Ricoveri Covid in Italia, oggi pazienti più giovani e meno gravi: merito di cure migliori e diagnosi precoci

Oggi l’età media dei ricoverati per coronavirus si è abbassata e le cure sono migliori: si guarisce di più. Ma i casi gravi nelle rianimazioni sono identici a quelli della prima ondata

C’è una buona notizia fra le tante cattive prodotte dalla riemersione prepotente del Covid 19. I ricoveri nei reparti al di fuori delle rianimazioni durano circa la metà rispetto alla fase critica di marzo/aprile, la maggior parte delle prognosi sono fauste, l’età dei pazienti si è abbassata, elemento che favorisce la guarigione (qui l’ultimo monitoraggio).

Occupazione letti

Nel quadro negativo dell’attuale scenario 3 tendente al 4 (che nello studio dell’Istituto superiore di sanità prevede rischi di tenuta del sistema sanitario nel medio periodo), col numero dei casi che salgono in modo esponenziale ogni settimana, l’avvicendamento dei ricoverati è più veloce. Dunque la capacità di occupazione dei letti è raddoppiata. La degenza dura la metà grazie alla precocità della diagnosi, alla minore severità della malattia, alla più bassa età dei pazienti e al miglioramento delle cure.

Malattia identica

Mancano dati nazionali ufficiali però le testimonianze dei medici impegnati nelle strutture di prima linea, infettivologia e rianimazione, hanno la stessa traccia. «La malattia non è diversa da quella di marzo. Chi entra con polmonite adesso è in relative, buone condizioni. In alcuni casi c’è un peggioramento però abbiamo in mano la ricetta magica», è l’osservazione di Nicola Petrosillo, infettivologo dello Spallanzani, dove a febbraio vennero ricoverati i primi due malati con Covid, una coppia di cinesi in viaggio in Italia per turismo.

Ricetta magica

La ricetta magica è la terapia basata su cortisone, eparina (per prevenire le embolie polmonari) e ossigeno. «Non è il disastro della scorsa primavera – non dispera Petrosillo – Le terapie intensive sono state ampliate e siamo più bravi nel trattare in reparto i casi con i caschi dell’ossigeno ed evitare il ricorso alla ventilazione meccanica invasiva». Si è abbassata l’età dei degenti.

L’identik

Ecco l’identikit dei più gravi secondo Andrea Gori, infettivologo, policlinico di Milano di nuovo sotto pressione: 55-60 anni, presenza di fattori di rischio soprattutto ipertensione, diabete e obesità. «Sono identici ai malati della prima ondata. Dall’altra abbiamo i pazienti passati dal pronto soccorso con sintomi lievi o di media gravità che siamo in grado di seguire con una buona prognosi. Molto diverso dallo scorso marzo quando venni avvertito di 50 ricoverati che non respiravano e non eravamo preparati. L’attenzione era concentrata su quelli con insufficienza respiratoria gravissima, gli altri li vedevamo in ritardo e quindi la malattia aveva un decorso peggiore. Oggi la mortalità è decisamente più bassa, le persone sopra gli 80 anni stanno a quanto pare mantenendo un comportamento molto saggio, l’auto lockdown», spiega Gori. In pratica viene data «risposta tempestiva a tutti quelli che hanno la prospettiva di una buona prognosi e che durante la prima ondata arrivavano già gravi e dunque avevano un decorso peggiore». Al San Martino di Genova Matteo Bassetti, a capo delle malattie infettive, vede positivo: «La grande differenza è la durata dell’ospedalizzazione. Si è dimezzata».

Più guarigioni

«Ogni giorno abbiamo diverse guarigioni – legge la lista dei degenti Bassetti – oggi ad esempio abbiamo appena rimandato a casa 15 pazienti. Il ricambio accelerato permette di assistere più persone. La media di un ricovero è di 7-9 giorni rispetto ai 15-17 della fase precedente. C’è la netta sensazione di affrontare la malattia in modo diverso». È cambiato anche l’approccio: l’atteggiamento è quello di utilizzare mascherine e caschi di ossigeno nei reparti di malattie infettive per evitare il passaggio dei malati in rianimazione e alle cure di ventilazione invasiva (respiratori meccanici, intubazione).

Dall’università Federico II di Napoli risponde dopo due giorni di telefonate a vuoto Ivan Gentile, primario di malattie infettive: «Siamo in difficoltà, il reparto Covid ha 18 letti e abbiamo 27 ricoverati perché abbiamo fatto spazio. C’è fame di posti, qui a Napoli. Per noi è il primo, vero impatto con l’epidemia». Non c’è molto di diverso sul piano dell’espressione della malattia. La percentuale dei casi gravi è la stessa, a non farcela sono i più anziani già colpiti da altre patologie. I giovani ne escono: «Abbiamo pazienti di tutte le età, dai 30 ai 70 anni, anche donne in gravidanza. Il problema è riuscire a dimettere chi non ha bisogno di cure e potrebbe andare a casa o in alloggi dove trascorrere la quarantena. Non sempre c’è l’alternativa».

x eroi

Ad essere mutato è l’atteggiamento nei confronti dei medici. Non più visti come eroi in camice bianco. Gentile non si sorprende del voltafaccia: «Adesso la gente tende ad attribuirci la responsabilità di non esserci preparati a sufficienza. Non apprezzano i nostri sforzi. Eppure molti dei miei colleghi sono già in crisi per la fatica psicologica e fisica nel sostenere questi ritmi».