San Francesco Saverio

«Talmente grande è la moltitudine dei convertiti che sovente le braccia mi dolgono, tanto hanno battezzato...», scriveva il più grande missionario dell'epoca moderna nonché patrono delle missioni, san Francesco Saverio (1506-1552), il cui esempio può essere un potente antidoto in tempi di crisi per la fede

San Francesco Saverio (1506-1552) è considerato il più grande missionario dell’epoca moderna. Riscoprire il suo esempio può quindi essere un potente antidoto in tempi di crisi per la fede e quasi di vergogna nell’annunciare Cristo. Anche perché lo stesso percorso spirituale del gesuita spagnolo reca traccia di una straordinaria conversione interiore.

Era nato da una famiglia nobile della Navarra e cresciuto cristianamente. Dopo aver iniziato lo studio della teologia a Parigi, però, si mostrò più attratto dalla vita mondana piuttosto che dai richiami del Signore. Fu l’incontro in collegio con Ignazio di Loyola a smuoverne lentamente il cuore, a partire proprio da un insegnamento di Gesù: «Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima?», gli ripeteva spesso sant’Ignazio.

L’iniziale avversione verso questi ammonimenti fraterni si trasformò poi in gratitudine, come testimoniò Francesco: «Ti ringrazio, o Signore, per la provvidenza di avermi dato un compagno come questo Ignazio, dapprima così poco simpatico». Il suo profondo mutamento culminò nel voto fatto il 15 agosto 1534 a Montmartre assieme a Ignazio e altri cinque compagni. Da questo nucleo, pochi anni dopo, sarebbe nata ufficialmente la Compagnia di Gesù. Tratti distintivi del nuovo istituto erano: lo slancio all’annuncio di Cristo e la promessa di recarsi ovunque il papa avesse indicato. Il desiderio di partire per la Terrasanta dovette essere accantonato per la guerra tra Turchi e Veneziani. Ma quegli uomini di fede non rimasero certo inoperosi e furono tra i principali animatori della Riforma cattolica.

Lo spartiacque nella vita di Francesco fu il 1541, quando Ignazio lo scelse per una missione nelle Indie Orientali al posto di un compagno che si era ammalato. Dopo 13 estenuanti mesi di viaggio per mare arrivò a Goa, colonia portoghese, dove iniziò il suo apostolato tra gli infermi e i prigionieri. Venne presto chiamato «padre buono». Andava in giro con un campanello per attirare i bambini e insegnare loro il catechismo. In quest’opera di evangelizzazione si fece aiutare da interpreti per tradurre nelle lingue indigene le più importanti preghiere e verità di fede. Fondò chiese e scuole, raggiungendo i vari villaggi a piedi o a bordo di piccole barche. Il numero di conversioni fu enorme. «Talmente grande è la moltitudine dei convertiti che sovente le braccia mi dolgono, tanto hanno battezzato e non ho più voce e forza di ripetere il Credo e i comandamenti nella loro lingua», scriveva.

Predicò poi in Malesia e nell’arcipelago delle Molucche (Indonesia). Sperimentò vari pericoli e difficoltà, da cui usciva fortificato con la preghiera e l’offerta della sofferenza a Dio. L’incontro con il giapponese Anjiro – che aveva lasciato la patria per un delitto commesso e, pentitosi, si era convertito al cristianesimo – spinse Francesco ad andare in Giappone. Pur tra le ostilità dei bonzi, con l’aiuto di Anjiro la predicazione del santo riuscì a far sorgere una viva comunità cristiana. Scrisse che «dinanzi al gran numero delle persone che venivano a rivolgerci domande e a discutere, la mia gioia e la mia consolazione furono tali che mi sembra di poter dire in tutta verità che mai in vita mia sia stato altrettanto felice». Il successivo progetto di diffondere il messaggio di Cristo in Cina fu fermato dalla polmonite. La malattia lo portò alla morte sull’isola di Sancian, al termine di dieci anni di missioni in cui si stima che battezzò 30 mila persone.

Nel XVIII secolo questo campione di Dio venne scelto come protettore di tutto l’Oriente. Nel 1927 fu nominato patrono di tutte le missioni assieme a santa Teresa di Lisieux.

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