San Giuseppe vecchio, un errore favorito da Epifanio

Di fronte alle obiezioni degli eretici che negavano la verginità di Maria e interpretavano in senso stretto l’espressione “fratelli di Gesù”, Epifanio di Salamina scrisse il Panarion che narrava di un Giuseppe vecchio e vedovo, con sei figli avuti da un precedente matrimonio. La costruzione di Epifanio non stava in piedi, ma l’idea della vecchiaia rimase. E forse, paradossalmente, ha favorito la devozione a san Giuseppe patrono dei moribondi. Un patronato che oggi andrebbe riproposto.

Mentre Gesù durante una visita a Nazaret insegnava nella sinagoga, la gente «rimaneva stupita e diceva: “Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle non stanno tutte da noi?”» (Mt 13,54-56).

Ecco il testo problematico su “i fratelli di Gesù”. Mt 13,54-56 è la citazione più completa in quanto riporta i nomi di quattro fratelli e ricorda due sorelle anche senza farne i nomi, ma il Nuovo Testamento ci offre altri riferimenti: Mt 12,46 ricorda «sua madre e i suoi fratelli» che cercavano Gesù per parlargli (cf. Mc 3,31 e Lc 8,19); dopo le nozze di Cana, Gesù «scese a Cafarnao, insieme a sua madre, ai suoi fratelli e ai suoi discepoli» (Gv 2,12) e la tradizione giovannea menziona i fratelli in occasione della Festa delle Capanne (cf. Gv 7,3.5.10); dopo l’Ascensione gli apostoli erano concordi nella preghiera «insieme ad alcune donne e a Maria, la madre di Gesù, e ai fratelli di lui» (At 1,14); Paolo rivendica il diritto di portare con sé «una donna credente, come fanno anche gli altri apostoli e i fratelli del Signore e Cefa» (1Cor 9,5) e, recatosi a Gerusalemme, informa di aver incontrato «Giacomo, il fratello del Signore» (Gal 1,19).

Oggi per noi questi testi non fanno problema. Come annota la Bibbia di Gerusalemme (BJ) in Mt 12,46, “fratelli” ha «come primo senso “fratelli di sangue”», ma, tenendo conto del sottofondo ebraico/aramaico, «può indicare delle relazioni di parentela più larghe (cf. Gen 13,8; 29,15; Lv 10,4)».

Non così nell’antichità, poiché, quando si affermarono le negazioni sulla verginità di Maria, “fratelli” fu inteso in senso stretto, per cui il matrimonio di Maria e Giuseppe non fu più considerato verginale: Giuseppe avrebbe avuto rapporti sessuali con Maria e da qui sarebbero nati figli e figlie, citati in Mt 13,45-46. Alcuni padri reagirono con il risultato di coniare l’immagine di san Giuseppe vecchio, che spesso corrisponde ancora al nostro immaginario devoto.

SAN GIUSEPPE VECCHIO, IL RUOLO DI EPIFANIO

Origene († 254) nel suo Trattato su Matteo ci porta a conoscenza che «alcuni affermano che i fratelli fossero figli di Giuseppe avuti da una moglie precedente prima di sposare Maria» (n. 17: PG 13,875-876), ma si limita all’informazione senza ulteriori sviluppi.

Chi invece elaborò tale ipotesi precisandola e arricchendola di particolari in modo tale che potesse rispondere a tutte le obiezioni sui fratelli di Gesù salvando la castità di Maria e di Giuseppe, fu Epifanio di Salamina († 403) nell’opera Panarion: il “panarion” era una cassetta di pronto soccorso con medicine contro il veleno dei serpenti, cioè il veleno degli eretici.

Così, arrivato a confutare quanti mettevano in dubbio la verginità di Maria dopo il parto e di riflesso la castità di Giuseppe, Epifanio racconta che Giuseppe era «un uomo vecchio di molta età (…), tanti anni prima privato di una propria moglie» (78,7: PG 42,707-708); tale moglie era «della tribù di Giuda e da questa ebbe sei figli, quattro maschi e due femmine e di questi il primo fu Giacomo» (78,7: PG 42,709-710), «dopo questo gli nacque un altro figlio di nome Jose. Seguirono Simeone e Giuda. Vi furono anche due figlie: Maria e Salome» (78,8: PG 42,709-710). Questi figli furono i “fratelli di Gesù” e «la Scrittura li chiama fratelli con i loro nomi: Giacomo, Jose, Simeone, Giuda, Maria e Salome» (78,9 PG 42,711-712). Veramente la Scrittura non riporta i nomi delle due sorelle Maria e Salome, che l’apocrifo Storia di Giuseppe falegname (n. 2) chiama Assia e Lidia: comunque il nome dei figli maschi e il numero totale di figli e figlie corrisponde a Mt 13,54-56 e il gioco è fatto.

«Morta la moglie, da vedovo e molti anni dopo, (Giuseppe) sposò Maria, quando aveva più di ottant’anni» (78,8: PG 42,709-710). È chiaro a questo punto che «un uomo vecchio al di sopra degli ottant’anni non ricevette presso di sé una vergine per fruirne del corpo, ma piuttosto, per disegno della divina provvidenza, fu posto lì per custodirla» (78,8: PG 42,709-712), cioè dalla divina provvidenza fu decretato che «un vecchio decrepito avesse una consuetudine di vita con una vergine castissima» (78,8: PG 42,711-712).

Ed eccoci arrivati alla conclusione che ‘risolve’ tutto: «Quando udiamo leggere “Ecco, tua madre e i tuoi fratelli sono fuori e ti cercano”, dobbiamo sapere che ciò è detto dei restanti (precedenti) figli di Giuseppe e non dei figli di (Giuseppe e di) Maria, poiché di questi non ce n’era nessuno» (78,9: PG 42,711-712). Epifanio, dunque, per salvare la castità di Giuseppe con Maria ricorre a un matrimonio precedente di Giuseppe, a figli precedenti che sarebbero poi diventati i fratellastri di Gesù, all’età molto avanzata di Giuseppe di per se stessa escludente ogni commercio sessuale.

È chiaro che questi dati sono del tutto estranei alle Scritture del NT ed è altrettanto chiaro – oggi ne siamo più consapevoli – che l’impulso sessuale negli uomini non scompare automaticamente con l’età che avanza. Per cui la costruzione di Epifanio non sta in piedi.

Epifanio non riuscì a imporre l’idea del matrimonio e dei figli precedenti di Giuseppe, ma riuscì a imporre un Giuseppe molto anziano, tra l’altro con un’età inadeguata per esercitare un mestiere che nel testo evangelico non era solo falegname, ma forse muratore o carpentiere. Ma non importa: san Giuseppe sarà un vecchio e così lo ritrarranno i pittori soprattutto nell’area latina e in epoca moderna, come uno splendido quadro di Guido Reni dove il volto di Giuseppe, accanto a Gesù Bambino, è dolcissimo ma insieme coperto di rughe senili.

SAN GIUSEPPE MORENTE E PATRONO DEI MORIBONDI

San Giuseppe molto vecchio favorì l’ipotesi di una sua morte quando ancora Gesù era in casa prima del ministero pubblico e dunque di una morte con l’assistenza di Gesù e di Maria. L’ipotesi non poteva essere provata da alcun testo del NT, comunque prese corpo nello scritto apocrifo Storia di Giuseppe falegname, databile al IV-V secolo, in versione araba e altre due versioni copte. La forma letteraria è un discorso di Gesù ai discepoli sul Monte degli Ulivi, che narra la vita e soprattutto la morte di Giuseppe. Il testo ebbe un qualche uso liturgico in oriente e ha un suo fascino perché descrive in contemporaneo i turbamenti della morte e la serenità di chi muore vicino a Gesù e Maria.

Dunque Giuseppe, vecchio di 111 anni – l’età della morte -, «non soffriva alcuna infermità corporale» (n. 10), ma, ricevuto il presentimento della fine, «fu invaso da paura e ingente turbamento» (n. 12), come ogni animale o uomo, e andò a pregare nel tempio. Tornato a casa, «cadde malato e si mise a letto» (n. 14) e il turbamento aumentò con una retrospettiva sulla sua vita accusandosi di peccati commessi con la lingua, con le orecchie, con il ventre ecc. (cf. n. 16): il che suona irrispettoso per Giuseppe, ma non per l’uomo comune e peccatore che avvicinandosi la morte si trova a fare un bilancio. Gesù entrò nella stanza, il turbamento finì e Giuseppe esclamò: «Appena sentì la tua voce, l’anima mia si è sollevata» (n. 17). Entrò anche Maria e Gesù prosegue: «Tenni le mani di Giuseppe per tutto lo spazio di un’ora ed egli, voltando la faccia verso di me, mi indicava di non abbandonarlo» (n. 19). Gesù invocò il Padre di inviare una schiera di angeli con gli arcangeli Michele e Raffaele (cf. n. 22), i quali «presero l’anima di mio padre Giuseppe e l’avvolsero in uno splendente involucro. Giuseppe affidò così lo spirito nelle mani del mio Padre buono ed egli gli diede la pace» (n. 23).

Isidoro de Isolanis († 1528) nella Summa de donis Sancti Ioseph, uno dei primi trattati completi sul santo, verso la fine cita sunteggiandolo quanto sopra, ma precisa: «Questo è quanto – ricevuto dagli orientali – ho brevemente riportato. Per la verità ho omesso molte cose che dai cultori della santa Chiesa Romana – la verità della quale non può venire meno grazie all’azione di Cristo che la conserva -, non sarebbero minimamente state recepite, almeno secondo una mia valutazione» (IV,IX). Come dargli torto? La cronaca è inventata e per di più con qualche caduta di gusto teologico sui rimorsi e sulle paure del santo! Comunque il riferimento alla morte di Giuseppe assistito da Gesù e Maria e con qualche angelo pronto a portarne l’anima in cielo ispirò i pittori e la pietà dei fedeli, confermata in documenti ufficiali.

La Congregazione dei Riti il 18 marzo 1909 approvò le Litanie di san Giuseppe ratificando l’invocazione “Patrone morientium / Patrono dei morenti”. Benedetto XV il 25 luglio 1920 nel motu proprio Bonum sane scrisse: «In modo particolare, poiché Egli è meritamente ritenuto come il più efficace protettore dei moribondi, essendo spirato con l’assistenza di Gesù e di Maria, sarà cura dei sacri Pastori di inculcare e favorire con tutto il prestigio della loro autorità quei pii sodalizi che sono stati istituiti per supplicare Giuseppe a favore dei moribondi, come quelli “della Buona Morte”, del “Transito di San Giuseppe” e “per gli Agonizzanti”». Oggi la Chiesa nel CCC 1014 «ci incoraggia a prepararci all’ora della nostra morte (…) e ad affidarci a san Giuseppe, patrono della buona morte».

Tutto questo forse non sarebbe avvenuto se non si fosse imposta l’immagine di san Giuseppe molto vecchio, sia pure senza fondati argomenti. Il problema adesso non è di trovare altri argomenti storici, ma di scorgere l’azione dello Spirito che ha fatto maturare nei fedeli l’impulso a rivolgersi a san Giuseppe – e a Gesù e a Maria – in previsione dell’ora della morte.

Riproporre questo “patronato” nei tempi dell’emergenza Covid, sì che sarebbe stato un “coraggio creativo”. Qualche pastore o qualche “profeta” ci hanno provato