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A che punto siamo nella lotta al Covid negli ospedali? Parla il presidente degli internisti

La situazione, rispetto a febbraio marzo, è totalmente diversa. Chi arriva in ospedale oggi può essere curato nella maggior parte dei casi efficacemente. Ma bisogna continuare a prevenire“. Nel febbraio e nel marzo scorso, quando arrivava un malato con Covid-19 in ospedale, non sapevamo bene come comportarci. Li vedevamo arrivare tutti insieme, tutti gravissimi. Ora non soltanto con i test diagnostici possiamo intercettare per tempo: consideriamo anche che molti testati sono asintomatici, che chi arriva in ospedale, in questa fase, ci arriva con sintomi meno gravi rispetto alla primavera scorsa, e siamo in grado di mettere in atto delle cure adeguate anche per chi va in terapia intensiva. Speriamo, ripeto, che i numeri restino questi, e intanto contiamo anche sul fatto che oggi disponiamo di schemi di terapia più efficaci e che conosciamo bene”.

La prevenzione, la cura, i percorsi dedicati all’interno delle strutture, la riduzione del rischio. I test e i farmaci. Le prospettive, secondo Dario Manfellotto, presidente Fadoi

L’autunno che avanza, le scuole che riaprono, i contagi che risalgono, i bollettini che riconquistano la prima pagina dei giornali e i dubbi tacitati dall’estate che riemergono: nella confusione di opinioni contrapposte, il dubbio principale ruota attorno alla domanda: ci stiamo attrezzando bene per l’eventuale, cosiddetta seconda ondata epidemica? E qual è la prospettiva, quali sono le possibilità reali di uscire dal tunnel, quali i rischi? Fare ordine tra verità, paure, responsabilità e ansia non è facile, dice Dario Manfellotto, direttore del Dipartimento delle discipline mediche dell’ospedale Fatebenefratelli di Roma, e presidente della Fadoi, la società scientifica dei medici internisti ospedalieri. Ma a fare ordine bisogna provare.

Chiediamo allora a che punto siamo lungo il percorso della lotta contro il Covid dopo la circolare del comitato tecnico scientifico, che dà il via libera ai test antigenici rapidi nelle scuole. “Intanto”, dice Manfellotto, “dobbiamo osservare con attenzione il quadro per potere valutare. Il virus c’è sempre, circola più o meno diffusamente a seconda delle circostanze – distanziamento, precauzioni prese. Stiamo andando, con la riapertura delle scuole, la ripresa del lavoro e l’intensificazione della socialità al chiuso, tipica della stagione fredda, verso un naturale aumento dei contagi. Ma parlare di seconda ondata, a mio avviso, non ha molto significato. Diciamo piuttosto che siamo di fronte a una diffusione più ampia, attesa, nel passaggio dall’estate all’autunno”.

C’è anche un altro aspetto da considerare, da un lato incoraggiante, ferma restando la necessità di prevenire con regole di base su distanziamento e igiene: “A fine febbraio-marzo”, dice Manfellotto, “non disponevamo degli attuali strumenti di diagnosi. Fino al 15 marzo si può dire che non avessimo nulla. Ora fra test molecolare classico e test rapido, test antigenico e test sierologico possiamo intercettare l’andamento del virus. Guardiamo i dati del 29 settembre in Italia: 50.630 positivi – di cui ricoverati con sintomi 3.048, con 271 in terapia intensiva. Ma ora i posti per la terapia intensiva, nel paese, sono oltre 8.000, altri numeri rispetto a febbraio-marzo: speriamo restino tali, e che non si vada a una progressione geometrica. E’ possibile se si indossano le mascherine, se non ci si assembra, se si usano i gel disinfettanti per le mani, se si evitano occasioni di diretto contatto con i positivi e, fino alla diagnosi, con i possibili contagiati”.

Poi c’è l’aspetto medico: “Nel febbraio e nel marzo scorso, quando arrivava un malato con Covid-19 in ospedale, non sapevamo bene come comportarci. Li vedevamo arrivare tutti insieme, tutti gravissimi. Ora non soltanto con i test diagnostici possiamo intercettare per tempo: consideriamo anche che molti testati sono asintomatici, che chi arriva in ospedale, in questa fase, ci arriva con sintomi meno gravi rispetto alla primavera scorsa, e siamo in grado di mettere in atto delle cure adeguate anche per chi va in terapia intensiva. Speriamo, ripeto, che i numeri restino questi, e intanto contiamo anche sul fatto che oggi disponiamo di schemi di terapia più efficaci e che conosciamo bene”.

Ci sono stati invece giorni, in passato, in cui non si sapeva come curare i pazienti a rischio. “Come medico internista ospedaliero dico che l’approccio ora è simile a quello che abbiamo con i pazienti complessi, per esempio diabetici, nefropatici e cardiopatici con patologie polmonari. L’uso di alcuni antibiotici, dell’eparina e del cortisone contro il Covid oggi ci permette in molti casi di bloccare il virus efficacemente, mentre all’inizio si temevano gli effetti collaterali. In questo modo si può evitare che si scateni la temuta tempesta citochinica oltre la quale non è più possibile intervenire, quella che ha portato via molte vite nei primi mesi di epidemia”.

Manfellotto è fiducioso rispetto alla cura che è ancora in studio, quella con gli anticorpi monoclonali: “Penso che possa arrivare un aiuto importante”. E l’effetto combinato dei test di vario tipo (tradizionali, rapidi, antigenici e sierologici) e della diversa attenzione durante il ricovero in ospedale (parenti che restano fuori e percorsi Covid dedicati), dice il professore, “ci permette di ridurre drasticamente il pericolo di contagio all’interno dell’ospedale. Secondo un recente studio americano, l’adozione delle misure di prevenzione può ridurre questo rischio allo 0,1 per cento. Non è zero, ma è tantissimo”.