Quegli scrittori senza Dio che si inchinarono al Natale

Alla scoperta di scrittori lontani da Dio ma capaci di cantare il Natale e di lasciarsi interrogare dal mistero dell'Incarnazione: Rimbaud, Ungaretti, Quasimodo, Saba.

Quegli scrittori senza Dio che si inchinarono al Natale

La dimensione del racconto è la più bella, la più affascinante, quella che davvero conquista. A tutti noi, anche quando siamo cresciuti, piace scoprire storie e avventure. Quante se ne leggono e se ne studiano a scuola in prosa o in poesia! Da decenni, però, non si raccontano più storie sulla nascita di Gesù. Le antologie scolastiche escludono per lo più testi che raccontino la sua vicenda, anche se scritti da grandi letterati.

Perché accade questo? Forse perché scrittori e poeti non hanno raccontato la storia di Gesù? Certo che no. Infatti, quasi tutti i grandi scrittori, malgrado la smemoratezza della critica letteraria e delle antologie scolastiche, si sono cimentati con questo fatto.

È una storia che è più grande di tutte le altre, che ci commuove perché ci racconta di un Dio che si è fatto carne, che è diventato un bambino indifeso, come lo siamo stati tutti noi, ha fatto il falegname per tanti anni finché non ha iniziato la missione. Non ci ha fatto prediche, ma si è piegato sul nostro niente, ci ha amato ed abbracciato come un  padre e una madre fanno con il proprio figlio, ha condiviso con noi uomini il suo tempo, rivelandoci il Mistero del Padre, l’amore, è morto in croce per redimere i nostri peccati ed è resuscitato. Quanti tra quelli che hanno conosciuto quell’uomo Dio, Gesù, sono morti pur di dare testimonianza di Lui! Sono morti i primi apostoli duemila anni fa, come sono morti poi nei due millenni successivi milioni di martiri. O sono tutti pazzi oppure hanno davvero visto e incontrato qualcosa di straordinario.

Ebbene, una storia come questa, che sia considerata vera o falsa o addirittura poco pertinente alla nostra vita, meriterebbe di essere conosciuta, di essere studiata. Non sorprende certo che dopo la conversione A. Manzoni (1785-1873) dedichi gli «Inni sacri» ai momenti principali della vita di Gesù. In Natale il poeta, dopo essersi soffermato sulla redenzione del peccato originale, esclama:

Ecco ci è nato un Pargolo,
ci fu largito un Figlio: […]
all’uom la mano Ei porge,
che sì ravviva, e sorge
oltre l’antico onor.

Manzoni si commuove per un evento così grande, quello di un Dio che si è degnato di farsi povera carne:

E Tu degnasti assumere
questa creata argilla?
qual merto suo, qual grazia
a tanto onor sortilla
se in suo consiglio ascoso
vince il perdon, pietoso
immensamente Egli è.

Il Figlio di Dio si è rivelato ai semplici, ai pastori che

senza indugiar, cercarono
l’albergo poveretto
que’ fortunati, e videro,
siccome a lor fu detto
videro in panni avvolto,
in un presepe accolto,
vagire il Re del Ciel.

Molti non sanno che Lui è nato, allora, duemila anni fa, come oggi. Non attendono la sua venuta, non lo credono a noi contemporaneo, lo pensano una bella favola o ancor di più lo hanno cancellato dalla memoria:

Dormi, o Celeste: i popoli
chi nato sia non sanno;
ma il dì verrà che nobile
retaggio tuo saranno;
che in quell’umil riposo,
che nella polve ascoso,
conosceranno il Re.

Un giorno tutti sapranno e Lo riconosceranno.

Se non sorprende che Manzoni abbia scritto questi versi, colpisce, invece, che Arthur Rimbaud (1854-1891), conosciuto come poeta maledetto insieme a Baudelaire e Verlaine, autore di Une Saison en Enfer, ovvero Una stagione all’inferno (1873), opera che contribuisce a creare il mito del poeta geniale e maudit, inserisca in maniera inaspettata nella raccolta anche la poesia Natale sulla Terra. Recita così:

Dallo stesso deserto,
nella stessa notte,
sempre i miei occhi stanchi si destano
alla stella d’argento,
sempre,
senza che si commuovano i Re della vita,
i tre magi, cuore, anima, spirito. Quando
ce ne andremo di là
dalle rive e dai monti,
a salutare la nascita del nuovo lavoro,
la saggezza nuova, la fuga dei tiranni e dei demoni,
la fine della superstizione,
ad adorare – per primi! – Natale sulla terra!

Si avvertono, qui, il senso di solitudine, la stanchezza, ma, nel contempo, il desiderio del viaggio, la speranza di incontrare quella saggezza nuova sulla Terra che renda nuove tutte le cose. È l’annuncio del mondo nuovo, che possa incominciare per ciascuno di noi già in questo mondo. Gesù è il Regno di Dio, è la speranza dell’uomo nuovo, rigenerato, perché redento. Rimbaud intraprenderà, di lì a poco, un viaggio, lontano dall’Europa, alla ricerca, forse, di qualcosa che possa rendere nuova la sua vita. Vivrà una vita errabonda, sempre annoiato da quei piaceri che la vita offre, come scriverà lui stesso nelle lettere dall’Africa.

Anche D’Annunzio (1863-1938), frequente dissacratore del nome di Gesù, che spesso contrappone la propria brama di affermazione narcisistica al Verbo incarnato di Cristo, si confronta con l’evento della nascita di Gesù.

Nella poesia Re magi scrive:

Una luce vermiglia
risplende nella pia
notte e si spande via
per miglia e miglia e miglia.
O nova meraviglia!
O fiore di Maria!
Passa la melodia
e la terra s’ingiglia.
Cantano tra il fischiare
del vento per le forre,
i biondi angeli in coro;
ed ecco Baldassarre
Gaspare e Melchiorre,
con mirra, incenso ed oro.

Animato da una religiosità di stampo panteistico, da un riconoscimento della presenza del divino nelle piccole cose e nelle umili creature, Umberto Saba (1883-1957) trasfonde questo tipo di religiosità anche nel componimento A Gesù Bambino:

La notte è scesa
e brilla la cometa
che ha segnato il cammino.
Sono davanti a Te, Santo Bambino!
Tu, Re dell’universo,
ci hai insegnato
che tutte le creature sono uguali,
che le distingue solo la bontà,/ tesoro immenso,
dato al povero e al ricco.
Gesù, fa’ ch’io sia buono,
che in cuore non abbia che dolcezza.
Fa’ che il tuo dono
s’accresca in me ogni giorno
e intorno lo diffonda,
nel Tuo nome.

Gesù è qui apostrofato come Re dell’universo, un dono che ci rende responsabili e missionari, come i primi apostoli. Negli ultimi anni di vita Saba si convertirà al cattolicesimo.

Partito volontario per la grande guerra, Ungaretti (1888-1970) dedica all’esperienza della guerra la sua prima raccolta Il porto sepolto pubblicata grazie all’amico Ettore Serra nel 1916. Nello stesso anno Ungaretti scrive Natale:

Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade
Ho tanta
Stanchezza
sulle spalle

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata

Qui
non si sente
altro
che il caldo buono

Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare.

Batte in questi versi il cuore di un uomo che prova arsura e vuole essere colmato, quello stesso cuore che nella poesia Perché? (sempre del 1916) trabocca di domanda: «Ha bisogno di qualche ristoro/ il mio buio cuore disperso». Il poeta troverà risposta alcuni anni dopo, nel 1928, quando si recherà nel monastero di Subiaco con un amico. Ivi si compirà il suo cammino di conversione.

Allora Ungaretti potrà finalmente scrivere:
Oggi il poeta sa e risolutamente afferma che la poesia è testimonianza d’Iddio, anche quando è pura bestemmia. Oggi il poeta è tornato a sapere, ad avere gli occhi per vedere, e, deliberatamente, vede e vuole vedere l’invisibile nel visibile.

Così attento anche alle vicende del suo tempo, alla guerra e alla violenza che imperversa nel mondo, in Uomo del mio tempo Salvatore Quasimodo (1901-1969) vede gli odierni abitanti della Terra simili a Caino, all’uomo che ha ucciso il proprio fratello.

Nel Natale scrive:
Non v’è pace nel cuore dell’uomo.
Anche con Cristo e sono venti secoli
il fratello si scaglia sul fratello.

La morte di Cristo si ripete ogni giorno e il poeta si domanda:

Ma c’è chi ascolta il pianto del bambino
che morirà poi in croce fra due ladri?

Quella pace che Quasimodo vede nel presepe è invocata anche nella vita di tutti i giorni, non è la pace dell’uomo, senza giustizia e senza amore, ma è la «Pace nel cuore di Cristo in eterno».