Schneider: “Duro colpo per il presidente, ma la malattia non sposterà l’elettorato”

Bill Schneider è il politologo della George Mason University, a lungo analista politico di Cnn e membro del think tank Third Way

«La prima sorpresa di ottobre è arrivata: e chissà quante altre ce ne saranno ancora. Ma questa è diversa da tutto ciò che ci aspettavamo. La positività di Donald Trump al coronavirus scompagina la campagna elettorale. Il presidente non potrà farsi vedere in pubblico per almeno due settimane, giorni cruciali: per lui è un bel danno. Certo, Fox News già rilancia i pochi fotogrammi che lo mostrano con la mascherina da lui sempre snobbata. Un modo per descriverlo prudente ma tutti sanno che non è vero. In termini di immagine per Trump è un brutto colpo». Bill Schneider, 76 anni, è il politologo della George Mason University, a lungo analista politico di Cnn e membro del think tank Third Way. «C’è un senso di giustizia divina in quel che sta accadendo», sussurra.

La malattia del presidente sposterà voti? E in quale direzione?
«È troppo presto per capire dove ci porterà davvero questa ulteriore crisi. Molto, ritengo, dipenderà da come evolveranno le cose in termini medici. Sintomi lievi potranno giocare a suo favore dimostrando quanto è forte: e viceversa. Intanto i suoi oppositori potranno attaccarlo dicendo che non ha preso sul serio i consigli degli scienziati. Ma in realtà tutto questo avrà pochissimo impatto sugli elettori. Il 95 per cento delle persone ha già deciso come votare. Molti lo hanno addirittura già fatto. L’America, ormai, è troppo divisa. E nemmeno la malattia del presidente farà cambiare idea. L’unico vero messaggio di queste ore è che nessuno è al sicuro. E non è vero quel che Trump ripetuto fino a ieri: il virus non sta affatto scomparendo».

Che ne sarà dei dibattiti? Quello di Miami, è previsto fra 13 giorni ma il presidente deve restarsene in quarantena per due settimane.
«Le decisioni in tal senso saranno prese nelle prossime ore. Il dibattito di Miami, sotto forma di Town Hall, col pubblico in sala, potrebbe slittare, saltare, o avvenire in maniera virtuale. Anche se questa soluzione mi sembra la peggiore, il pubblico non ne può più di telefonate su zoom, figuriamoci dei due candidati che litigano da casa. Perfino il dibattito fra i due vice, previsto mercoledì 7, potrebbe saltare. Sì, Pence è negativo. Ma in questi giorni ha incontrato Trump. In teoria dovrà starsene in quarantena anche lui. Potrei sbagliare, ma ho il sospetto che resterà in piedi solo quello finale del 22 a Nashville. E non è neanche detto»

Nel caso, ne sentiremo la mancanza?
«Abbiamo visto a Cleveland quando ormai contano poco i dibattiti. I primi sondaggi mostrano che nulla è cambiato, Biden è rimasto in testa ma non ha preso più punti e Trump lo insegue da vicino. A questo punto, solo atti pratici potrebbero avere un impatto sugli indecisi. Magari i nuovi stimoli economici. O il vaccino, se fosse provatamente efficace, cosa di cui molti dubitano. Insomma, una diversa sorpresa di ottobre».

Se Trump si ammalasse in maniera così grave da costringere Pence a prenderne il posto: i repubblicani lo sosterrebbero? E cosa succede se si ammala pure Joe Biden?
«Le elezioni del 3 novembre non verranno spostate per nessun motivo, nemmeno in caso di morte di uno dei due. D’altronde è per casi come questi che la Costituzione prevede la nomina dei vice: pronti a fare le veci del presidente o del candidato nominato. Certo, in caso di morte le cose cambierebbero: e anche il candidato potrebbe cambiare. Ma non a novembre. In molti Stati le urne sono già aperte, molta gente, me compreso, ha già votato. Né si farebbe in tempo a stampare nuove schede con nomi diversi. Si andrebbe al voto così per poi lasciare ai grandi elettori la scelta definitiva, a dicembre».