Rosario Livatino beato, il decreto del papa per il «giudice ragazzino» ucciso dalla mafia

Completato il processo avviato nel 2011. Il magistrato, la cui vicenda ha ispirato anche un film del 1994, fu massacrato nel 1990 mentre era alla guida della sua auto

Sarà proclamato beato il giudice Rosario Livatino, assassinato ad Agrigento il 21 settembre 1990, all’età di 37 anni, dalla mafia. Il decreto che proclama «il giudice ragazzino» (così è anche conosciuto il magistrato) è stato promulgato da papa Francesco dopo un’udienza con il prefetto per la Congregazione dei Santi, cardinale Marcello Semeraro. La Chiesa ha riconosciuto il martirio dei Livatino «in odium fidei». «Viene riconosciuto il martirio del Servo di Dio Rosario Angelo Livatino, Fedele laico; nato il 3 ottobre 1952 a Canicattì (Italia) e ucciso, in odio alla Fede, sulla strada che conduce da Canicattì ad Agrigento (Italia), il 21 settembre 1990» recita il provvedimento.

Livatino venne assassinato quando ricopriva il ruolo di giudice penale del tribunale di Agrigento. In precedenza aveva ricoperto per dieci anni il ruolo di sostituto procuratore nella stessa città siciliana. I killer gli tesero l’agguato mentre era al volante della sua auto in una zona di campagna; il giudice aveva provato a scappare per i campi ma lì i sicari della mafia l’aveva raggiunto e freddato. Dell’omicidio fu testimone oculare Pietro Nava, un agente di commercio che casualmente assistette all’aggressione e che da allora è costretto a vivere sotto tutela in una località segreta. La definizione di «giudice ragazzino» scaturisce da una frase dell’allora presidente della repubblica Francesco Cossiga che definì in quel modo alcune «toghe» che si stavano occupando di inchieste sulla mafia. Cossiga, anni dopo avrebbe smentito che quelle parole fossero riferite a Livatino. «Il giudice ragazzino» è comunque il titolo di un film del 1994 (registra Alessandro Di Robilant, protagonista Giulio Scarpati) che racconta la vicenda.

La profonda fede cattolica di Livatino era nota. La causa di beatificazione venne avviata dalla diocesi di Agrigento nel 2011 al culmine di una raccolta di prove cominciata nel 1993. La documentazione era stata inviata in Vaticano nel 2018. La prova del martirio «in odium fidei» del giovane giudice siciliano, secondo fonti vicine alla causa, è arrivata anche grazie alle dichiarazioni rese da uno dei quattro mandanti dell’omicidio, che ha testimoniato durante la seconda fase del processo di beatificazione e grazie alle quali è emerso che chi ordinò quel delitto conosceva quanto Livatino fosse retto, giusto e attaccato alla fede. I mafiosi lo definivano un «santocchio» (un bigotto) perché frequentava assiduamente la parrocchia di San Domenico.

Un anno fa, il Papa aveva parlato del giudice Rosario Livatino come di «un esempio non soltanto per i magistrati, ma per tutti coloro che operano nel campo del diritto: per la coerenza tra la sua fede e il suo impegno di lavoro e per l’attualità delle sue riflessioni». Come aveva deciso Benedetto XVI per don Pino Puglisi, il riconoscimento del martirio porta direttamente alla beatificazione, senza bisogno che sia riconosciuto un miracolo per intercessione del candidato, ed è un altro segnale importante della Chiesa contro la mafia. Francesco, del resto, lo aveva sillabato solennemente nella Piana di Sibari, il 21 giugno 2014: i mafiosi «che adorano il male» sono «sco-mu-ni-cati». Lo stesso Bergoglio avena ricordato, l’anno scorso, che Giovanni Paolo II incontrò i genitori del magistrato il 9 maggio 1993, poco prima di rivolgere il suo celebre anatema contro i mafiosi nella Valle dei Trempli, ad Agrigento.