Quando fare il tampone per il Covid? Dopo quanto tempo dopo un contatto con un positivo? Domande e risposte

Quando, come e dove fare il tampone dopo un contatto con un positivo; perché è importante non farlo senza motivo e tutte le novità sui metodi per intercettare i contagi

Come leggere i numeri dei bollettini quotidiani che riportano anche i dati sui tamponi?

I numeri da leggere con più attenzione sono quelli dei ricoveri e delle terapie intensive. Il numero assoluto dei positivi infatti può essere fuorviante: basti ricordare che tra marzo e aprile si facevamo tra i 25 e i 30.000 tamponi al giorno, oggi siamo sopra i 150.000 senza considerare i tamponi antigenici rapidi. A marzo e aprile si facevano i tamponi soltanto ai sintomatici, oggi i tre quarti dei positivi al tampone non hanno sintomi.

I dati comprendono anche i secondi tamponi? E i rapidi chi li conteggia?

I dati forniti giornalmente da protezione civile e Ministero della Salute tengono conto di tutti i tamponi molecolari effettuati, compresi quindi quelli di conferma ma esclusi i tamponi antigenici, per i quali non abbiamo dati precisi, visto anche che il loro utilizzo non è uniforme nelle varie regioni italiane.

Quando fare gli uni e gli altri?

Esiste una circolare del Ministero della Salute che disciplina la materia, e presto saranno disponibili linee-guida realizzate dall’Istituto Superiore di Sanità. In estrema sintesi: va fatto il tampone molecolare, dietro prescrizione del medico di famiglia o del pediatra, se si avvertono sintomi riconducibili al COVID-19, o per l’uscita dall’isolamento dei positivi dopo almeno dieci giorni dalla diagnosi di cui almeno tre senza sintomi; il tampone antigenico è invece sufficiente per rientrare in comunità dopo almeno dieci giorni di quarantena in quanto contatti stretti di un caso positivo, e per altri casi specifici come il rientro in Italia da nazioni con alta incidenza di contagi.

Quando non è utile fare il tampone?

Se si è contatti stretti di un caso positivo accertato è inutile fare il tampone ma è necessario mettersi in quarantena, se si rimane in quarantena per due settimane senza sintomi il tampone finale non va fatto, così come non va fatto se si è avuta una diagnosi di positività da oltre 21 giorni, con più tamponi positivi nelle settimane seguenti, ma si è privi di sintomi da almeno 7 giorni: in questo caso si viene considerati guariti.

Se vogliamo sentirci sicuri si può fare il tampone?

No, non va fatto il tampone per sentirsi sicuri o perché si teme di aver avuto un contatto a rischio. I tamponi sono una risorsa preziosa e non illimitata, in tutta Europa cominciano a scarseggiare i reagenti, fare tamponi a casaccio può nuocere a chi ne ha veramente bisogno. In questo abbiamo disperato bisogno dell’aiuto dei medici di famiglia e dei pediatri, che devono visitare i loro pazienti, evitando di prescrivere il tampone solo perché l’assistito lo chiede o perché ad un bambino “cola il moccio dal naso”»

La tecnologia sta procedendo spedita per trovare nuove soluzioni. Quali novità in arrivo, oltre alla messa a punto di test salivari non ancora pronti?

Un aiuto nell’individuazione dei casi positivi potrebbe venire dall’olfatto dei cani che già oggi vengono addestrati per odorare esplosivi o alcune malattie, come cancro al colon e diabete. In Francia a giugno è uscito uno studio condotto su 18 cani ai quali sono stati sottoposti 198 campioni di sudore ascellare. Si è visto che sono in grado di rilevare il sudore di una persona infetta da Sars-CoV-2. Altri studi di valutazione dei cani sono in corso in Gran Bretagna e presso l’aeroporto di Helsinki, in Finlandia.

I cani si sono dimostrati capaci annusare il virus?

Sì, hanno saputo fiutare il virus con una certezza quasi del 100%. Ai passeggeri sbarcati a Helsinky è stato chiesto di asciugarsi la pelle con una salvietta dopo il ritiro dei bagagli. Quando il cane ha segnalato qualcosa di anormale al passeggero è stato chiesto di sottoporsi a un tampone molecolare standard la cui risposta ha coinciso con quella data dagli animali. (h