Quel flop di Di Maio e Conte: la rotta ‘di lusso’ dei migranti

Il governo incapace di stringere accordi con la Tunisia: crescono i flussi verso l'Italia. Anche con mezzi all'avanguardia

L’inizio, e non solo, di questa estate targata 2020 sembra proprio dover fare i conti con il fenomeno dei flussi migratori provenienti dall’altra sponda del Mediterraneo. Il problema in realtà è apparso chiaro sin dai primi mesi dell’anno, quando già i numeri dei primi arrivi nelle coste italiane sono stati abbastanza imponenti. Solo lo stop dettato dall’emergenza sanitaria nazionale ha fermato per qualche periodo il flusso degli arrivi per poi avere un exploit preoccupante al termine del lockdown. In questa fase sono stati registrati dei numeri che hanno superato di gran lunga quelli dello scorso anno con riferimento allo stesso periodo. I migranti arrivati nelle nostre coste fino ad ora sono stati per la maggior parte di provenienza tunisina. Dalla Tunisia, i migranti riescono a partire e ad attraversare il Mediterraneo senza alcun controllo fino ad arrivare sulla terraferma di appartenenza allo Stato italiano. Alla fine del mese di luglio del 2020, dei 12.228 sbarcati, 4.354 sono tunisini.

I migranti arrivati nelle nostre coste fino ad ora sono stati per la maggior parte di provenienza tunisina. Dalla Tunisia, i migranti riescono a partire e ad attraversare il Mediterraneo senza alcun controllo fino ad arrivare sulla terraferma di appartenenza allo Stato italiano.

Alla fine del mese di luglio del 2020, dei 12.228 sbarcati, 4.354 sono tunisini. Questo conferma la pericolosità della situazione relativa alla rotta tunisina, difficoltà testimoniata anche dalla visita del 27 luglio del ministro dell’Interno Luciana Lamorgese a Tunisi. Dal Viminale sono emerse nei giorni scorsi non poche preoccupazioni, tanto che dalla sede del ministero c’è chi ha azzardato un paragone con la situazione in Albania nei primi anni ’90. Nella maggior parte dei casi, questi viaggi hanno come capolinea Lampedusa, poi ci sono quelli che, attraverso le imbarcazioni “fantasma”, si concludono nelle coste dell’agrigentino. E che in Tunisia stesse accadendo qualcosa di grave sul fronte migratorio lo si era capito in questa primavera. In quel periodo infatti si sono registrati due casi a distanza di poco tempo. Uno il 5 maggio scorso a Torre Salsa con una cinquantina di migranti e l’altro, a Palma di Montechiaro il 24 maggio. In quest’ultimo caso si era parlato all’inizio di circa 400 extracomunitari poi, dalla questura, hanno precisato che gli arrivati sarebbero stati all’incirca una settantina.

La rotta tunisina

Ma quali sono i porti dai quali prendono il via i viaggi della speranza? Sarebbero due i principali punti di partenza dai quali diverse centinaia di persone si mettono in viaggio per raggiungere l’Italia: Biserta e Sfax. La prima, posta a nord della Tunisia, si trova nel tratto compreso tra Cap Zebib e l’ex Promontorio di Apollo. Da qui, la meta finale è rappresentata dalle coste della provincia di Agrigento. La seconda, posta a sud, ha come porto finale quello di Lampedusa. La differenza tra le due rotte non è soltanto di carattere logistico ma ha un aspetto pratico soprattutto con riferimento al post sbarco.

Chi parte da Biserta, praticamente sostiene dei costi superiori rispetto a chi intraprende il viaggio da Sfax perché paga il prezzo della “libertà”.Biserta ha come punto di arrivo Agrigento e da lì, una volta arrivati, spesso in maniera “silenziosa”, ci si può sottrarre dai controlli e raggiungere altre mete. Al contrario invece, coloro che partono da Sfax, avendo come tappa obbligatoria Lampedusa, finiscono automaticamente sotto il controllo e l’identificazione operati dalle forze di polizia per essere poi accompagnati nelle strutture destinate all’accoglienza. Se poi riescono a scappare da questi posti è tutto un altro discorso da imputare alla combinazione di diversi fattori.

Gli sbarchi di lusso che partono da Biserta

Chi parte dalla zona Nord della Tunisia, paga un costo maggiore come detto prima per via di quelle che sono le caratteristiche della destinazione. Ma chi si appresta ad affrontare questa traversata paga anche il costo di un mezzo all’avanguardia rispetto ai barchini o gommoni utilizzati dalle organizzazioni criminali che accompagnano i migranti a Lampedusa. Da Biserta si parte anche con motoscafi nuovi o quasi e tenuti in ottime condizioni in modo tale da garantire sia l’arrivo sull’altra sponda del Mediterraneo di chi si è imbarcato sia la possibilità di navigare in modo silente. L’ultimo caso è quello che si è verificato mercoledì scorso sulla spiaggia di San Leone ad Agrigento. Spesso infatti queste rotte si concludono con l’approdo proprio nell’agrigentino oppure, come più volte riscontrato in alcune operazioni passate, nel trapanese. Qui i blitz Abiad e Barbanera svoltesi nel gennaio del 2019, hanno mostrato il peso di radicate organizzazioni criminali in questo tipo di sbarchi. Con gli inquirenti che, tra le altre cose, non hanno escluso connessioni con il terrorismo di matrice islamista

Perché si scappa dalla Tunisia

Era il 17 dicembre 2010 quando, dinnanzi la sede del governatorato di Sidi Bouzid, un giovane di nome Mohamed Bouazizi si è dato fuoco per protestare contro situazioni di vita precarie e senza prospettive. Da quell’episodio sono poi partite le proteste che, a cascata, hanno travolto prima il governo di Ben Alì e successivamente l’intero mondo arabo. Da qui è partita quella primavera araba che, nel 2011, ha provocato intensi terremoti politici in tutta la regione. Nella confinante Libia le conseguenze sono ancora ben evidenti, visto che il Paese da quell’anno è impelagato in una guerra civile senza fine.

In Tunisia la guerra non c’è, ma le cause scatenanti quella rivolta sono ancora ben presenti. In una popolazione molto giovane, l’alta percentuale di disoccupazione tra i cittadini che hanno meno di 40 anni è una piaga ad esempio che rischia di trasformare la società tunisina in una vera polveriera. Nelle province più interne soprattutto, la povertà e la disuguaglianza sono ancora ben latenti e ben lontane dall’essere considerate tra i problemi di vicina risoluzione. Per questo in tanti dalla Tunisia decidono di intraprendere i viaggi della speranza verso l’Italia. Ma il fenomeno emigratorio non è sempre così spontaneo. Negli anni una sempre maggior richiesta di partire verso le nostre coste, ha permesso il radicamento sul territorio di numerose organizzazioni criminali guidate dai trafficanti di esseri umani.

Anche per questo motivo è molto forte il rischio che, tra i migranti che poi arrivano in Sicilia, non ci sono soltanto disperati o giovani disoccupati, bensì anche persone che provano a fuggire dalla giustizia tunisina o che nel Paese nordafricano hanno già precedenti giudiziari gravi. Lo si è potuto vedere ad esempio con le operazioni Barbanera ed Abiad, portate a termine dalle forze dell’ordine nel trapanese nel gennaio del 2019. In quelle occasioni, gli inquirenti hanno rintracciato il trasferimento, tramite viaggi compiuti con imbarcazioni più costose e ben differenti dai più classici “barchini” di soluto utilizzati dagli scafisti, di personaggi dall’alta caratura criminale. E non è da escludere in tal senso nemmeno l’arrivo, sempre tramite i viaggi partiti dalle coste tunisine, di soggetti legati all’estremismo islamico. Nel 2017 ad esempio, il procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio ha espressamente dichiarato la possibilità che grazie al fenomeno degli sbarchi fantasma possano essere giunti dalla Tunisia alcuni terroristi. Del resto, il Paese nordafricano è tra quelli che nel corso degli anni ha fornito il più alto numero di foreign fighters, ossia combattenti stranieri, allo Stato Islamico durante gli anni di espansione dell’Isis tra Iraq e Siria.

La connessione tra scafisti tunisini e libici

Ma dalla Tunisia non arrivano più soltanto tunisini. Fino a qualche anno fa, la gran parte dei gommoni partiti dal Paese a noi dirimpettaio conteneva quasi esclusivamente cittadini tunisini che provavano la traversata del Mediterraneo. Da alcuni mesi a questa parte non è più così. Nel settembre 2019 è stato possibile riscontrare come, all’interno di alcuni barchini partiti da Lampedusa, fossero presenti anche persone di nazionalità subsahariana.

Queste ultime solitamente partono dalla Libia. È infatti questo Paese nordafricano a rappresentare storicamente il punto di raccolta per le persone che risalgano il Sahara. Anche negli sbarchi più recenti, oltre a cittadini tunisini sono stati registrati anche ivoriani ed altre persone di altre nazionalità dell’Africa subsahariana. Molto probabilmente, come alcuni report dei servizi segreti segnalavano già a settembre, le organizzazioni criminali libiche hanno stabilito connessioni con quelle tunisine. E questo perché in Libia, anche per via dei più aspri combattimenti che si stanno succedendo in Tripolitania, le condizioni per organizzare ulteriori partenze sono venute meno. Per l’Italia non è una buona notizia: se migliaia di migranti assiepati in Libia, e secondo gli ultimi report sarebbero almeno in ventimila, riescono ad arrivare in Tunisia,vuol dire che l’esodo verso le nostre coste potrebbe aumentare ulteriormente. Parte dell’attuale impennata di sbarchi di questo inizio 2020 è dovuta anche a questa grave circostanza.

L’incapacità dell’Italia di stringere accordi con la Tunisia

Come detto in precedenza, in Tunisia non c’è guerra. Al contrario, anche se il Paese ha spesso dovuto affrontare periodi di tensioni politiche e sociali dal 2011 in poi, ad ogni modo si può dire che a Tunisi uno Stato, a differenza che in Libia, esiste e ci sono dunque interlocutori con cui poter parlare. Eppure, negli ultimi mesi a fronte di un aumento di partenze dalle coste tunisine da Roma non sono state levate parole volte a richiamare la controparte ad una maggiore responsabilizzazione sul fronte migratorio.

Il problema è duplice: sussistono difficoltà sia ad interloquire per prevenire nuove partenze e sia per potenziare i meccanismi di rimpatrio dei migranti tunisini. Sul primo versante, le autorità di Tunisi per il momento sembrano poco incisive nel contrasto alle organizzazioni di trafficanti di esseri umani. Se centinaia di barconi sono riusciti a partire, vuol dire che i controlli non sono stati molto accentuati. Ma dall’Italia non sono giunte pressioni affinché il governo tunisino inverta la rotta e dia maggiore impulso al controllo dei propri litorali.

Sul secondo versante, tra Roma e Tunisi esistono accordi risalenti addirittura al 1998, più volte poi rinnovati nel corso degli anni. In particolare, secondo le ultime intese aggiornate al 2017, l’Italia dovrebbe trasferire almeno 40 cittadini tunisini a settimana nel Paese nordafricano. Tuttavia, questo spesso non avviene ed anzi con l’emergenza coronavirus il numero di rimpatriati si sarebbe drasticamente ridimensionato. Così come aveva dichiarato all’Agi nel luglio scorso il deputato tunisino Oussama Sghaier, il numero delle persone che il governo italiano sta rimpatriando è minore di quanto prevedono gli accordi: “I voli settimanali dei rimpatri dall’Italia spesso tornano con tanti posti vuoti”, sono le parole dell’esponente politico tunisino. Oggi la situazione sarebbe ancora più ingarbugliata. Lungo l’asse Roma – Tunisi il contesto è ancora più complicato a causa della recente caduta del governo tunisino. Infatti a metà del mese di luglio il premier Elyes Fakhfakh ha rassegnato le dimissioni aprendo una crisi politica che ha lasciato anche l’Italia senza interlocutori.

La strage delle donne

A conferma della difficile situazione riguardante le coste tunisine, anche quanto accaduto nella notte tra il 4 ed il 5 giugno scorso. Un barcone con 53 persone a bordo, è naufragato non lontano da Sfax e dunque presumibilmente poco dopo la partenza da una delle spiagge usate solitamente per salpare verso Lampedusa.

Gli ultimi aggiornamenti parlano di 34 corpi recuperati, di questi 22 sono di donne decedute a causa del ribaltamento del mezzo con cui viaggiavano. Ecco perché gli stessi media tunisini hanno iniziato a parlare di “strage delle donne”, circostanza che ha colpito e non poco l’opinione pubblica locale e che ha messo in evidenza l’incapacità da parte delle autorità di fermare il flusso migratorio verso l’Italia.Tra le donne decedute a seguito del naufragio, una era anche incinta. Tra le vittime, tre minorenni e nove uomini: uno di questi, un tunisino di 48 anni, era forse al timone del barcone che, per cause ancora in fase di accertamento, si è rovesciato quando oramai le coste a fatica potevano essere notate nell’orizzonte.