Roma, i reparti covid collassano e i malati ancora positivi vengono trasferiti negli hotel

Proprio come a marzo, il sistema non regge l'urto della ripresa. Oggi pomeriggio cento pazienti verranno trasferiti dai gli ospedali covid Columbus e Umberto I all'Hilton Airport di Fiumicino. E nei Pronto Soccorso della Capitale i sospetti contagiati vengono "ospitati" nelle ambulanze ferme

In questo weekend saranno attivati oltre cento posti letto in più per i malati di coronavirus in via di guarigione ma che devono continuare a stare in isolamento, per evitare la diffusione del contagio. Una cinquantina di pazienti saranno trasportati all’Hilton Airport nello scalo aereo romano nel pomeriggio di sabato 10 ottobre e altrettanti raggiungeranno Fiumicino domenica mattina. Questo perché i due ospedali Covid, Columbus e Umberto l, dai quali si imbarcheranno i pazienti, non bastano più. Rischiano il collasso.

Complice l’impennata della curva dei contagi e il conseguente aumento dei ricoveri, le ambulanze restano bloccate in Pronto soccorso con i pazienti con sospetto Covid 19 a bordo. E in qualche Dipartimento di Emergenza, come in quello del San Camillo, manca persino lo spazio di sicurezza tra i malati con codice rosso (a rischio di morte).

Insomma, si replica, su scala capillare, il copione del marzo scorso. E crescono, con il numero degli asintomatici portatori del virus, le insidie per le persone sane. La Regione ha annunciato il raddoppio dei drive in e venerdì ne ha aperti due. Sempre venerdì ha pubblicato il bando per far eseguire i tamponi anche ai medici di famiglia e ai pediatri che, su base volontaria, aiuteranno a smaltire una domanda eccezionale che riesce a essere soddisfatta solo dopo ore di fila anche di notte per quanti c’è la fanno a resistere.

A presidiare i centri Covid negli hotel sarà il personale dei dipartimenti di prevenzione delle Asl, quello delle Unità speciali Covid (Uscar), animate dai medici di base, oltre ai dipendenti dell’albergo.
La convalescenza da coronavirus può durare anche un mese. I pazienti devono stare lontani da casa per non contagiare familiari e vicini. Quando saranno aperti altri ospedali Covid dotati di Pronto soccorso? Fino a quando l’Umberto l e il Columbus potranno reggere l’onda d’urto montante dei contagi? Sono le domande che ripetono medici e infermieri della prima linea, gli stessi considerati eroi fino a qualche mese fa. E tutti indicano la chiusura del Pronto soccorso di Aprilia, in queste ore, dopo la diffusione del contagio a quindici tra medici e infermieri.

“Bisogna attrezzarsi per fronteggiare un virus che sembrava domato ma che, invece, sta rialzando la testa e le zampe”, ammonisce il vicepresidente dell’Ordine dei medici di Roma, Pier Luigi Bartoletti. Il personale c’è. Nel marzo scorso sono stati assunti 2.200 infermieri a tempo indeterminato e altri 2.000 a tempo determinato. Le risorse finanziarie non mancano. Va cambiata l’organizzazione. Rimodulata sullo scenario nuovo. In altri termini, indica Bartoletti, “occorre misurarsi con i focolai domiciliari e non più solo con cluster nei centri sanitari come le Rsa”. Di più: bisognerebbe impadronirsi della capacità di “tracciare” i malati con test tempestivi. Ogni Asl ha il suo numero verde poi ciascuna si muove come crede e come può. Manca ancora la pronta tracciabilità: se, fatto il tampone, il referto arriva dopo cinque giorni, si bloccano per lo stesso tempo famiglie, scuole e altre comunità. Un altro cavallo di Frisia davanti alla speranza e alla locomotiva della ripresa.