Salvare l’uomo dalla prepotenza della tecnica

Se  non vogliamo rimanere vittime delle tarde manifestazioni della nostra modernità (le tecnologie della vita umana, la biopolitica, la spaventosa crisi di senso che sta attanagliando l’occidente, il ritorno di uno statalismo pervasivo e contrario a ogni libertà a cominciare dalla libertà di mercato, l’irresponsabilità nei confronti della fragilità nostra e dei nostri simili, tanto per citarne alcune), dobbiamo guardare soprattutto al suo patrimonio migliore e tentare di riconciliarlo con le radici greche e giudaico-cristiane che, in gran parte, lo hanno reso possibile.  

Le epoche “tarde” hanno sempre qualcosa di malinconico in se stesse; sentono la propria fine come imminente e tuttavia non si rassegnano a passare. Di qui un certo “manierismo” che le contraddistingue, il replicarsi in esse di modi di pensare ancora capaci di tenere la scena e raccogliere consensi, ma pressoché privi di qualsiasi impulso vitale. La tarda modernità, nella quale ci troviamo a vivere, sembra esasperare questo senso di malinconia. Da una quarantina d’anni si proclama “postmoderna”, quindi sorpassata, già morta, ma nel contempo irreversibile; i suoi vessilli di progresso, libertà e giustizia sono diventati vuoto appannaggio dell’ideologia politicamente corretta, mentre sul fronte opposto hanno ripreso a risuonare in modo tronfio parole come Dio, patria e famiglia; immigrazione, crisi economica e crisi demografica la stavano mettendo con le spalle al muro quando improvvisamente è arrivata la pandemia. Colpo di grazia? Forse sì e forse no. Sta di fatto che ciò nonostante la nostra modernità resiste, non si rassegna a passare. Perché?

La risposta più ovvia potrebbe essere la persistenza della sua potenza tecnica, l’unica cosa che resta del suo sogno di universale emancipazione morale e politica. Ma io propenderei per una risposta diversa: la nostra modernità non passa, perché  il suo patrimonio fatto di conoscenza, libertà, dignità, pluralismo, tolleranza, al pari di quello del cosiddetto mondo “classico”, semplicemente non può passare. A tenerla in vita è precisamente questo patrimonio, non la sua potenza tecnica, né quella delle sue declinazioni ideologiche più in voga, le quali, come ho già detto, possono raccogliere ancora larghi consensi, ma sono ormai prive di ogni impulso vitale. Ciò vale sia per le cianfrusaglie populiste sia per quelle politicamente corrette. E’ stata proprio la pandemia a mostrarne l’inconsistenza, rimettendo tragicamente al centro la realtà, diciamo pure, l’umana fragilità quindi i nostri doveri sociali da un lato, e dall’altro il rischio di una saldatura tra potere politico, tecnico ed economico mai vista in precedenza, con l’intento di garantire a tutti, non la libertà, vero fine della politica direbbe Lord Acton, bensì la salute.

Se dunque non vogliamo rimanere vittime delle tarde manifestazioni della nostra modernità (le tecnologie della vita umana, la biopolitica, la spaventosa crisi di senso che sta attanagliando l’occidente, il ritorno di uno statalismo pervasivo e contrario a ogni libertà a cominciare dalla libertà di mercato, l’irresponsabilità nei confronti della fragilità nostra e dei nostri simili, tanto per citarne alcune), dobbiamo guardare soprattutto al suo patrimonio migliore e tentare di riconciliarlo con le radici greche e giudaico-cristiane che, in gran parte, lo hanno reso possibile.
E’ perché non siamo capaci di operare questa grande “conciliazione” che la nostra modernità ci mostra oggi soprattutto le sue patologie. Anziché valorizzarne la pluralità, le ambivalenze, le aperture e, soprattutto, le autocomprensioni meno astiose nei confronti della tradizione, specialmente di quella religiosa, ne abbiamo fatto una sorta di monolite, dove risuonano ancora parole importanti come libertà, autodeterminazione, diritti individuali, ma che di fatto è sempre più in balia del suo potere fattosi politico-economico-tecnologico, quindi sempre più potente e prepotente, ma proprio per questo anche più esposto al rischio che a sbaraccarlo possano essere, se non gli uomini, le cose stesse.

Ciò che voglio dire, in estrema sintesi, è che non c’è soltanto la modernità antireligiosa che oggi conosciamo così bene; il nesso tra secolarizzazione e privatizzazione della morale e della religione è tutt’altro che scontato; la sacrosanta rottura dell’unità tra legge religiosa, civile e morale, che regnava nell’antichità, con buona pace di Weber, Heidegger o Carl Schmitt, non significa necessariamente ridurre ognuna di queste dimensioni della legge a pura “decisione”; il pluralismo, tanto per fare un altro esempio, non è detto che debba confondersi con il relativismo. Anche gli illuministi scozzesi, Hume in testa, anche Vico, Tocqueville, Rosmini o Lord Acton sono “moderni”; moderna è anche la libertà religiosa; moderni sono anche gli assetti dello stato liberaldemocratico e la crescente importanza che, a tutti i livelli, è andata assumendo la persona umana; moderna infine è anche una ragione appassionata per la realtà e per la verità, vero antidoto a ogni superstizione, anche a quelle più pericolose di tutte: il dispotismo e il relativismo.

Quanto alla tradizione, il supporto che essa può dare a quest’altra modernità di cui stiamo parlando non sta certo nel suo organicismo comunitario, bensì, sempre per fare qualche esempio, nella teoria platonico-aristotelica del potere limitato e del “regime misto”, nell’importanza dell’educazione come via per raggiungere l’eccellenza, nella concezione della natura e della natura umana ancorata all’idea di un telos, che possa rappresentare anche un limite all’enorme potere acquisito dall’uomo grazie alla tecnica.
Purtroppo non possiamo dire che la nostra tarda modernità sia consapevole dei vantaggi che potrebbero venirle da questi supporti “tradizionali”. Al contrario. Li erode in continuazione, sulla base di una comprensione ideologica di se stessa che la sta condannando inesorabilmente al tramonto. Che tristezza.