San Patrignano si isola: zero malati

Distanziamenti, divisioni in settori, visite sospese: così gli oltre 1.300 residenti hanno affrontato il virus «E abbiamo già riaperto le porte ai nuovi ospiti»

Tanto tempo fa, nel mondo che esisteva prima del Covid, quando Alex andava in giro a parlare della droga — con i ragazzi nelle scuole, con le migliaia in visita ogni anno a San Patrignano, con gli addetti ai lavori dei convegni — usava sempre la stessa immagine: «La droga è una epidemia sociale senza pietà che colpisce tutti e non fa distinzioni. È difficile essere preparati quando arriva, e non sai mai da quale parte». Così diceva. «Oggi — dice — è un’immagine che non uso più. Per rispetto delle migliaia di persone che il Covid ha ucciso. Non lo sapevo, prima, cosa fosse un’epidemia vera».

Il concetto di «essere preparati», però, è qualcosa che nella mentalità di San Patrignano deve aver attecchito abbastanza: così mentre il virus in Italia era (cioè si pensava che fosse) ancora fermo a Codogno la comunità alle porte di Rimini si autometteva in quarantena. Niente più visite, niente più ingressi. Solo i suoi milletrecento residenti, tra ospiti e operatori di ogni età. Risultato tre mesi dopo: Sampa Covid Free. Milletrecento abitanti (a un passo dal comune di Coriano, divenuto nello stesso periodo zona rossa) e neanche un positivo. Facile? «No, ovviamente no. Ma anche sì — sorride Alex — perché tutti hanno collaborato. E li ringrazio uno per uno». E ora? «Ora c’è da ripartire. Ma con molta prudenza. E dovendo fare i conti con una sberla economica che naturalmente, come ha fatto con tutto il Terzo settore, ha colpito duro anche noi».

Il nome giusto di Alex — anche se tutti lo chiamano così e basta, per il suo carattere di pane — è Alessandro Rodino Dal Pozzo. Bolognese di origini persicetane, 57 anni, a San Patrignano arrivò ragazzo con un passato da boyscout, un presente difficile, un allora ignoto futuro da volontario di Sampa che non lo avrebbe mollato più: oggi è lui a presiedere la comunità inventata da Vincenzo Muccioli più di quarant’anni fa.

E racconta: «Di emergenze sanitarie ne avevamo già affrontate. Hiv, scabbia, epatite. Ma il nostro responsabile sanitario, Antonio Boschini, ha capito subito che questa era una cosa diversa e richiedeva misure ancora più importanti». Quando hanno chiuso agli ingressi esterni era ancora febbraio. Parola d’ordine: «Lasciare fuori il Covid». Uniche eccezioni: le persone che per consentire le attività essenziali dovevano per forza entrare e uscire. Anche queste ultime, peraltro, ipercontrollate: «Ancora nella seconda settimana di maggio — prosegue Alex — l’Asl con cui abbiamo sempre avuto un rapporto di collaborazione straordinario ha fatto 320 tamponi iniziando da loro».

Il tutto accompagnato da altre regole: distanziati i posti in mensa, interrotte le attività di artigianato e tutte quelle non legate all’unico comparto — quello agroalimentare con gli allevamenti e le coltivazioni — che invece ha proseguito. L’intera residenza è stata divisa in settori, isolabili se in uno di questi si fosse acceso anche solo un cas0.

Nel frattempo, proprio l’altro ieri, è stato accolto il primo nuovo ospite dopo la chiusura. «La prossima settimana ne arriveranno altri tre», dice il presidente: chiaramente quasi nulla, rispetto ai 30-40 ingressi al mese di media che nella vita normale della comunità corrispondono a circa 300 ragazzi «restituiti» ogni anno alla vita del mondo fuori, dopo un percorso che in genere di anni ne richiede almeno tre. Più spesso quattro. Così come non ripartiranno né gli eventi né le visite delle scuole, almeno a breve. «Ma l’importante è guardare avanti, come sempre. Ripartendo — conclude Alex — dalle relazioni umane. Il primo passo è sempre quello lì».