Rapporto Oms sull’origine del virus, cosa sappiamo e perché l’Occidente non si fida ancora della Cina

Gli Stati Uniti denunciano la «mancanza di trasparenza e collaborazione cinese». Gli ispettori chiedono una «Fase 2 di indagine». Pechino risponde: «Indagate all’estero»

Un anno e mezzo dopo il primo allarme, i sospetti, le accuse, le teorie complottiste, c’è un rapporto di 120 pagine sull’origine del Sars-CoV-2, il coronavirus che ha diffuso la pandemia. Lo hanno compilato 34 scienziati, 17 inviati dall’Organizzazione mondiale della sanità e 17 cinesi.

Ma la pubblicazione ha subito riacceso lo scontro politico tra l’Occidente e Cina, con un commento denso di sospetti scritto da Washington, i dubbi inattesi del direttore generale dell’Oms e una risposta sdegnata da Pechino.

Una sola constatazione certa: sono ancora molto più numerose le domande irrisolte rispetto alle risposte nette. Non sappiamo dove si sia verificato il primo caso di Covid-19 e come il nuovo virus si sia insinuato nell’organismo umano. Il documento dell’Oms diffuso a Ginevra ha affrontato le quattro ipotesi: 1) trasmissione diretta del coronavirus da una specie animale all’uomo; 2) salto attraverso una specie intermedia; 3) diffusione lungo la catena alimentare dei surgelati; 4) errore di laboratorio durante la fase di sviluppo di un virus.

Gli esperti internazionali a febbraio, alla fine della loro inchiesta a Wuhan, avevano già anticipato di ritenere «estremamente improbabile» che il Sars-CoV-2 sia stato isolato e poi sfuggito per un incidente dall’Istituto di virologia di Wuhan, il famoso e (per i complottisti famigerato) laboratorio dove si studiavano anche i pipistrelli. Come hanno ricavato questa «quasi certezza» i ricercatori dell’Oms? Discutendo con i colleghi cinesi e visitando la struttura a metà gennaio, quando finalmente sono stati ammessi a Wuhan per un’indagine durata un mese, comprese due settimane trascorse in una stanza d’albergo per la quarantena.

Lo scontro è ripreso. «Il quadro è parziale, le autorità cinesi non sono state trasparenti, non hanno cooperato fino in fondo, mancano dati cruciali», ha detto la portavoce della Casa Bianca. Subito l’Amministrazione Biden ha coalizzato un gruppo di 14 Paesi nella denuncia di ritardi e omissioni e invocato una Fase 2 di inchiesta in Cina. Tra i firmatari della dichiarazione del Dipartimento di Stato di Washington, i governi di Australia, Canada, Giappone, Gran Bretagna e Sud Corea.

Anche l’Unione Europea ha espresso le sue preoccupazioni, ma in forma più sfumata: «La missione è stata un primo passo utile», ma ha subito l’impatto negativo del ritardo nella partenza della ricerca sul campo e del «limitato accesso ai primi dati e campioni raccolti» a Wuhan all’inizio dell’epidemia.

Ha cambiato improvvisamente linea Tedros Adhanom Ghebreyesus, il direttore generale dell’Oms che nel gennaio del 2020 era andato a Pechino a congratularsi con Xi Jinping per la risposta efficace della Cina: durante la presentazione del rapporto, martedì 30 marzo, ha detto che bisogna tornare ad indagare, «tutte le ipotesi sono ancora sul tavolo», servono «dati più robusti».

«Se l’Oms crede di dover indagare ancora e non ha trovato niente sulle origini del coronavirus in Cina, è chiaro che deve spedire i suoi ricercatori in altri Paesi del mondo», afferma il ministero degli Esteri di Pechino. Per mesi le autorità cinesi hanno passato alla loro stampa notizie sull’individuazione di «tracce di coronavirus» negli imballaggi dei prodotti alimentari importati dall’estero, alimentando sospetti sui gamberetti sudamericani, il salmone scandinavo, le ali di pollo e le bistecche di manzo. C’è stata una segnalazione anche per gli imballaggi di componenti automobilistici spediti dalla Germania.

I ricercatori dell’Oms non hanno scartato l’ipotesi della contaminazione degli imballaggi, ma non hanno trovato prove che ci sia stato contagio. Valutano ancora «probabile» il passaggio diretto da un animale all’uomo e «molto probabile» il salto attraverso un animale intermedio. Non sono certi che il coronavirus sia partito dal mercato Huanan di Wuhan, dove si vendeva principalmente pesce, ma c’erano anche banchi di carne selvatica e gabbie con animali vivi. Il loro studio ammette la carenza di «raw data», dati grezzi sulle cartelle cliniche dei primi 174 pazienti individuati. «Ci hanno dato solo un riassunto», ha detto alla Reuters l’infettivologo Dominic Dwyer dal team Oms.

La parte cinese del team di indagine replica. «In base alla nostra legislazione, alcuni dati non potevano essere consegnati o fotografati, ma li abbiamo analizzati insieme ai colleghi stranieri a Wuhan e tutti hanno potuto vedere il database». E quel database segnala che dei 174 primi casi, registrati dai cinesi a partire dall’8 dicembre 2019, solo il 28% aveva un collegamento con il mercato Huanan; il 23% era passato attraverso altri mercati di Wuhan e il 45% non aveva «una storia di esposizione» ad alcun mercato. «Non c’è una chiara conclusione sul ruolo del mercato», si legge nel rapporto Oms.

I dati sono invece sufficienti per far concludere al professor Liang Wannian, capo del team cinese che ha affiancato passo dopo passo gli esperti internazionali: «Il lavoro in Cina è terminato, ora bisogna cercare risposte in altri Paesi, il mercato di Wuhan non è il luogo dove è stato individuato il primo caso di infezione». Secondo Liang (e secondo Pechino) bisogna investigare nella catena alimentare dei prodotti surgelati di importazione che venivano venduti nel mercato Huanan di Wuhan.

Il rapporto Oms indica sempre i pipistrelli come principali indiziati dell’insorgenza del coronavirus. Ma ammesso che il «colpevole» sia stato il pipistrello, bisogna continuare a studiare per identificare la specie intermedia che ha permesso al Sars-CoV-2 di entrare in contatto con il genere umano. Tra i sospetti c’è anche il pangolino. E gli esperti dell’Oms non si sbilanciano nemmeno sulla «nazionalità» dei pipistrelli. Si è molto parlato in questi mesi di paura e incertezze delle grotte dello Yunnan, lontane duemila chilometri da Wuhan, dove aveva fatto molte ricerche la professoressa Shi Zhengli dell’Istituto di virologia di Wuhan, soprannominata Bat Woman. Ma gli esperti dell’Oms dicono che i pipistrelli portatori del coronavirus potrebbero essere annidati in altri Paesi fuori dalla Cina e «il percorso potrebbe essere stato molto complesso».

Perché allora la prima esplosione dell’epidemia ha investito Wuhan? Dopo 16 mesi, 128 milioni di malati e 2,8 milioni di morti, il mondo aspetta ancora una risposta.