SAN RICCARDO PAMPURI/ Lo “strano” programma di un medico fuori dal comune

Il 1° maggio scorso il giubileo di san Riccardo Pampuri doveva concludersi, ma il vescovo di Pavia ha deciso di prolungarlo per un altro anno. Era un medico fuori dal comune, innanzitutto perché lo si vedeva spesso andare in chiesa, e poi per come trattava gli ammalati. Quando la notte veniva chiamato per una visita a domicilio, anche se era già a letto stanchissimo, partiva senza indugio canterellando. Diversi testimoni hanno raccontato di come, entrando in casa di un malato, se lo vedeva bisognoso, gli portava le medicine o gli dava i denari per acquistarle. I parrocchiani dicevano: “Il nostro dottore è un santo. Come vuol bene agli ammalati! Quanta carità fa ai poveri! Quando viene nelle nostre case, pare che venga un angelo”.

Nei mesi scorsi, interrotto dall’esplosione del coronavirus, è stato incessante il pellegrinaggio di fedeli verso le spoglie di san Riccardo Pampuri, che si trovano nella chiesa parrocchiale di Trivolzio, piccolo e tranquillo paese della campagna pavese, 45 km a sud di Milano. Come mai? Perché siamo nell’anno giubilare di san Riccardo, con annessa indulgenza plenaria, iniziato nel 30° anniversario della canonizzazione (1989). Si concluderà il 1° maggio 2021.

In una vasta sala presso la chiesa di Trivolzio, dedicata ai santi Cornelio e Cipriano, è visitabile un ricco museo, aperto tutti i giorni, che raccoglie vari oggetti appartenuti al santo, come la giacca della banda a cui egli diede vita quando era medico condotto, o le pagelle degli studi liceali. Sotto il porticato adiacente, inoltre, è esposta un’interessante mostra – era stata realizzata qualche anno fa in occasione del Meeting per l’amicizia tra i popoli – che ripercorre in numerosi pannelli illustrati la vita di san Riccardo, le sue opere e gli ambienti in cui visse e operò.

Ma chi era Riccardo Pampuri? Si chiamava Erminio, decimo di undici figli, ed era nato appunto a Trivolzio nel 1897. La madre morì di tubercolosi quando Erminio aveva 3 anni, per questo fu affidato agli zii materni, Maria e Carlo Campari, che vivevano a Torrino, non lontano da Trivolzio. Dopo le scuole elementari, venne iscritto al ginnasio “Manzoni” di Milano, che frequentò solo un anno per spostarsi poi a Pavia nel Collegio Sant’Agostino.

Intanto Erminio maturava la decisione di fare il medico, seguendo le orme dello zio Carlo e perciò si iscrisse alla facoltà di Medicina di Pavia. Qui partecipava al circolo universitario cattolico Severino Boezio, che cercava di contrastare il clima culturale di allora dominato da agnosticismo e positivismo, distinguendosi per l’impegno, la serietà e la religiosità con cui viveva le sue giornate.

Nel 1917 lo troviamo soldato a Caporetto. Durante la disastrosa ritirata, gli ufficiali medici abbandonarono tutto il materiale sanitario che Erminio volle salvare: lo caricò su un carretto trainato da una mucca e da solo sotto una pioggia battente camminò per ventiquattr’ore verso la sua compagnia. Il fatto gli costò una grave pleurite anche se gli meritò una medaglia di bronzo e la nomina a sergente.

Dopo la guerra divenne terziario francescano e si laureò in medicina a pieni voti nel 1921. Accompagnato da una sorella, esercitò per sei anni come medico condotto a Morimondo, piccolo paese della Bassa oggi famoso e frequentato per la presenza di un’imponente abbazia cistercense risalente al 1134. Qui fondò il circolo della gioventù di Azione Cattolica, trascinando con il suo esempio e il suo entusiasmo i ragazzi del posto. Fondò pure, d’intesa con il parroco, il corpo musicale Pio X.

Era un medico fuori dal comune, innanzitutto perché lo si vedeva spesso andare in chiesa, e poi per come trattava gli ammalati. Quando la notte veniva chiamato per una visita a domicilio, anche se era già a letto stanchissimo, partiva senza indugio canterellando. Diversi testimoni hanno raccontato di come, entrando in casa di un malato, se lo vedeva bisognoso, gli portava le medicine o gli dava i denari per acquistarle; a parecchi suoi pazienti pagava il libro del prestinaio, cioè saldava il debito che la famiglia aveva contratto con il negoziante per i suoi acquisti via via segnati su un quadernetto. I parrocchiani dicevano: “Il nostro dottore è un santo. Come vuol bene agli ammalati! Quanta carità fa ai poveri! Quando viene nelle nostre case, pare che venga un angelo”.

Il dottor Pampuri non era estraneo a quanto accadeva nel mondo; visse i condizionamenti della sua epoca con quella creatività e capacità di discernimento che sono tipiche del cristiano. Leggeva abitualmente La Civiltà Cattolica e l’Osservatore Romano, da cui ritagliava qualche articolo che riteneva più interessante. Il nipote Alessandro ricorda: “Lo vidi sempre ben vestito e preciso, con scarpe lucide, cravatta ben messa, abiti a posto, rasato e pettinato. Il viso sempre allegro”. Si conserva la lettera con la quale san Riccardo si dimise dal Sindacato nazionale fascista medici condotti per incompatibilità con il suo statuto.

Nel 1927 entrò nell’ordine ospedaliero dei Fatebenefratelli, dopo che per le sue fragili condizioni di salute era stato rifiutato da gesuiti e francescani, e prese il nome di Riccardo. Il superiore dei Fatebenefratelli aveva detto: “Dovesse rimanere anche un sol giorno membro effettivo nell’Ordine nostro, sia egli il benvenuto. In cielo ci sarà poi un angelo di protezione”.

Fra Riccardo si distingueva per la sua prontezza a tutti i servizi più umili: era il primo a maneggiare la scopa, il primo a svuotare i vasi e le sputacchiere. Ad un collega che si meravigliava incollerito perché lo vedeva spazzare il cortile, rispose: “Tutto quello che si fa per Iddio è tutto grande, sia con la scopa sia con la laurea di medico”.

Scrive alla sorella suor Luigina, missionaria in Egitto: “Abbi grandi desideri, cioè desiderio di grande santità, di fare opere grandi; mira sempre più in alto che puoi per riuscire a colpire giusto; ma poiché non sempre sarai chiamata ad azioni gloriose, fa anche le cose piccole, minime, con grande amore (…). Far sempre la volontà del Signore nell’esatto adempimento dei propri doveri e in una lotta perseverante, (…) questo dovrebbe essere il nostro programma”.

Dopo soli tre anni da religioso la sua salute si aggravò. Trascorsi brevi periodi a Gorizia e a Torrino, sperando in un miglioramento che non ci fu, venne portato al San Giuseppe, ospedale e casa dei Fatebenefratelli, in via San Vittore a Milano, dove morì il 1° maggio 1930, a soli 33 anni. I funerali videro un incredibile concorso di popolo: la testa del corteo era già giunta a Trivolzio mentre la salma si trovava ancora a Torrino. Era morto un santo. E in effetti poco dopo iniziarono i miracoli, guarigioni prodigiose inspiegabili per la scienza medica.

Già nel 1949 il cardinale Ildefonso Schuster, arcivescovo di Milano, aprì il processo di canonizzazione e due anni dopo si provvide a traslare la salma dal piccolo cimitero alla chiesa parrocchiale. Molti fedeli ottenevano da Dio grazie, anche miracolose, per sua intercessione. Per questo venne beatificato il 4 ottobre 1981.

Nella festività di tutti i Santi, il 1° novembre 1989, venne solennemente proclamato santo da papa Giovanni Paolo II, il quale nella sua omelia così si espresse: “la vita breve ma intensa di fra Riccardo Pampuri è uno sprone per tutto il popolo di Dio, ma specialmente per i giovani, per i medici, per i religiosi. Ai giovani egli rivolge l’invito a vivere gioiosamente la fede cristiana in continuo ascolto della parola di Dio. Ai medici suoi colleghi rivolge l’appello che svolgano con impegno la loro delicata arte, animandola con gli ideali cristiani, umani, professionali, perché sia una autentica missione di servizio sociale, di carità fraterna, di vera promozione umana. Ai religiosi e alle religiose, specialmente a quelli e a quelle che, nell’umiltà e nel nascondimento, realizzano la loro consacrazione fra le corsie dell’ospedale e nelle case di cura, raccomanda di vivere lo spirito originario del loro Istituto nell’amore gioioso di Dio e dei fratelli bisognosi”