Riaperture, l’epidemiologa Bisceglia: «Premature. Il coprifuoco? Va mantenuto»

Lucia Bisceglia: «L’Inghilterra ha vaccinato durante un lockdown strettissimo e ha riaperto solo dopo averne visto i risultati». Necessario in Italia continuare a «rispettare le regole e non pensare che sia finita». «Noi italiani non abbiano ancora visto gli effetti della vaccinazione sulla mortalità e sui ricoveri ospedalieri. Certamente questi numeri così alti sono il risultato dell’accumulo dei casi positivi nelle settimane scorse».

«È prematuro riaprire in questa situazione. Non sembra che l’epidemia abbia tolto il freno dall’acceleratore, specie nelle regioni del Sud. Però non vivo in un altro mondo e capisco che bisognava dare un segnale». Lucia Bisceglia — epidemiologa — fra due settimane verrà eletta presidente della Associazione italiana di epidemiologia. Così commenta le riaperture annunciate dal premier Draghi.

Dunque non era giunto il momento, secondo lei?

«Il quadro epidemiologico non è così stabile da consentire un allentamento in tempi brevi. Non solo. Al Sud si va verso un peggioramento, dal Lazio in giù non sono da prevedere settimane facili».

Quali sono i segnali più preoccupanti?

«L’indice di replicazione del virus, l’Rt, era sceso. Ora Puglia, Calabria, Sicilia, Sardegna, Campania e Basilicata, sono finite sopra l’unità. Significa che i contagi sono in progressione».

È pessimista?

«Non vorrei esserlo. Mi unisco a tutti coloro che confidano in un miglioramento. È un auspicio corale che però non pare sostenuto dai dati. Ci stiamo avvicinando all’ora x del 26 aprile in uno scenario tutt’altro che propizio».

Si riferisce alla sanità che è di nuovo in grande affanno?

«I posti letto in ospedale in quattordici regioni sono occupati oltre la soglia limite (al 39% anziché al 30% nelle terapie intensive). L’incidenza in generale è scesa ma siamo sempre a 160 casi ogni 100 mila abitanti. Ecco non stiamo proprio benone».

Altri dubbi?

«La discesa dei casi non è omogenea. Le differenze sono dovute al sistema delle zone a colori che non hanno favorito un cammino uguale per tutti. Una distribuzione così eterogenea non ha facilitato delle scelte nazionali, che devono valere in ogni parte d’Italia».

E adesso come si fa a mantenere il controllo dell’epidemia senza dover tornare indietro?

«Non sono una sostenitrice delle zone eppure ritengo che bisognerà essere pronti a cogliere sul nascere i segnali di allerta per intervenire e, se necessario, tornare indietro a livello locale».

I vaccini non aiuteranno?

«Noi italiani non abbiano ancora visto gli effetti della vaccinazione sulla mortalità e sui ricoveri ospedalieri. Certamente questi numeri così alti sono il risultato dell’accumulo dei casi positivi nelle settimane scorse».

Gli inglesi però ce l’hanno fatta.

«La differenza con l’Inghilterra è profonda. Londra ha portato avanti la campagna vaccinale durante un lockdown strettissimo e per riaprire ha aspettato che il 30% della popolazione fosse immunizzata. Così è stato anche in Israele».

Hanno avuto il vantaggio di poter fare subito scorte di dosi.

«Nei due Paesi che hanno ottenuto i risultati migliori la campagna di vaccinazione è avvenuta durante severe chiusure. Non dico sia necessario fare come loro e mi rendo conto quanto sia importante avere una prospettiva».

Però?

«Bisogna essere sicuri di riaprire dopo aver messo in campo tutte le forze per prevenire situazioni a rischio con interventi precoci. Sarà fondamentale disporre di protocolli stringenti per le attività che ripartono. Una volta dato il via va assolutamente evitato di tornare indietro e di subire una quarta ondata».

Mantenere il coprifuoco alle 22 è sensato?

«Sì, funziona da deterrente. Introduce a livello psicologico un segnale d’allerta. Il coprifuoco ricorda i comportamenti individuali da tenere e che non siamo al liberi tutti. Se alle 22 devi essere a casa, gestisci gli spostamenti, eviti gli incontri non necessari».

Favorevole al pass?

«No. Avere il pass può indurre la sensazione di avere una protezione assoluta. Non è così».