Quanti condannati a morire di fame e di sete in nome della “qualità della vita”

La Polonia voleva accudire il cittadino "RS". L'Inghilterra ha deciso che dovesse finire lì i suoi giorni

Conosciuto sulla stampa solo con le iniziali, “RS”, un cittadino polacco è morto di fame e di sete dopo tredici giorni trascorsi senza essere collegato ai sondini che lo tenevano in vita, un mese dopo che un tribunale inglese aveva permesso allo University Hospitals Plymouth Nhs Trust di interrompere il “trattamento medico”. E’ morto dopo settimane di contenzioso fra due famiglie, due paesi e due visioni culturali opposte, quella polacca  sulla santità della vita e quella anglosassone sulla qualità della vita.“Diciamo coraggiosamente ‘No’ alla barbara civiltà della morte”, ha detto ieri monsignor Stanislaw Gaądecki, presidente della Conferenza episcopale polacca.

L’ospedale nella sua decisione di lasciarlo morire era sostenuto dalla moglie  di “RS”, che aveva  testimoniato che il marito “non avrebbe mai voluto essere un peso se fosse stato gravemente malato” e “non avrebbe voluto che i suoi figli lo vedessero nelle sue attuali condizioni” ma “lo ricordassero come una persona abile”. La madre e le sorelle erano invece contrarie alla rimozione dell’idratazione e dell’alimentazione. Un copione simile a quello visto su Vincent Lambert: i genitori contrari a lasciarlo morire di fame e di sete, la moglie a favore della sospensione.

“Era un uomo, sentiva tutto, vedeva tutto, capiva tutto”, ha detto il professor Jan Talar, che da quarant’anni si occupa dei pazienti in coma. La parte peggiore, ha aggiunto, è che “quest’uomo ha capito la situazione”. Il governo polacco gli aveva concesso lo status diplomatico, sperando e affermando che questo lo avrebbe portato fuori dalla giurisdizione dei tribunali inglesi. La clinica polacca Budzik, che si prende cura delle persone con traumi cognitivi irreversibili, ha detto che era pronta a riceverlo e  a riportarlo in Polonia in aereo. Un viceministro della Giustizia polacco aveva detto che era sicuro che la “civiltà della vita” avrebbe vinto sulla “civiltà della morte”. Così non è stato. “Sawek è morto, assassinato dagli inglesi in un ospedale che è diventato per lui una prigione senza possibilità di tornare in patria, anche se c’erano un posto, medici e opzioni di trattamento che lo aspettavano”, ha scritto Kaja Godek, nota attivista dei movimenti per la vita. Ewa Blaszczyk, la fondatrice della clinica Budzik, ha parlato di “eutanasia passiva sotto la maestà della legge”.

“Vincent Lambert era un individuo libero, un essere umano, nella piena accezione del termine (e, accessoriamente, un cittadino francese)”, ha scritto Michel Houellebecq in una raccolta di interventi che saranno presto pubblicati anche in Italia dalla Nave di Teseo. “Nessuno (né sua moglie, né sua madre, né qualsiasi dei suoi fratelli e sorelle) aveva il diritto di decidere della sua vita e della sua morte, di dire se la sua vita era degna di essere vissuta. Assolutamente nessuno. E invece si è deciso al posto suo”.

Alfie Evans, Charlie Gard e prima di loro Terri Schiavo e Eluana Englaro. E dopo Lambert. Ora “RS”. E domani a chi toccherà morire di fame e di sete dopo essere caduti nel limbo?