Se la guerra in Ucraina causa una nuova primavera araba

La guerra in Ucraina priva gran parte del Medio Oriente e del Nord Africa del principale granaio. Paesi che dipendono, in larga misura, dai raccolti in Russia e Ucraina, ora contano i mesi che restano per le loro scorte di pane. E temono lo scoppio di una nuova primavera araba. 

La Russia è il principale esportatore di grano al mondo, l’Ucraina il quinto. Insieme contribuiscono a oltre un terzo delle esportazioni globali di cereali. Sono anche i principali fornitori di colza, oltre a coprire il 52% del mercato mondiale delle esportazioni di olio di semi di girasole. Particolarmente concentrato è anche il mercato mondiale dei fertilizzanti, di cui la Russia è il fornitore principale. L’Ucraina con 42 milioni di ettari di terreni agricoli che coprono il 70% del Paese e circa il 25% delle riserve mondiali di suolo nero, ha nell’agroalimentare il settore più promettente della sua economia.

Oggi, la guerra nel “granaio d’Europa” sta creando un effetto valanga capace di destabilizzare tutto il mondo, o quasi, con un rischio molto concreto di nuove primavere arabe. Il grano, infatti, ha il maggiore impatto sulla sicurezza alimentare in tutto il mondo. Significa che se i raccolti a causa della guerra, e delle sanzioni, dovessero saltare, come sta accadendo, per molti Stati del mondo – in particolare Paesi del Medio Oriente e Nord Africa – le scorte di beni alimentari primari sarebbero o più costose o carenti con una relativa tempesta perfetta pericolosa. La guerra e il blocco sul Mar Nero rendono impossibile la partenza delle navi che esportano mais, grano, olio di semi, orzo, in Africa e Asia. I primi carichi sono ripartiti questa settimana in treno via frontiera orientale, ma è troppo poco rispetto ai volumi abituali.

Nel corso del 2020, Kiev ha esportato quasi 18 milioni di tonnellate di grano su un raccolto totale di 24 milioni, il che ha creato una forte dipendenza nei clienti. Libia e Yemen importano dall’Ucraina il 43% e il 22% del loro grano, mentre Malesia, Indonesia e Bangladesh si fermano rispettivamente a 28% i primi due e 21% il terzo. In Turchia, il grano ucraino rappresenta il 23% di tutte le importazioni, mentre il grano russo costituisce il 62% delle forniture importate. Nella dieta dei paesi arabi si mangia il triplo del pane rispetto alla media mondiale, e per le fasce più povere si tratta di un apporto energetico essenziale: in arabo egiziano pane si dice aish, che è anche sinonimo di vita. Dall’inizio della guerra in Ucraina, le prime pagine di tutti i giornali arabi non fanno che descrivere scenari catastrofici per il timore di nuove “guerre del pane”.

L’ultima volta che l’Egitto ha visto aumentare i prezzi del pane, l’Unione Sovietica era ancora intatta. Oggi al Cairo il prezzo del pane non sovvenzionato dallo Stato è aumentato del 50% da alcuni giorni – l’Egitto ha un decennale programma di sussidi che permette di acquistare pane a prezzi calmierati al 70% della popolazione. Il portavoce del governo egiziano, Nader Saad, ha già annunciato che lo Stato “non potrà più comprare allo stesso prezzo precedente alla crisi” e per quel 70% di popolazione è una notizia devastante.

L’Egitto è il più grande importatore di grano al mondo con circa 13,6 milioni di tonnellate annue, che servono a colmare il gigantesco divario tra la produzione locale (che ruota intorno agli otto milioni di tonnellate) e i consumi, che raggiungono i 23 milioni di tonnellate, secondo un rapporto del dipartimento dell’agricoltura degli Stati Uniti citato da Independent Arabia. Il quotidiano egiziano El Ain, prima dello scoppio della guerra, ha provato a stimare i danni dell’interruzione dell’importazione di grano russo e ucraino: verrebbero perse 692,5 miliardi di pagnotte nell’anno. Secondo il governo, l’Egitto ha ancora nove mesi di riserve per nutrire i suoi 102,2 milioni di abitanti. Storia diversa per il Libano – l’81% delle sue importazioni provenivano dall’Ucraina – dove l’ultima scorta è sufficiente per circa un mese e mezzo. Altri paesi che importano grano soprattutto dall’Ucraina – e secondariamente dalla Russia – sono la Libia e la Somalia.

Il conflitto in corso e le sanzioni contro la Russia hanno portato il prezzo del grano e dei fertilizzanti alle stelle: il blocco del Mar Nero minaccia direttamente la sicurezza alimentare di oltre mezzo miliardo di persone in Medio Oriente e Nord Africa. Egitto, Tunisia, Libano, Iraq, Algeria, Libia. Tutti stanno prendendo contromisure per evitare nuove proteste a suon di “pane, lavoro e dignità”, come fu agli albori delle primavere arabe  tra il 2010 e il 2011. Secondo il World Food Programme, per alcune economie più fragili, sono sufficienti uno o due mesi per rendere l’impatto della crisi devastante. E, nel frattempo, sta per iniziare il Ramadan, – il mese sacro islamico che, tradizionalmente, comporta ogni anno picchi consistenti di domanda. La concomitanza quest’anno con la vertiginosa salita dei prezzi causata dalla crisi ucraina ha certamente il potenziale di generare significativi disordini sociali.

Si tratta, peraltro, di un aumento ulteriore – in media del 40% – perché anche prima della guerra i prezzi del grano erano cresciuti in tutto il mondo a causa della crisi economica dovuta all’emergenza sanitaria e ai lockdown ad essa connessi. Poi c’è il Kenya preoccupato per l’impatto che la guerra – e le sanzioni finanziarie alla Russia – potrebbero avere sulla sua vitale industria del tè. La Russia è tra i primi cinque consumatori del tè che aiuta il Kenya a guadagnare valuta estera.

A beneficiare della crisi del grano potrebbe essere il sud America che non ha sanzionato Mosca e sogna di diventare il nuovo granaio. Ma in Argentina, per esempio, i produttori sono alle prese con una siccità record che ha bloccato per dieci giorni l’export di soia e derivati e minacciato un aumento della pressione fiscale sui prodotti. Il danno per l’Italia è stato enorme: dipendiamo dalla soia argentina per i mangimi. Intanto la carenza di approvvigionamento potrebbe anche scatenare fattori terzi, tra cui migrazioni più o meno di massa, e conflitti locali, buona parte dei quali andrebbero a colpire in prima battuta l’Europa.

Le sanzioni e la guerra che si trascina stanno ribaltando ogni sorta di equilibrio in una destabilizzazione che cambierà il mondo, ancora. All’epoca delle primavere arabe, gli analisti riconobbero, a posteriori, alla Russia la capacità di essere una potenza leader. Putin giocò un ruolo da mediatore che qualche anno lo rese partner di tutti, con gli Stati Uniti nell’angolo. Chi sarà oggi l’argine di un effetto domino pericolosissimo?