Ruini: «La morte non è l’ultima parola. Testimoniamo la risurrezione»

Stralci dall’intervista del cardinale al mensile Tempi. «E poi c’è l’“anima”, anche se oggi non è di moda parlarne, nemmeno purtroppo tra i teologi.

Perché la morte non sia l’ultima parola e la preghiera un mero rito consolatorio, occorre testimoniare la resurrezione di Cristo e riscoprire il vero senso della libertà. Sono alcuni degli spunti di riflessione forniti dal cardinale Camillo Ruini nell’intervista a Tempi che apparirà sul numero di aprile (qui per abbonarsi). «Sono tempi in cui, anche inconsapevolmente, viene alla luce l’agostiniana sete di Dio», spiega Ruini che racconta come si possa «mettere a valore» anche la triste, e per alcuni tragica, esperienza di questi mesi. Riportiamo di seguito le prime due risposte del cardinale alle domande di Tempi.

La situazione attuale ha certamente messo tutti di fronte a un fatto con cui la nostra società fatica a rapportarsi: la morte. I racconti che vediamo sui giornali provenire dagli ospedali o quelli che ci giungono dalla cerchia di parenti e amici sollevano una serie di domande che lei nell’intervista al Tg2 ha così sintetizzato: «Con la morte finisce tutto? Oppure la morte è un passaggio, che è doloroso, drammatico, ma è verso la vita?». Lei crede che la nostra società sia in qualche modo “impreparata” a rispondere a questi interrogativi? 

Ormai da molti anni si parla di “rimozione” della morte, un fenomeno sociale e culturale che caratterizza il nostro tempo. La morte diventa cioè socialmente insensata, perde il suo significato e la sua valenza simbolica. Io stesso, nella mia lunga vita, ho potuto toccare con mano alcune fasi di questa vicenda: ad esempio, quando ero ragazzo i parenti stretti di un defunto portavano per almeno sei mesi il lutto, oggi nessuno pensa più a qualcosa del genere. Tanto meno, per conseguenza, la nostra società è orientata a pensare a un eventuale “dopo”. Così, quando muore una persona giovane, per esempio in un incidente stradale, ci ribelliamo contro quella che ci appare un’assurdità. Direi dunque che la nostra società è davvero impreparata a rispondere alla domanda: con la morte finisce tutto? O forse meglio: la nostra società porta dentro di sé la triste impressione che sia proprio così, che la morte sia semplicemente la fine.

Che compito hanno allora i cristiani in questo frangente storico?

All’inizio i cristiani concepivano se stessi come i testimoni della risurrezione di Gesù di Nazaret: questa era la missione anzitutto degli apostoli ma più in generale dei credenti in Cristo. Questo rimane anche oggi il compito fondamentale dei cristiani, sebbene il contesto storico sia molto diverso: i primi cristiani testimoniavano qualcosa che avevano sperimentato direttamente, noi siamo chiamati a testimoniare qualcosa che abbiamo a nostra volta ricevuto dalla testimonianza della Chiesa, in una catena ininterrotta che risale agli apostoli. Si tratta comunque di una catena solida, come era solida l’esperienza diretta dei primi testimoni. Naturalmente per testimoniare bisogna anzitutto credere: dobbiamo quindi chiedere al Signore il dono di una fede profonda. Testimoniare, inoltre, non è solo una questione di parole: alle nostre parole deve corrispondere la nostra vita, in particolare la disponibilità a porci al servizio degli altri. Aggiungo che con la morte non cessiamo di esistere in attesa di risorgere: c’è infatti in noi qualcosa che non muore e che chiamiamo “anima”, anche se oggi non è di moda parlarne, nemmeno purtroppo tra i teologi.