Questa Amazzonia spuntata in Europa

Negli ultimi venticinque anni sono cresciute foreste grandi come un Portogallo. Faccenda confinata alle curiosità turistiche, mentre trionfa la turlupinatura climatica globale

Non è per fare il negazionista climatico, ma ecco che veniamo informati dall’Economist: negli ultimi venticinque anni in Europa le foreste sono cresciute per un’estensione pari a quella del Portogallo. Bel colpo, si direbbe. Una boccata di ossigeno, a quanto pare. Un rinverdimento senza strepito che rinvia per un aspetto non minore l’apocalisse. La casa brucia, ma intanto crescono gli alberi e ci crescono in casa, a vista d’occhio. Si dovrebbe tenerne conto, di notizie come questa, così minori nel loro essere vicine alla realtà, percepita o meno che sia, e comportarsi di conseguenza, ridimensionare l’allarme, prenderla cautamente con i green plan, la stupida guerra contro automobili e aeroplani, l’ossessione dei pesticidi, della carne rossa, degli allevamenti. Invece no, la faccenda è confinata alle curiosità turistiche, trionfano peraltro bombe d’acqua, acque alte, caldo generato dal surriscaldamento e freddo anche quello da global warming, e tornado o vecchie dannose trombe d’aria per chi può, tremende carestie seguite da tremende inondazioni, tutto un apparato di balle, previsioni, modelli che alimenta il peggio della scienza, la sua pretesa di infallibilità e dunque la sua voglia di dominio sulle coscienze.

Non mi pare ci sia niente di più deprimente, e folle, di questa turlupinatura globale, così misteriosa nella sua espansione a macchia d’olio, nella sua capacità di indurre indottrinamento e paura, e nella sua propensione a mettere l’uomo, non quello vitruviano delle proporzioni umanistiche e alchemiche, semmai quello onusiano della magia nera, al centro non più della Rivelazione ma dell’Apocalisse. La rovina della terra antropogenetica passerà alla storia, perché ci sarà una storia anche dopo di noi che la viviamo, e qualcuno sano di mente dovrà documentarsi e scriverla, come una infezione parareligiosa delle menti, un tuffo credulo nell’incredulità: rinuncia alla fede e avrai chestertonianamente la ciarlataneria dispiegata.

Finché si è pensato che la natura ha una sua autonomia, i suoi cicli, può variare, impensierire, anche terrorizzare, può risultare chiara all’esperienza o misteriosa al pensiero, ma niente di nuovo sotto il sole, sotto mari fiumi pianure e montagne, finché la si è tenuta fuori dalle nostre beghe mentali, c’è stato spazio per non pensarsi sublimi, per non esercitare profezie a buon prezzo. Ora non più. Ci crescono intorno le foreste e ci sentiamo in debito di ossigeno. Dovremmo ripulire il pianeta molto sporcato dallo sviluppo e dalle sue maleducazioni inquinanti, invece vogliamo salvarlo, trasformarlo, cambiare lo stile di vita di chi lo abita, le acquisizioni di sempre, in nome del losco futuro che sta per accadere. E’ un altro modo postcristiano e se è per questo anche postpagano e postgiudaico per sentirci al comando, per espellere quello che ci trascende, per volatilizzare la realtà nei nostri incubi di dominio. E sono davvero stordito quando vedo che un sacco di persone intelligenti si fanno trascinare in questo abisso predittivo senza stare ad ascoltare, anzi spregiandoli, i pochi ma buoni scienziati e sorveglianti razionali che segnalano l’insania. Certe profezie hanno bisogno del bollino, si sottraggono alla logica discorsiva, alla sequenza dei fatti. Un’estate nel Rio delle Amazzoni e poi un autunno tra le belle foreste d’Europa, grandi come un Portogallo.