Semiconduttori e batterie. Biden blinda l’America tech contro la Cina

Il presidente americano firma un ordine esecutivo per creare una catena di approvvigionamento di prodotti “essenziali” che sia “più resiliente e sicura”.

America e Cina

Il presidente americano Joe Biden ha firmato un ordine esecutivo per creare una catena di approvvigionamento di prodotti “essenziali” che sia “più resiliente e sicura”. Nel comunicato della Casa Bianca si citano le conseguenze della pandemia, che ha interrotto diverse catene di approvvigionamento, ma anche “potenziali azioni di nemici e competitor stranieri”, cioè la Cina: “Non possiamo prevedere quando una crisi ci colpirà, e quindi dobbiamo avere la capacità di rispondere rapidamente alle sfide”.
Oltre ad alcuni tipi di princìpi attivi per produrre medicinali, che negli Stati Uniti per il 70 per cento vengono importati e poi trasformati in farmaci, gli altri tre prodotti considerati “vulnerabili” ed essenziali per la produzione americana e la sicurezza nazionale riguardano la tecnologia.

I primi sono quelli che vengono definiti “minerali fondamentali”, che è una definizione piuttosto ampia  che riguarda diverse categorie di materie prime, tra le quali le terre rare. I secondi prodotti ritenuti vulnerabili e quindi da difendere per la catena di produzione americana sono i semiconduttori, la categoria dei semimetalli come il silicio, il germanio e il gallio, su cui si basano praticamente tutte le apparecchiature elettroniche della Difesa e della vita di tutti i giorni: dagli smartphone ai caccia alle automobili. La terza categoria messa in sicurezza da Biden è quella delle batterie a grande capacità, quelle che servono per i veicoli elettrici:  l’America, con la Tesla per esempio, è  leader nella produzione di auto elettriche, eppure non è in grado di far da sola le batterie. La Casa Bianca  vuole promuovere l’utilizzo delle riserve di litio su suolo americano.

Con questo ordine esecutivo l’Amministrazione Biden chiede alle aziende e alla manifattura statunitense di pensare a delle alternative per l’approvvigionamento di certi materiali, quindi di non importarli dalla Cina ma, soprattutto per quanto riguarda i semiconduttori, di guardare agli alleati strategici più forti in questo settore: Giappone, Corea del sud, Taiwan. Ed è in particolare Taiwan, la piccola isola che Pechino reclama come proprio territorio, a essere ormai da mesi nel mezzo di una enorme disputa: Taiwan è infatti il più grande produttore di chip al mondo, ed è fondamentale anche per la Cina. Già da qualche tempo grandi aziende americane come Microsoft e General Motors avevano dichiarato che la carenza di semiconduttori per i chip stava avendo un impatto sulla loro produzione. La decisione di Biden avrà un impatto anche sull’Unione europea, che finora, su una questione molto delicata e cruciale per il futuro degli equilibri globali come quella tecnologica, aveva cercato di attenersi alle regole del mercato: compro da chi mi conviene.

C’è inoltre la questione delle terre rare: così si definiscono un gruppo di diciassette elementi chimici fondamentali per produrre apparecchi elettronici, oggetto, già da tempo, di una guerra per la dominazione globale. Anche perché il 90 per cento delle terre rare nel mondo viene estratta ed esportata dalla Cina: l’America ne importa da lì l’80 per cento del suo fabbisogno. Estrarre le terre rare è un’operazione costosa e pericolosa, e nel corso degli anni la Cina se n’è intestato il quasi-monopolio. Il 30 settembre dello scorso anno anche l’ex presidente Donald Trump aveva dichiarato un’emergenza nazionale il rischio che si rompesse la catena di approvvigionamento di minerali fondamentali a causa di “avversari stranieri”. Trump aveva firmato un ordine esecutivo per incentivare la creazione di nuove miniere di terre rare e la loro estrazione. La decisione di ieri di Biden è in completa continuità, sulla Cina, con quella Trump.