Quando sorsero le prime croci

Per gli storici il navigatore Amerigo Vespucci avrebbe fatto il suo primo viaggio insieme a Juan de la Cosa nel giugno del 1497, con probabile comandante Juan Díaz de Solís. Altri ritengono che questo viaggio non sia mai avvenuto, ma nessuno mette in dubbio che Vespucci fu tra i primi europei — insieme agli altri componenti dell’equipaggio — a mettere piede nel continente americano, descrivendo nelle sue lettere indirizzate a Lorenzo il Popolano un “nuovo mondo” cui la storia darà proprio il nome di America. Vespucci, esplorando le coste del Venezuela ed entrando nella laguna di Maracaibo, segnò ufficialmente anche l’inizio dell’evangelizzazione del continente, facendo da apripista ai primi insediamenti europei.

I primi anni della presenza europea sulla terraferma americana furono segnati dal binomio conquista ed evangelizzazione suffragata dalla legittimazione del Pontefice. Con la bolla pontificia relativa alle terre appena scoperte, la Inter caetera del 1493, Papa Alessandro vi esortò infatti i reali di Spagna a diffondere la religione cristiana tra gli abitanti delle nuove terre, permettendo a molti conquistatori di poterlo fare con modi violenti e oppressivi senza tener conto in alcun modo del rispetto per la cultura, i costumi, i caratteri dei nativi. Il risultato di tale prima colonizzazione fu lo sterminio o la riduzione in schiavitù delle popolazioni che dovevano essere salvate nel nome di Cristo.

Dopo i primi venti anni di assoluta anarchia morale, arrivarono le prime infuocate reprimende dei missionari. Nel 1511 il domenicano Antonio de Montesinos accusò in una sua predica di peccato mortale contro il comandamento della carità tutti coloro che esercitavano soprusi e crudeltà sulle popolazioni innocenti. Anche il primo vescovo residenziale di Santo Domingo, Alessandro Geraldini, si batté in difesa dei nativi inserendosi nella costruzione dottrinale che per anni divideva la natura degli stessi in esseri razionali o esseri inferiori e conseguentemente delegittimati ad avere propri territori, oggetto di legittima conquista da parte dei sovrani cristiani. Nel 1537 la bolla di Papa Paolo III , Veritas ipsa, riprese le affermazioni del vescovo di Tlaxcala, Julián Garcés, e dichiarò gli indios capaci di usare e godere lecitamente della loro libertà e del dominio sulle cose in loro possesso. Il Pontefice proibì che i nativi venissero privati con la forza della loro libertà e che venissero ridotti in schiavitù esortando alla loro evangelizzazione, facendo cadere l’importante giustificazione sulla conquista armata delle popolazioni locali. Di fatto, il 1537 segna la linea di partenza dell’evangelizzazione e questo merito va attribuito in parte anche al combattivo padre domenicano Bartolomé de Las Casas che dedicò la sua vita alla difesa dei diritti degli indios.

Il primo paese del Sud America a essere oggetto di un’evangelizzazione organizzata fu il Venezuela, con il clero regolare che accompagnava gli spagnoli lungo il corso del fiume Orinoco per poi diffondersi verso la zona di Cumaná, Coro ed El Tocuyo. Cumaná, fondata nel 1521, fu il primo luogo in cui si esplicò il tentativo di evangelizzazione pura, ovvero senza soldati o commercianti spagnoli. L’iniziativa fu presa da Bartolomé de Las Casas con l’appoggio dell’ordine francescano ma durò pochi anni, dal 1515 al 1522, per insufficienza di religiosi e per i soprusi dei soldati spagnoli al seguito dei missionari. Negli stessi anni falliva poco distante anche l’esperimento dei domenicani a Chichiriviche mentre altre tre comunità programmate in Venezuela non videro la luce perché i frati francescani a esse destinate perirono tutti in un naufragio.

Negli anni l’evangelizzazione sudamericana permise alla città di Coro di erigersi a diocesi il 21 giugno 1531 con la bolla Pro excellenti praeminentia di Papa Clemente VII. Qui si celebrarono i primi due sinodi della Chiesa venezuelana (1561 e 1610). Nel 1567 fu fondata Santiago de León de Caracas che divenne col tempo il punto di riferimento della religiosità venezuelana e nel 1578 anche sede della «Provincia de Venezuela». Diego de Baños y Sotomayor, vescovo di Caracas dal 1683 al 1706, celebrò il più importante sinodo della Chiesa in Venezuela, le cui costituzioni rimasero in vigore fino al ventesimo secolo.

Gli europei arrivarono in Colombia nel 1499 con la spedizione guidata da Alonso de Ojeda che giunse nella penisola de la Guajira. Nel 1510 fu fondata Santa María la Antigua del Darién, nel 1525 Santa Marta e nel 1533 Cartagena de Indias, comunità nelle quali si insediarono domenicani, agostiniani, francescani e infine i gesuiti, destinati a diventare i veri protagonisti dell’evangelizzazione sudamericana. Durante questi primi anni di colonizzazione la Chiesa divenne un punto di riferimento per la formazione delle élites creole grazie alla fondazione di collegi, università e ospedali. L’espansione missionaria seguì parallelamente alla progressiva scoperta e colonizzazione degli attuali Paesi della cartina geografica sudamericana. E se nel Brasile tradizione vuole che la prima messa venisse celebrata la domenica di Pasqua del 1500 (il 22 aprile) da un sacerdote arrivato all’attuale Santa Cruz Cabrália (Stato di Bahia) con la prima spedizione portoghese guidata da Pedro Álvares Cabral, fu solo nel 1549 che fu organizzata la prima missione sistematica del territorio con l’arrivo dei gesuiti al seguito del governatore generale Tomé de Sousa. I gesuiti erano guidati da padre Manuel da Nóbrega, destinato a diventare un grandissimo punto di riferimento dell’evangelizzazione brasiliana.

I padri José de Anchieta, Leonardo Nunes e João de Azpilcueta Navarro rappresentarono altrettante figure giganti dell’azione missionaria gesuita che si concretizzò, nel 1551, con l’erezione a diocesi della capitale São Salvador da Bahia de Todos os Santos fondata nel 1549. In seguito la Compagnia di Gesù stabilì le sue missioni anche a São Paulo dos Campos de Piratininga e aprì la strada agli ordini dei carmelitani scalzi e dei benedettini (che arrivarono nel 1581), ai francescani (nel 1584), agli oratoriani (nel 1611), ai mercedari (nel 1640) e infine ai cappuccini (nel 1642).

La progressiva scoperta delle terre sudamericane spinse gli spagnoli nei territori dell’odierno Uruguay nel 1516 trovando una fiera resistenza nella popolazione locale. L’assenza di oro e argento rese il territorio meno soggetto alla conquista e la presenza evangelizzatrice di francescani e domenicani fu occasionale. I francescani e i gesuiti fondarono delle comunità alla foce dei fiumi Negro e Uruguay e il primo insediamento permanente fu quello di Villa Soriano, sul Río Negro, fondato nel 1624, mentre tra il 1669 e il 1671 i portoghesi costruirono un forte a Colonia del Sacramento. I territori dal punto di vista ecclesiastico dipesero dalla diocesi di Asunción fino al 1620, quando passarono sotto la giurisdizione di quella di Buenos Aires. I missionari gesuiti seguirono gli esploratori anche nelle regioni colombiane amazzoniche del Caquetá, Guavire, Amazonas e Putumayo e tra il 1547 e il 1681 divisero l’evangelizzazione con francescani e domenicani per poi concentrarsi, sul finire del XVII secolo, nella zona di Maynas e lasciare la regione ai francescani che costruirono sul fiume Putumayo le loro riduzioni.

La Chiesa cattolica iniziò ufficialmente la sua storia in territorio ecuadoriano con la nascita della parrocchia San Francisco de Quito, nel 1534. Padre Juan de Rodríguez fu nominato il primo parroco aprendo la strada all’evangelizzazione dei francescani Jodoco Rique e Marco da Nizza, del mercedario Hernando de Granada e del domenicano Alonso de Montenegro. Particolarmente importante fu l’opera svolta dal vescovo agostiniano Luis López de Solís che fondò due seminari, uno dei quali per il clero indigeno e battendosi in favore dei diritti dei nativi. Altrettanto importante fu l’opera del vescovo Alonso de la Peña y Montenegro il quale scrisse Itinerario para párrocos de indios (1668), un’opera che divenne un classico della pastorale missionaria nelle colonie spagnole.

La prima evangelizzazione boliviana fu segnata da organizzazione ecclesiale, esercizio della carità, inculturazione, educazione e istruzione delle persone e del clero. La prima canonica fu eretta a La Plata e fu disposta da Papa Giulio III con la bolla Super specula del 27 giugno 1552. Con tale atto nacque anche il territorio della diocesi di Cuzco, suffraganea dell’arcidiocesi di Lima. In Guyana i primi missionari toccarono terra nel 1548 insieme alle spedizioni portoghesi mentre in Suriname i francescani arrivarono nel 1483, per lasciarlo poco dopo a causa della particolare durezza del clima. Il Paese fu totalmente abbandonato fino al 1786 quando alcuni sacerdoti secolari aprirono un centro missionario. Nella Guyana francese, invece, i cappuccini Jean-Baptiste de Dieppe e Bernardin du Renouard iniziarono l’azione evangelizzatrice nel 1643. Furono però i gesuiti a ottenere dalla Compagnia delle Indie occidentali il permesso di stabilire, nel 1665, l’avvio di un’intensa azione missionaria, fondando le prime parrocchie e le riduzioni a Kourou, Conamama e Sinnamary. Grazie a loro fu eretta, nel 1731, la prefettura apostolica nella colonia. L’espulsione dell’ordine consegnò le missioni alla congregazione dello Spirito Santo, i cui religiosi vengono chiamati padri spiritani.

Se in Cile la prima messa fu celebrata nel 1520 a Punta Arenas dai religiosi al servizio di Magellano, la presenza ufficiale del cattolicesimo sul territorio risale al 13 dicembre 1540. I primi tre sacerdoti che qui misero piede furono Rodrigo González Marmolejo, Juan Lobo e Diego Pérez. Per vent’anni le missioni cilene furono sotto la giurisdizione ecclesiastica della diocesi di Lima. Nel 1561 Papa Pio IV creò la diocesi di Santiago del Cile con padre Marmolejo primo vescovo e grandi personalità francescane come Fernando de Barrionuevo, Pedro de Azuaga e Diego de Medellín. Quest’ultimo divise la diocesi in quattro parrocchie e fondò il seminario, ordinò i primi sacerdoti autoctoni ed eresse il primo monastero femminile nella nazione: il cattolicesimo fu introdotto soprattutto da domenicani e francescani. I gesuiti giunsero nel vicereame del Perú nel 1568, con qualche decennio di ritardo rispetto ai domenicani, ai francescani e ad altri ordini missionari, e penarono molto per avere l’autorizzazione ad aprire residenze in questa regione e nel Paraguay. Il 3 marzo 1566 re Filippo II la concesse al preposito generale Francisco Borja, permettendo ai gesuiti di fondare Huarochiri, sulle Ande, la prima comunità, che ebbe vita breve. Poco dopo, nelle vicinanze di Lima fu fondata la missione del «Cercado de Lima» che anticipò la comunità di Juli sorta a quattromila metri di altitudine sulle sponde meridionali del lago Titicaca, la quale ospitò fino a novemila indiani in quattro parrocchie. I gesuiti dirigevano insieme ai “cacicchi” peruviani l’amministrazione civile della comunità e ne seguivano anche le attività economiche. A Juli furono edificate quattro chiese intitolate ad altrettante basiliche romane — San Paolo, San Pietro, San Giovanni e Santa Croce in Gerusalemme — meritandole il titolo di “piccola Roma”. I templi furono realizzati e ornati dagli artigiani indiani ricopiando i modelli romani, il primo vero lavoro di una comunità indo-ispanica che si sarebbe specializzata nell’artigianato artistico.

I gesuiti organizzarono riduzioni anche nell’alto Perú superando anche il grande ostacolo della catena delle Ande ma l’impresa che li legò all’evangelizzazione si sarebbe verificata nelle terre attualmente comprese tra Argentina, Brasile e Paraguay: la creazione di un complesso di riduzioni formanti un sistema economicamente integrato e amministrativamente autonomo passato alla storia con il nome di «Stato gesuita del Guaraní».

La prima diocesi creata nell’area che oggi comprende l’Argentina fu quella di Córdoba del Tucumán, con la bolla di Papa Pio V Super specula militantis Ecclesiae, del 14 maggio 1570, ma la storia dell’evangelizzazione in questa terra si lega indissolubilmente a quella delle reducciones gesuite tra le popolazioni guaraní e guaycurúes. Create nei territori della corona spagnola furono caratterizzate dall’isolamento e dalla straordinaria organizzazione sociale, con la comunione della terra per i soli indigeni e la proprietà privata ridotta al minimo. L’alloggio e il vestiario erano uguali per tutti e ai missionari veniva affidata sia la responsabilità spirituale che quella temporale.

Il modello adottato dai gesuiti nel Paraguay derivava da quello previsto dai decreti reali, ma l’originalità delle riduzioni da loro fondate consisteva nel fatto che le comunità erano tenute lontano dalle città spagnole per evitare cattivi esempi, che il lavoro veniva eseguito dagli indigeni quasi interamente dentro la medesima riduzione e a favore di tutta la comunità, che l’opera evangelizzatrice era costante e imbeveva anche la vita sociale, economica e politica delle comunità, che le relazioni tra i villaggi furono sempre attive grazie alla collocazione geografica strategica delle riduzioni intese a creare comunità collegate tra loro. La maggior parte di esse si concentrò nelle zone impervie dell’alto Paraná e dei suoi affluenti, abitate dai guaraní, i cui resti possono essere visti ancora oggi. Altre riduzioni divennero i primi nuclei di vere città. Al massimo della loro espansione riunirono oltre 140.000 nativi, cui i missionari capirono di dover dare una ferrea disciplina per evitare la pericolosa deriva di ingordigia e avidità.

I primi evangelizzatori della Compagnia di Gesù lavorarono con infinita pazienza escogitando un sistema sociale adatto a quella popolazione e preparandola anche alla difesa dai razziatori di schiavi provenienti da São Paulo. A chi li accusava di copiare modelli sociali greci e rinascimentali, i gesuiti rispondevano che non avevano fatto altro che attingere alla storia della primitiva comunità cristiana di Gerusalemme, descritta negli Atti degli apostoli, nella quale si praticò un comunismo dei beni di consumo. Il grande esperimento sociale terminò, dopo decenni di cruenti scontri tra nativi e bandeirantes, nel 1767. Preparando il terreno alla nuova fase dell’evangelizzazione sudamericana, senza mai finire del tutto nel dimenticatoio della grande storia della civiltà.