Riflessi sempre vivi del mistero dell’incarnazione

Le figure di Sant’Ignazio e del beato Rosmini nella devozione al Preziosissimo Sangue di Gesù

Immaginate, in base alla traslazione aristotelica, sant’Ignazio di Loyola e il beato Antonio Rosmini inginocchiati ai piedi della Croce sul Golgota in adorazione e con il calice in mano, nell’atto di raccogliere le sante gocce di acqua e sangue che fuoriescono dal costato di Cristo. Riverbero e metafora della devozione al Preziosissimo Sangue di Gesù, a cui la Chiesa universale dedica tutto luglio, fissando la festa liturgica al primo del mese. La circostanza colloca il dies natalis dei due giganti della fede, devotissimi al Preziosissimo Sangue, uno nell’explicit del mese, il 31 luglio — memoria liturgica di sant’Ignazio (1491-1556) — e l’altro nell’incipit, il 1° luglio, memoria del beato Rosmini (1797-1855). L’aspirazione devozionale al Sangue di Gesù, a versare il proprio sangue per la gloria del Padre e la salvezza dei fratelli, nei secoli è stata raccomandata da Pontefici e dottori della Chiesa. Certamente essa ha trovato nel sacerdote romano san Gaspare del Bufalo (1786-1837) il vero e più grande apostolo di questa devozione.

Invece storicamente i Pontefici che ne hanno determinato il riconoscimento universale sono stati Papa Benedetto XIV che ne fissò la Messa e l’Ufficio in onore del Sangue adorabile del Salvatore divino, e il beato Pio IX, che nel 1849 con il decreto Redempti sumus — per adempiere un voto fatto a Gaeta — ne estese la festa liturgica alla Chiesa universale, fissandola alla prima domenica di luglio; più tardi, nel 1914, san Pio X la spostò al 1° luglio; poi nel 1933 Papa Pio XI, a ricordo del diciannovesimo centenario della Redenzione, elevò la festa a rito doppio di prima classe; successivamente, con la lettera apostolica Inde a primis (30 giugno 1960), san Giovanni XXIII ne spiegò il significato e ne approvò le litanie. In seguito san Paolo VI (1969), sulla scorta della riforma liturgica post-conciliare unificò la festa del Preziosissimo Sangue e quella del Corpus Domini nella forma straordinaria del rito romano. Ora, dopo questa breve parentesi storica circa la devozione cristiana per antonomasia, l’anima del cristiano dovrebbe essere penetrata fino all’ultimo dal pensiero della salvezza che Gesù Cristo le ha acquistato col suo sangue prezioso.

Così come descritto nell’affascinante e nel contempo sconcertante ultimo libro della Bibbia, l’Apocalisse di san Giovanni: «Hai riscattato per Dio con il tuo sangue uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazioni» (Apocalisse, 5, 9). Loyola e Rosmini le due anime elette unite in una sublime devozione. E proprio perché la loro vita è stata sostenuta dallo spirito del sangue dell’Agnello, entrambi hanno potuto vivere l’esperienza descritta nell’Apocalisse, di «quelli che sono vestiti di bianco» (Apocalisse, 7, 13). Negli Esercizi spirituali di sant’Ignazio sono frequenti i richiami al Santissimo e Preziosissimo Sangue e Corpo di Gesù. Tant’è che l’incipit del testo è caratterizzato dalla presenza dell’orazione Anima Christi (“Anima Christi, sanctifica me. Corpus Christi, salva me. Sanguis Christi, inebria me. Aqua lateris Christi, lava me. Passio Christi, conforta me. O bone Jesu, exaudi me. Intra vulnera tua absconde me. Ne permittas me separari a Te. Ab hoste maligno defende me. In hora mortis meae voca me, et jube me venire ad Te, Ut cum Sanctis tuis laudem Te In saecula saeculorum. Amen”). Supplica invocativa e timone della forza redentrice dell’eucaristia. Anche se la preghiera non fa parte degli Esercizi spirituali, come sottolineò alla fine del XVI secolo padre Fabiano Quadrantino: «Tale orazione così devota e propria di nostra Compagnia… è bene collocarla integralmente in qualche posto, affinché col passare del tempo non scompaia» (Mhsi, mi, Directoria, 760,15).

Lo spirito dello spargimento del sangue permea anche le numerose Lettere di sant’Ignazio, il grande maestro del discernimento: in esse i rimandi del santo spagnolo al sacrificio di Gesù per la redenzione sono frequenti e incalzanti, «…membra di Gesù Cristo, riscattati con tanti dolori e obbrobri e con il suo stesso sangue» (agli studenti di Coimbra, 7 marzo 1547). E anche Rosmini, dietro le quinte della vita, nutriva la sua preghiera con la devozione del Preziosissimo Sangue di Gesù. E morì il 1° luglio, festa del Preziosissimo Sangue. Il suo profondo attaccamento a questa devozione è testimoniato anche dal fatto che in diversi punti delle Costituzioni dell’Istituto della Carità egli raccomandi ai suoi religiosi: «Fra gli atti di pietà, dovremo amare grandemente l’offerta del nostro sangue con quello di Gesù Redentore. E desideriamo che tale offerta sia fatta spesso, specialmente dai presbiteri della Società e dai Prepositi, soprattutto se sono Pastori della Chiesa … l’offerta non deve essere solo una formula esteriore …» (762). Inoltre Rosmini indica sia ai religiosi sia ai fedeli il momento più opportuno per compiere tale atto di pietà cristocentrica: «Tutti i sacerdoti la rinnovino privatamente offrendo e consumando il sacrosanto sacrificio della Messa, e così pure i laici nella comunione» (763). Si tratta di un esercizio di pietà che richiede impegno ascetico di vita interiore e lavoro spirituale per l’acquisto di solide virtù. Il Rosmini sul significato teologico e religioso della devozione al Preziosissimo Sangue fonda lo spirito del suo Istituto della carità: non a caso esso vede la luce al Sacro Monte Calvario di Domodossola, in Piemonte, un luogo dedicato alla passione e morte di Cristo.

Ma il capolavoro di amore, l’opera d’arte di meditazione del Preziosissimo Sangue di Gesù di Rosmini porta il titolo di Jesu Christi Passio; si tratta di un volumetto di orazioni e pensieri spirituali che il roveretano ha utilizzato fin da giovane con gli amici milanesi Giovanni Boselli e Francesco Bonetti, contenente anche alcuni scritti rivisti di santa Maddalena di Canossa (1774-1835). In particolare esso contiene «Le Commemorazioni ed i Riflessi — spiega Rosmini in una lettera indirizzata alla santa — che esprimono l’immagine della carità, che è appunto quella di Cristo che arriva fino al sangue. Questo è quel carattere che veramente deve formare specialmente i fratelli della carità, i quali si propongono di spendere se stessi nelle opere caritatevoli verso gli altri». (Epistolario Ascetico, 1911, pagina 61). Da qui il consiglio di Rosmini di offrire tutti i giorni (tra diverbi, incomprensioni, indifferenze, prepotenze e sofferenze) il proprio sangue in unione a quello di Cristo, affinché non venga sparso indarno, ma piuttosto sia mezzo e occasione di redenzione per la nostra anima e quella di chi ci sta vicino, o comunque in relazione. Al termine di queste riflessioni sul mese di luglio, che la Chiesa dedica al Sangue Preziosissimo di Gesù, emerge prepotentemente il sempiterno messaggio della Passione di Cristo, origine di ogni bene che intesse di eternità la nostra coscienza. Affidarsi a due pietre miliari del cristianesimo come sant’Ignazio e il beato Rosmini significa vivere l’esperienza liturgica, incarnandola appieno quale riflesso vivo del mistero dell’incarnazione, imago Dei.