Recovery Plan, un piano per la nuova tecnocrazia

Gran parte dei circa 192 miliardi di euro attesi sono destinati ad obiettivi ben diversi da quello sanitario: 74,3 miliardi per la “transizione verde e rivoluzione ecologica”, 48,7 miliardi per la “digitalizzazione e innovazione”, addirittura 17,1 miliardi per la “parità di genere”; solo 9 per la sanità. E' un errore? No, un disegno, volto a creare un nuovo ordine economico in Europa. Che società sarà, infatti, quella voluta dai vertici Ue della “neutralità climatica” fra qualche decennio? Una società in cui tutte le principali attività economiche e sociali saranno stabilmente spostate dallo spazio fisico a quello digitale, “tracciate”, “profilate”, controllate attraverso il Web, affidate alla gestione di pochi, enormi gruppi impenditoriali semi-monopolisti, ai quali i poteri politici e le amministrazioni pubbliche delegheranno stabilmente tutti i principali servizi.

Nella bozza del governo sulla ripartizione dei fondi stanziati per il cosiddetto Recovery Plan, elaborata nei giorni scorsi, ha suscitato molta impressione il fatto che gran parte dei circa 192 miliardi di euro attesi (che, ricordiamo, sono in parte prestiti destinati ad ampliare il debito pubblico nazionale) sarebbero destinati ad obiettivi ben diversi da quello sanitario: 74,3 miliardi per la “transizione verde e rivoluzione ecologica”, 48,7 miliardi per la “digitalizzazione e innovazione”, addirittura 17,1 miliardi per la “parità di genere”; contro i soli 9 miliardi previsti per l’area della sanità, che teoricamernte dovrebbe essere la base di ogni discorso di ricostruzione. Sconcerta, poi, ancor più il fatto che su quelle somme si stiano già riversando appetiti politico-partitici apparentemente del tutto estranei ai fini dichiarati dell’iniziativa: come appare chiaro dal duro confronto in Consiglio dei ministri su chi dovrà coordinare la gestione dei fondi, e dai successivi riposizionamenti del presidente del Consiglio Conte.

Ma il problema fondamentale evidenziato dal piano presentato sta, come si diceva una volta nel linguaggio degli intellettuali à la page, “a monte”. Il Recovery Plan – o, per usare il nome originario e completo, Next Generation Europe – è infatti un progetto dell’Unione europea le cui intenzioni fin dall’inizio vanno ben oltre quella di riparare i danni economici e sociali della pandemia da Covid nei paesi membri. Anzi, possiamo dire che il Covid rappresenta per i suoi ideatori – in primo luogo la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e l’asse franco-tedesco dell’Unione, sostenuto dai paesi “frugali” del Nord del Continente – una buona occasione per imporre una decisa accelerazione ad un processo di riconversione economica già teorizzato e perseguito: un mercato a guida dirigista saldamente guidato da un’autorità politica centrale sovranazionale, indirizzato verso grandi gruppi e settori imprenditoriali, sostenuto da governi nazionali e Ue e ad essi legato attraverso una robusta dose di sussidi e incentivi.

Il progetto non è neutrale, né puramente di servizio, ma si ispira ad una visione molto chiara di ciò che l’economia e la società europee dovranno diventare nei prossimi decenni, a sua volta espressa in un piano complessivo molto ambizioso: il Green New Deal, o Green Deal europeo, cioè la “tabella di marcia” approvata dall’Unione per la grande riconversione dell’economia continentale in senso “verde” e sostenibile, in primo luogo riguardo alle emissioni di Co2 e all’uso delle risorse ambientali, fino ad arrivare nel 2050 alla “neutralità climatica”.

Sulla base di tale programma, la stagnazione economica e sociale prodotta dalle politiche di lockdown adottate da molti tra i principali paesi dell’Unione per rallentare la diffusione del coronavirus si configura, agli occhi delle classi politiche e dirigenti Ue, addirittura come uno snodo propizio per innestare e consolidare un nuovo ordine economico imperniato su minori consumi e spostamenti, da instaurare attraverso una imponente digitalizzazione, la razionalizzazione di produzione, distribuzione e servizi, una generale ristrutturazione di impianti e infrastrutture.  Un ordine che ponga fine ad un’economia di mercato troppo “disordinata”, ad una concorrenza “indisciplinata”, ad una crescita “sporca”, propiziando una società “docile” ad essere plasmata da forme di programmazione sconosciute dopo la fine dell’epoca della pianificazione socialista o keynesiana.

Che società sarà, infatti, quella voluta dai vertici Ue della “neutralità climatica” fra qualche decennio? Una società in cui tutte le principali attività economiche e sociali saranno stabilmente spostate dallo spazio fisico a quello digitale, “tracciate”, “profilate”, controllate attraverso il Web, affidate alla gestione di pochi, enormi gruppi impenditoriali semi-monopolisti, ai quali i poteri politici e le amministrazioni pubbliche delegheranno stabilmente tutti i principali servizi. Una società abitata da un “capitalismo della sorveglianza” radicale, in cui il rischio d’impresa e l’autonomia degli operatori economici saranno drasticamente ridimensionati, e lo stesso lavoro, nella forma in cui ancora lo conosciamo, sarà ridotto ad una componente residuale, riservata nella sua forma stabile e “affluente” ai ceti dirigenti, e sostituito per il resto da un mix di precariato estremo connesso alle rapide evoluzioni della gig economy e redditi minimi di sopravvivenza erogati dalle istituzioni pubbliche ad una ormai stabile maggioranza di popolazione improduttiva.

Si tratta di un modello che rappresenta una saldatura/mediazione tra l’economia delle corporations big tech occidentali imperniate sul nucleo propulsivo di Silicon Valley e il capitalismo autoritario-paternalista-tecnocratico di impronta cinese. Un modello che introduce a un’epoca nuova in cui non soltanto il lavoro e la competizione, ma anche la democrazia liberale occidentale verrebbe in pratica archiviata, o quanto meno ridimensionata e “silenziata” – pur rimanendo formalmente in vigore – in favore di sistemi politici iper-accentrati, gerarchici, fondati su poteri governativi sostanzialmente commissariali.

In questa linea di tendenza, in cui anche l’ispirazione ambientalista e il chiodo fisso della “sostenibilità” appaiono come strumenti funzionali a una gigantesca operazione di ridisciplinamento sociale, la distribuzione dei fondi del Recovery Plan appare niente affatto arbitraria o stravagante, ma, al contrario, razionalmente ordinata a un fine ben preciso, nel quale rientrano anche gli “anelli deboli della catena” come l’Italia: anzi, rientrano a maggior ragione, in quanto le maggiori loro difficoltà di sviluppo economico e di bilancio rendono più agevole uno scambio, nei rapporti tra potere nazionale e Unione, tra un relativo allentamento dei vincoli finanziari e l’aumento, fin quasi appunto al commissariamento, dei vincoli di governance, attraverso la sempre più sistematica subordinazione delle priorità economiche e infrastrutturali alla programmazione della Commissione.

Le politiche di emergenza giustificate con la presenza del Covid e il Recovery Plan, insomma, si inseriscono rigorosamente all’interno di una grande visione ideologica che le classi dirigenti Ue intendono imporre sul piano politico e su quello culturale: quella di un continente socialmente e civilmente “neutralizzato”, in “modalità risparmio energetico”, retto da una ristretta élite di “sapienti” paterni e materni, che sopravvive così, con rilevanza assai ridotta, in un mondo globalizzato in cui i poteri maggiori non sono ormai più prevalentemente né occidentali né liberaldemocratici. Benchè presentata da dette classi dirigenti come un futuro roseo, una tale propsettiva appare chiaramente, a ben guardare, come una distopia: una riduzione del continente ad una condizione di “vita vegetativa”, una opzione anti-vitale, la esorcizzazione para-autoritaria di una decadenza vista come inevitabile.

All’interno di questo schema si colloca poi la specifica variante italiana, quella a cui punterebbe il governo Conte, in un clima di accentuata competizione interna alla sua maggioranza: l’interpretazione degli stanziamenti Ue come l’ennesima occasione, nella nostra politica nazionale, per distribuzione di fondi pubblici “a pioggia” a progetti ed enti di comodo, nati soprattutto per l’accaparramento dei fondi stessi, destinati quindi inevitabilmente a non esercitare alcun effetto benefico sulla crescita dell’economia, ma anzi a renderla sempre più dipendente da una mentalità assistenzial-clientelare. E, ovviamente, si inserisce la contesa per la spartizione di tali risorse a cordate economiche e sociali “amiche”, affiliate a questo o a quello.

Ma tali sono le nostre abituali miserie, che la classe politica italiana inserisce “guicciardinianamente” con abilità nelle pieghe di tornanti della storia molto più grandi ed inquietanti: uno sprazzo di commedia dell’arte.