati nell’area. Il bilancio dei morti è arrivato a 34. Tra di loro c’è Kristi Peci, fidanzata del figlio del premier albanese, Edi Rama. In fondo a Thumanë sono acquartierati ventisei greci dell’E.M.A.K. la protezione civile di Atene, con i loro due cani molecolari. Si alternano su due turni: nelle prime ore hanno estratto dalle macerie una donna di 45 anni ancora viva, poi tre corpi inanimati. «Ormai i cani non rilevano più tracce di vita».

A Kenët, periferia di Durazzo, si concentrano soccorritori croati, rumeni, albanesi e italiani: il parcheggio della sede della Croce Rossa è affollato di unità cinofile di varie nazioni: si cerca una mamma sepolta con le sue bambine sotto un edificio che si è adagiato su un fianco. In città sono impegnati 160 pompieri italiani, con 60 mezzi, due team Usar della Toscana e del Lazio. Da Fano, nelle Marche, sono arrivati i volontari dell’associazione nazionale dei vigili del fuoco; e da Roma, in mattinata, una squadra della Protezione civile. Qato Bledar, allenatore del Teuta, squadra giovanile di calcio, invita verso sera gli italiani a condividere qualche pizza calda. La notte è ancora lunga e lui la passerà in auto, con la moglie e i due bambini.