Recessione, resistono le città del Sud, ma soffrono Torino, Venezia e Genova

Chiamarla ripresa sarebbe temerario. È un ritorno alla normalità incerto, parziale, ma misurabile. Nelle città italiane gli abitanti hanno iniziato a entrare nei negozi, frequentare i luoghi del tempo libero, si stanno riaffacciando sui luoghi di lavoro e sono meno assenti di prima dalle stazioni dei treni o della metropolitana. Le ultime rilevazioni di Google sulla mobilità, ricavate dalla tecnologia che fa funzionare i navigatori, mostrano un’Italia che prova a rimettersi in cammino dopo il lockdown. Dieci giorni fa, la frequentazione di bar, ristoranti, centri commerciali o musei era del 35% sotto alla normalità pre-epidemica; ma a metà aprile era crollata di quasi il 90%. I dati sulla frequentazione di uffici, fabbriche o cantieri sono molto simili e gli snodi del trasporto in comune – dopo un azzeramento quasi completo – sono risaliti a meno 45% rispetto al 23 febbraio.

L’Italia si rialza dolorosamente, ma non lo sta facendo ovunque con pari fatica. Uno studio commissionato dall’Associazione nazionale dei comuni italiani (Anci) a Cerved, l’azienda leader in Italia per la sua banca dati sui bilanci delle imprese, mostra una geografia della recessione che inverte alcuni dei riflessi tradizionali del Paese. Nelle recessioni di solito l’Italia del Sud perde terreno rispetto al Nord. Questa volta qualunque conclusione sarebbe prematura. Ma l’analisi di Cerved per Anci («L’impatto di Covid-19 sullo stato di salute delle città metropolitane») mostra che i territori urbani più colpiti sono a Nord, mentre le aree di recessione relativamente meno profonda sembrano essere a Sud. Anche nello scenario meno negativo, fra le 12 maggiori città italiane l’impatto economico più drammatico nel 2020 dovrebbe concentrarsi su Torino (caduta del reddito del 14,4%, a causa del settore auto), Venezia (meno 13,8% per il turismo) e Genova (meno 12,5% per il commercio internazionale). Gravissima ma meno pesante invece la contrazione a Catania (meno 9,4%), Bari (meno 10,6%) o Reggio Calabria (meno 11%). Milano, in questo, è allineata al capoluogo calabrese.

Cerved avverte però che questo è il meglio che possa accadere quest’anno: una caduta del prodotto lordo del 12,7% nel Paese (dell’11,8% nelle città metropolitane) è lo «scenario soft». Ce n’è poi un secondo nel quale nuove fasi di lockdown anche meno stringenti si associano a una gestione non sempre efficace della ripartenza. In quel caso, avverte Cerved, l’economia può cadere del 18% quest’anno e poi mettere a segno un rimbalzo parziale che a fine del 2021 lascia il Paese molto sotto ai livelli del 2019.

Queste sono solo ipotesi. Certo è invece l’impatto diversificato di Covid-19, dovuto all’esposizione delle varie grandi città ai settori più esposti alla pandemia: trasporti, moda, logistica, ospitalità e ristorazione fra gli altri. Cerved calcola che in Italia 3,5 milioni di persone a febbraio lavoravano in aree di specializzazione travolte dagli effetti del virus. Si tratta del 42% degli occupati di Venezia, del 41% di quelli di Messina, quasi il 37% di quelli di Torino e il 29% di quelli di Milano. La falcidie nell’occupazione potrebbe essere solo agli inizi. «Sicuramente i settori di impresa più esposti al rischio di calo del fatturato caratterizzano in particolare alcune città del Nord», nota Antonio Decaro, sindaco di Bari e presidente dell’Anci. «Ma credo che nel 2021 molti settori quasi compenseranno le perdite del 2020. Le città devono impegnarsi a investire nel digitale, nell’economia verde, nell’agricoltura urbana, in modo da diventare più resilienti».