Quella coda infinita davanti a Pane Quotidiano e i numeri da fame della città

Quella coda infinita davanti a Pane Quotidiano e i numeri da fame della città

“Siamo stati la notizia del giorno perché una signora si è stupita e ha fatto un filmato. Ma noi ci siamo da 122 anni”, dice Luigi Rossi, vice presidente della onlus 

Una coda lunga quasi trecento metri ripresa con lo smartphone e postata sui social. Fa effetto a chi passa di lì ogni tanto e magari non se ne era mai accorto prima. Ma chi ha a che fare con la povertà tutti i giorni ed è abituato a dare una mano a chi non ce la fa non è stupito da quella marea di persone che si mette in fila ogni giorno per poter mangiare. “Siamo stati la notizia del giorno – dice Luigi Rossi, vice presidente della onlus Pane Quotidiano – perché una signora si è stupita e ha fatto un filmato. Ma noi ci siamo da 122 anni. Lavoriamo in modo silenzioso senza uffici marketing, né uffici stampa: 6 dipendenti, 160 volontari a rotazione. La coda c’è tutti i giorni, per noi è normalità, magari un po’ più corta ma c’è sempre”. Non è solo la pandemia, anche se le condizioni di marginalità sociale, nella ricca Milano, sono peggiorate.

Da qualche anno le persone che arrivano a Pane Quotidiano sono sempre di più. “Negli ultimi due mesi – conferma Rossi – tanti volti nuovi, abbiamo aumentato di un 8-10 per cento gli utenti abituali. E ci aspettiamo un aumento significativo a partire dalla prossima primavera. Quando finiranno gli ammortizzatori sociali e le varie forme di sovvenzione”. Pane Quotidiano, onlus fondata a Milano nel 1898, distribuisce 3.500 razioni alimentari al giorno. “Questi alimenti sono eccedenze che ci vengono date dalla aziende produttrici a titolo completamente gratuito. Pane Quotidiano è sopravvissuto a due guerre mondiali rimanendo sempre attivo, mentre la pandemia ci ha fatto chiudere durante il primo lockdown. Ma non abbiamo mai smesso la nostra attività solidaristica continuando a raccogliere le derrate alimentari e anziché donarle direttamente alle persone indigenti le abbiamo date alla Protezione civile e alla Croce Rossa”.

Chi non si mette in fila qui può contare su altri aiuti come gli Empori della Solidarietà, una rete di assistenza per fare la spesa. Numeri eloquenti:  dal Dpcm di ottobre sono aumentate del 45 per cento le persone che sono ricorse agli Empori,  arrivando a oltre diecimila dai seimila dell’autunno. E’ quanto è emerso dal report sugli effetti delle misure di contenimento del virus diffuso in occasione dell’apertura del decimo Emporio della Solidarietà in Diocesi, inaugurato a Rho dall’Arcivescovo Mario Delpini. Spiega Andrea Fanzago, responsabile Area povertà alimentare della Caritas ambrosiana, “gli Empori si sono rivelati un’essenziale rete di protezione per le famiglie impoveritesi durante la crisi sociale che è seguita alla pandemia di Covid 19”.

Il programma nei prossimi mesi è di implementare le rete con altre due aperture”. Alla povertà alimentare, e non solo, pensa anche QuBì, 23 reti che sul  territorio operano in 25 quartieri, coinvolgendo oltre 500 organizzazioni.  Il Comune fa la sua parte con nuove risorse statali. A Milano spettano oltre 7  milioni di euro di cui 700 mila euro destinati al nuovo Dispositivo di aiuto alimentare e altri 700 mila euro per incrementare questa misura, in caso si rendesse necessario. Con i restanti 5,879 milioni, invece, verrà finanziata una nuova tranche di buoni spesa da assegnare attraverso un secondo bando che verrà predisposto dall’Amministrazione  nelle prossime settimane. In totale, finora sono stati erogati 21.200 buoni spesa.

Un po’ perplesso sulla drammatizzazione delle code è a Gabriele Rabaiotti, assessore alle Politiche sociali e abitative del Comune: “Non voglio ridurre la questione, ma se aggiungiamo a una cosa già complicata una forma di allarme sociale penso che usciremo facilmente. La coda alle mense delle persone più fragili e in difficoltà ci sono sempre state, è innegabile che ci sia un aumento della richiesta ma nessuno ha gli strumenti per quantificare queste fragilità e vulnerabilità. Stiamo lavorando proprio per quelle situazioni e famiglie che sfuggono alla griglia di lettura dell’istituzione pubblica, perché stanno in città con una forma di invisibilità”.