Realtà testarda, il virus fa breccia nel muro di segreti e bugie del regime

Ideologia e mancanza di trasparenza. Il caso cinese

Uno degli addentellati più curiosi della vicenda del coronavirus riguarda la mancanza di trasparenza del governo cinese. Abbiamo scoperto che il presidente a vita Xi Jinping, il cui pensiero – non dimentichiamolo – è parte della Costituzione, ha mantenuto segreta per molti giorni la vicenda del virus, salvo poi cercare di recuperare fornendo i dati scientifici alla comunità internazionale, anche se sulle dimensioni del contagio permangono ancora dei dubbi. Da sempre le dittature vivono di segreti e menzogne e, spesso, come si vede nella splendida serie “Chernobyl”, il segreto danneggia soprattutto chi lo vuole mantenere. Eppure, insieme alla delazione, la segretezza fino all’omertà e la menzogna pubblica sono tratti inconfondibili e necessari di ogni sistema ideologico e autoritario, se non totalitario. Perché, però, questo legame necessario tra tali regimi e l’inutile mancanza di trasparenza? Perché non riescono a farne a meno, anche quando non conviene?

Si dirà che è banalmente la conservazione del potere che fa ricorrere a segreti e menzogne. Temendo che qualcuno possa contestare chi manovra, si evita qualunque contatto. Ciò è senz’altro vero: funziona così anche nei democratici sistemi occidentali, dove la menzogna è caratteristica bipartisan, spesso esercitata soprattutto da chi è al governo per difendere, giustificare, mantenere realtà che sfuggono di mano. Ma il mantenimento del potere negli stati democratici può avvenire anche in modo trasparente, e in ogni caso una certa quantità di trasparenza è assicurata dal sistema di informazione, spesso indipendente. Il legame tra governo e menzogna sovente accade, ma non è necessario.

Si dirà ancora che tale legame si trova nella presenza di una “causa”, di un’ideologia, che si pone più in alto dei singoli esseri umani e alla quale i singoli esseri umani possono essere sacrificati. Com’è noto, si può ricorrere a questo sistema della “causa più grande” in qualsiasi campo, spesso – in misura minore – anche in famiglia e in azienda. La teoria politica l’ha trasformata addirittura in una locuzione fissa: ragion di stato. Ma, ancora una volta, quest’ultima è sempre stata utilizzata anche al di fuori delle ideologie e nell’esempio cinese di adesso, come nelle tremende dittature e nei totalitarismi del secolo scorso, non c’è una grande novità. Tuttavia, le cause più alte, anche quelle ideologiche, non sempre necessitano di menzogne. Si possono chiedere sacrifici per la “grande causa” anche in modo trasparente come avvenne nel celebre discorso di Churchill durante la battaglia d’Inghilterra nella Seconda guerra mondiale.

Che cosa rende assolutamente inevitabile quel legame con la mancanza di trasparenza tipico di questi regimi, se non bastano il mantenimento del potere e l’ideologia? Per creare un nesso biunivoco e necessario tra menzogna e potere occorre aggiungere qualcosa al mantenimento del potere e “alla causa più grande”. L’elemento che occorre aggiungere, ben giustificato dalla filosofia hegeliana e marxiana, è l’idea dell’avanguardia, dell’élite che conosce la direzione “giusta” della storia. È questa élite che sa come andranno a finire le cose ed è solo all’interno di essa che la verità, soprattutto se spiacevole, può essere detta. Quando poi tale élite si concentra nell’unica figura del capo, incarnazione del medesimo divenire della storia, finisce ogni dialogo, anche ristretto, e non occorre altro che una cieca adesione all’unico interprete del cammino della storia, anche se essa fosse destinata a scontrarsi con tutti i dati della realtà.

“Ma la realtà è testarda” diceva il diavolo rappresentato da Michail Bulgakov ne Il maestro e Margherita, spiegando agli scettici che non ci si può opporre per sempre al riconoscimento dei fatti in nome delle ideologie, nemmeno se esse sembrano verosimili. La testardaggine della realtà si è affacciata la scorsa settimana in Cina. Come Chernobyl, il coronavirus rischia di essere la breccia per la quale i fatti del reale, e il loro misterioso ma potente appello a essere riconosciuti come veri, s’incuneano dentro le menti abituate a una burocrazia strutturalmente mentitrice. Quando Gorbaciov utilizzò la parola “trasparenza”, parve semplicemente un aggiornamento dei soliti vecchi sistemi. Invece, fu l’inizio della fine del regime perché l’ideologia muore non appena la realtà traspare.