Rischio recessione, le misure allo studio per la ripartenza

La richiesta di più investimenti pubblici e gli interventi diretti nei settori più esposti

È presto per tentare un bilancio dei danni che il coronavirus sta infliggendo all’economia globale. Non lo è per prendere atto che quest’ultimo choc arriva su un tessuto indebolito e in difficoltà tanto nell’area euro che, ancora di più, in Italia. Da qualche giorno è diventato chiaro che il rischio di una nuova recessione nel Paese — sarebbe la quarta dalla crisi finanziaria del 2008 — non può più essere liquidato come del tutto improbabile. . Oggi l’export verso la Cina vale ogni anno lo 0,7% del Pil per l’Italia, quasi l’uno per cento per la Francia e quasi il tre per cento per la Germania, stima Axa. Un prolungarsi della crisi sanitaria non può che sforbiciare profondamente la crescita in Europa. Sono poi dei giorni scorsi gli allarmi per i problemi delle catene di fornitura dall’Asia all’Europa nell’automobile, la meccanica e l’elettronica. Niente in questo quadro può sostenere una ripresa degli investimenti e dell’industria in Europa nel breve periodo. Ma niente lascia presagire una reazione rapida e coordinata dei principali governi: Berlino è paralizzata dalla crisi della Cdu, il partito della cancelliera Angela Merkel; in Francia il presidente Emmanuel Macron deve gestire l’impopolarità dell’intervento sulle pensioni; a Roma invece la maggioranza sembra ogni settimana sul punto di disfarsi, dunque è concentrata solo su sé stessa

Una recessione, nella definizione di scuola più diffusa, è un calo del prodotto lordo (Pil) per due trimestri di seguito. In questo la Francia e ancora di più l’Italia sono già a metà strada: nei giorni scorsi è emerso che entrambi i Paesi a sorpresa hanno fatto segnare una caduta del Pil, rispettivamente di 0,1% e di 0,3%. Per l’economia transalpina hanno pesato sicuramente gli scioperi e le proteste di piazza contro la riforma delle pensioni proposta dal governo. Per l’Italia, la spiegazione è in gran parte nel malessere dell’industria e i dati di ieri su una riduzione dei suoi ritmi produttivi in dicembre non fanno che confermarlo. Tendenze simili, almeno sull’ultimo mese del 2019 persino più accentuate, si notano anche in Francia e in Germania. L’industria tedesca è in profonda recessione, mentre la Spagna resta la sola grande economia dell’area euro a mantenere una sia pur lieve crescita dell’attività.

Tutto questo è assodato oggi, ma naturalmente avveniva prima degli eventi negativi dell’ultimo mese: la frenata — o il congelamento — di interi settori degli scambi a causa del coronavirus, di pari passo alla difficoltà che Bruxelles sta incontrando nell’ottenere dalla Casa Bianca i segnali di tregua che cerca da tempo sul commercio.

Germania e Spagna

L’industria tedesca è in profonda recessione. Nell’area euro solo la Spagna in lieve crescita

Entrambi i fattori rischiano di prolungare la recessione industriale dell’area euro, malgrado il parziale recupero della fiducia dei manager (Pmi manifatturiero) segnato in gennaio in Germania, Francia e Italia. Il coronavirus in questo non poteva arrivare a un momento peggiore. Il panico per l’epidemia ha iniziato a diffondersi proprio in coincidenza del Capodanno cinese, falcidiando le vendite soprattutto nel settore della moda e del lusso. Per tutti i principali marchi italiani e francesi la Repubblica popolare, Hong Kong e Macao valgono nel complesso un quarto dei fatturati o più, e per ora il loro giro d’affari nell’area per il 2020 non arriva a un terzo dei livelli di un anno fa. Proprio ieri Moncler ha fatto sapere che il calo del traffico per il suo marchio in Cina è dell’80%, dunque rinvierà progetti e investimenti per tagliare i costi. Altre grandi case di moda sicuramente seguiranno. Oggi l’export verso la Cina vale ogni anno lo 0,7% del Pil per l’Italia, quasi l’uno per cento per la Francia e quasi il tre per cento per la Germania, stima Axa. Un prolungarsi della crisi sanitaria non può che sforbiciare profondamente la crescita in Europa. Sono poi dei giorni scorsi gli allarmi per i problemi delle catene di fornitura dall’Asia all’Europa nell’automobile, la meccanica e l’elettronica.

Più subdoli i timori sul commercio, ma anch’essi stanno frenando gli investimenti. Ursula von der Leyen, neopresidente della Commissione Ue, aveva riservato il 4-5 febbraio per un vertice alla Casa Bianca con Donald Trump per arrivare a una distensione sui dazi. Quella era la data prevista dalle due parti, secondo quattro fonti vicine alle trattative. Il fatto che quella data sia passata ma l’incontro non ci sia stato fa capire come la minaccia di guerra commerciale fra Europa e Stati Uniti siano più difficile da disinnescare di quanto gli europei pensassero. Secondo un osservatore qualificato, Trump avrebbe sostanzialmente lasciato cadere per ora i tentativi di Bruxelles di mettere a punto un’agenda dei colloqui.

Niente in questo quadro può sostenere una ripresa degli investimenti e dell’industria in Europa nel breve periodo. Ma niente lascia presagire una reazione rapida e coordinata dei principali governi: Berlino è paralizzata dalla crisi della Cdu, il partito della cancelliera Angela Merkel; in Francia il presidente Emmanuel Macron deve gestire l’impopolarità dell’intervento sulle pensioni; a Roma invece la maggioranza sembra ogni settimana sul punto di disfarsi, dunque è concentrata solo su sé stessa. Ma proprio l’Italia, con più debito pubblico, più disoccupati e un Pil più in caduta, è l’economia più esposta d’Europa in questo terribile inizio di 2020. Il governo ha annunciato misure per le imprese giovedì, ma lo stato dei conti non permette operazioni incisive nell’immediato. Sarebbe già qualcosa, per i partiti in Parlamento, evitare di spaventare ancora di più consumatori e investitori con l’ennesima zuffa sul ponte del Titanic.