San Gennaro, il doppio omaggio di Chiesa e Stato all’esagerazione di «’O miracolo»

Siamo immersi nel presente. Tutti. Lo siamo sempre stati, è nella natura del genere umano, il presente e al massimo un futuro di breve termine: la lungimiranza è un lusso, bisogna stare bene, pancia piena e al riparo dalle intemperie. Solo allora si può pensare a organizzarsi per quello che sarà, altrimenti è primario fronteggiare le necessità.

Il rito dell’ampolla è lo specchio di Napoli

Se questo è vero ovunque, immaginate in questa città dove mai nessuno ha fatto sconti, dove chi arriva prende e se ne va in cambio di qualche vaga promessa e un po’ di pane. Anche questa è una triste tradizione alla quale non si viene meno neppure oggi, ai tempi dei social network e del reddito di cittadinanza.

E allora, ci si potrebbe legittimamente chiedere, che ci azzecca ‘o miracolo? Che posto può occupare nella frenetica materialistica positivista edonistica esistenza contemporanea, fatta di centottanta caratteri e di jingle di pochi secondi, di slogan tagliati con l’accetta e di sondaggi settimanali, la trascendenza di un fenomeno religioso e intimo, di un atto di fede profondo e recondito? Nessuno, infatti. Perché non potrebbe esserci errore maggiore che provare a comprendere il miracolo di San Gennaro e il suo significato per la città secondo l’aspetto religioso, che pure esiste ed è di enorme valore. Ma senza la valutazione seria e attenta dell’esagerazione, ogni tentativo di interpretazione sarebbe incompleto.

Perché il tratto fondamentale è quello: l’esagerazione. Il fatto in sé è esagerato: ampolle di sangue più volte analizzato, metri cubi di documenti, man mano che progredisce la scienza si misura col fenomeno e non riesce a spiegarlo, i grumi che si sciolgono, la commozione della natura che si piega all’inspiegabile a giorni fissi e al cospetto di una città intera. Ed esagerata è l’aspettativa, preghiere e insulti, paura ed emozione per la minaccia legata al mancato scioglimento, le disgrazie che porterà, come fosse una perenne pendenza. Esagerate le urla ed esagerato il sollievo, perché tutto tornerà come prima, è vero, ma almeno non si dovrà temere che la città si sgretoli sotto gli incerti piedi dei suoi abitanti.

Siamo convinti che la colpa sia del vulcano, anche del sentimento di ferma fede e di traballante paura che accompagna il miracolo. La montagna immutabile ma con la minaccia costante che porta con sé, e se una montagna è viva, se può azzerare il mondo con la propria rabbia nulla può esserci di stabile, di prevedibile. La lava che scorre nelle vene della montagna e il sangue raggrumato delle ampolle sono la stessa cosa, lo stesso sentimento, eppure sono l’opposto: una fa la grazia di restare ferma sottoterra, l’altro fa la grazia di sciogliersi prendendo su di sé il pericolo del futuro. Il sangue di Napoli comincia dal Vesuvio e termina sotto i piedi di San Gennaro, che non a caso secondo la leggenda fermò l’eruzione con una benedizione.

Ecco perché davanti al miracolo tutte le componenti della città devono essere presenti. L’anima stessa del popolo, per una volta collettivo, per una volta non fatto di individui poco disposti a collaborare, per una volta consapevole di se stesso, lo pretende. Non è una festa, è un giudizio sospeso. Tutti, politici, forze dell’ordine, rappresentanti dello Stato se vogliono correttamente svolgere il proprio ruolo in questo strano territorio devono esserci, in abito scuro o alta uniforme, e penare nell’attesa, il caldo ancora univoco a far sudare, la crescente tensione.

‘O miracolo è questo: la pena di un’attesa. Forse il motivo per cui resta, attraverso le epoche, così emblematico della città e del popolo è proprio l’apparente contraddizione della suspense di qualcosa che in fondo è perfettamente iterativo, ripetitivo a data fissa eppure incerto quanto di più sarebbe impossibile. È il motivo del rapporto da figli ribelli che abbiamo col nostro santo, un padre che si maledice e si chiama costantemente in aiuto, che può forse salvarci ma, volendo, anche affossarci senza pietà.

Quel panno bianco che conferma alla gente che il sangue si è sciolto è peraltro un simbolo di per sé. Lo sventola il capo della Deputazione, che non è un sacerdote ma solo il rappresentante dell’organismo che fa da collegamento, sin dal medio evo, tra il fenomeno religioso e il sentimento popolare. Una delegazione nella quale tradizionalmente sono rappresentati tutti i sedili, i quartieri della città. Mentre il vescovo si raccoglie in preghiera e parla col Santo, il popolo sventola una bandiera di gioia e si lascia andare a una festa che è anzitutto di sfrenato sollievo.

E i politici, anche quelli più ferocemente contrapposti, anche quelli che si parlano poco e con difficoltà, si scambiano un fugace sorriso.

Perché anche stavolta è andata bene.