«Putin minaccia l’Europa con il gas. Non lasciamoci dividere»

Che cosa succede se domani la Russia interrompe le forniture all'Italia o se l'Ue approva un embargo? Razionamento, stoccaggio, diversificazione. Giovanni Farese, docente di Storia economica, ci spiega le strategie per sopravvivere alla «economia di guerra»

«Vladimir Putin chiude i rubinetti del gas a Bulgaria e Polonia per spaventare l’Unione Europea e per minacciare i paesi più esposti, Italia e Germania. Questo è il momento di non lasciarsi dividere». Non si fa illusioni Giovanni Farese, professore associato di Storia dell’economia all’Università europea di Roma e Marshall Memorial Fellow del German Marshall Fund of the United States: se nello scontro a distanza tra Russia e Ue si arriverà all’opzione “nucleare”, cioè allo stop delle forniture, per volontà russa o europea, ci saranno costi difficili da sostenere sia dal punto di vista economico che da quello politico. Ma un prezzo, ancora più pesante, lo dovrà pagare Mosca, che dipende dal mercato europeo per la fetta più larga delle sue esportazioni. L’Europa, sostiene l’economista parlando con Tempi, può reggere alla sfida «ma solo se agirà in modo coeso e non andrà in ordine sparso, altrimenti il gioco diventerà molto pericoloso».

Professore, in molti non si aspettavano il taglio delle forniture di gas da parte della Russia. Che partita vuole giocare Putin?
Siamo davanti a una mossa che ha l’obiettivo di spaventare e dividere l’Europa: è una via di mezzo tra minaccia e propaganda. Bulgaria e Polonia avevano già deciso di interrompere l’acquisto di gas dalla Russia alla fine del 2022 e sono attrezzate, forse più Varsavia di Sofia, per affrontare lo stop. Mi sembra più un segnale, minaccioso, inviato ai paesi fortemente dipendenti dal gas russo.

A chi si riferisce?
A Italia e Germania, dove il dibattito è più intenso, soprattutto dopo che la Bundesbank ha illustrato un quadro fosco nel suo ultimo bollettino mensile nel caso di interruzione brusca delle forniture di gas. Ma anche a Berlino qualcosa si muove, se è vero, come annunciato dal ministro dell’Economia Robert Habeck, che oggi la dipendenza tedesca dal petrolio è scesa al 12% dal 35% prima dell’aggressione russa all’Ucraina. In ogni caso Bruxelles non deve farsi spaventare.

Più facile a dirsi che a farsi: l’Italia importa il 40 per cento del gas dalla Russia.
Non bisogna mai dimenticare che nella minaccia dello stop alle forniture c’è un elemento di propaganda. L’Europa ad esempio importa il 25% del petrolio che consuma dalla Russia, ma esso rappresenta il 50% di tutto il petrolio esportato da Mosca. Lo stesso vale per il gas: l’Ue ne importa dalla Russia il 40%, che però equivale al 60% delle esportazioni russe. Se il Cremlino interrompesse le forniture, dovrebbe pagare un conto salatissimo.

E se invece fossero i paesi europei ad approvare un duro pacchetto di sanzioni che prevede l’embargo al gas russo?
Vedremo che cosa deciderà Bruxelles, che potrebbe però anche agire in modo graduale. Si possono ridurre le importazioni, invece che fermarle, oppure fare in modo di ridurre i ricavi per Mosca.

Come?
Applicando una tariffa doganale sul petrolio oppure fissando un tetto al prezzo del gas.

E se domani il Cremlino chiudesse improvvisamente i rubinetti, come ce la caveremmo?
Intanto bisogna capire che è impossibile interrompere le forniture da un giorno all’altro, a meno di danneggiare le strutture di estrazione e trasporto dell’energia. Lo stop non potrebbe che essere graduale, così come graduale dev’essere la risposta. Oggi ci troviamo in uno stato di pre-allerta, nel quale intravediamo un pericolo ma constatiamo allo stesso tempo che il flusso è regolare, anzi, più abbondante del solito.

Quando si entra in stato di allerta?
Quando si riscontra che il flusso inizia a calare, com’era avvenuto nel gennaio scorso.

E se, pur gradualmente, arrivasse il temuto stop?
Allora entreremmo in stato di emergenza. Come dichiarato dal ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani, e come confermato da diversi esperti, abbiamo scorte per otto o nove settimane. Inoltre, siamo in primavera, ci avviciniamo all’estate e il problema principale è rappresentato dallo stoccaggio. Al momento i depositi italiani sono pieni al 35% e l’Unione Europea ci ha chiesto di arrivare al 90% entro l’inverno in via precauzionale. Farsi trovare pronti per quel momento dell’anno è fondamentale.

E che cosa significa essere pronti?
La prima cosa da fare, e il governo si è già mosso, è diversificare. Oggi importiamo 29 miliardi di metri cubi di gas dalla Russia e bisogna sostituirli. Mettendo insieme i recenti accordi firmati con Algeria, Angola e Congo arriviamo a rimpiazzare metà della fornitura. Un’altra quota la si può ricavare acquistando il gas naturale liquido e rigassificandolo, dotandoci di apposite navi, un’altra ancora può provenire dall’aumento della fornitura che scorre attraverso il Tap. Infine, bisogna sviluppare le rinnovabili e, se serve, riattivare temporaneamente le centrali a carbone.

Le mosse che ha menzionato sono ottime sulla carta: ma quanto tempo richiedono prima di diventare operative?
Questo è il problema principale: le forniture aggiuntive da Algeria, Angola e Congo arriveranno tra la fine di quest’anno e il secondo semestre del 2023. Per le navi rigassificatrici servono almeno 12-18 mesi. Per l’aumento del Tap, invece, parliamo di tre o quattro anni.

L’inverno però arriva molto prima.
Certo, se le cose dovessero precipitare in fretta il tempo non basterà. Ed è per questo che, oltre a diversificare le fonti di approvvigionamento, servirà un’azione coordinata a livello europeo: acquisti comuni di gas, maggiori connessioni perché l’energia possa fluire tra paesi, stoccaggi comuni. E soprattutto uno schema finanziario europeo per distribuire il peso delle interruzioni delle forniture, perché non tutti i paesi sono dipendenti da Mosca allo stesso modo.

E se l’Unione Europea tardasse a prendere una decisione come già avvenuto in passato? Ci ritroveremmo in piena guerra economica.
Mi permetto di correggerla: noi siamo già in guerra economica, ci ritroveremmo in una economia di guerra.

Ci spieghi che cosa significa concretamente.
Significa che saremo costretti a razionare l’energia. Sul versante privato, dovrà essere stabilito per esempio un tetto alle temperature da raggiungere con il riscaldamento o il condizionatore. Ma questo è l’aspetto minore, perché i consumi privati rappresentano solo un terzo del totale. Il problema vero sarà razionare i consumi dell’industria, che è un tema delicatissimo perché lo Stato si ritroverà a decidere chi può produrre e chi invece dovrà fermarsi, con tutte le conseguenze economiche e occupazionali del caso.

Quanto costerebbe tutto ciò?
Le previsioni della Bundesbank, che parla di un crollo iniziale del Pil tedesco del 5%, sono piuttosto fosche. C’è un consenso abbastanza largo tra quanti ritengono che si avrebbe nell’area euro un aumento aggiuntivo medio dell’inflazione del 2%, rispetto a quella attuale che è già al 7,5%, e un rallentamento medio della crescita del 2%. Ci ritroveremmo cioè in stagnazione. Ma siccome parliamo di media, qualcuno potrebbe finire in recessione lieve, altri in recessione forte.

Se consideriamo che usciamo da due anni di pandemia, non è l’ideale. L’Ue può permetterselo?
Sicuramente l’embargo al gas russo avrebbe un costo, che non intendo minimizzare. Ma parliamo di grandezze che l’Unione Europea, se agisce unita, può governare. La domanda che dobbiamo porci è: se l’embargo servisse a ottenere la pace o il cessate il fuoco, lo sforzo non sarebbe giustificato? Se la risposta è sì, allora il compito della politica nazionale ed europea è preparare risposte adeguate per mitigare gli effetti di una simile scelta.

Perché l’embargo al gas russo dovrebbe cambiare la politica del Cremlino?
Perché senza le esportazioni di gas la Russia, alla quale abbiamo già congelato due terzi delle riserve valutarie, non incasserebbe più valuta pregiata e non potrebbe più sostenere il rublo. La Banca centrale russa dispone oggi di un terzo delle sue riserve e in questi due mesi ne ha già usate il 6 o il 7%. Senza le esportazioni di gas, sarebbe in fortissima difficoltà. Bruxelles ha cominciato a discutere di questa eventualità, anche per questo Putin ci minaccia.

Bruxelles può farcela, secondo lei?
Se agisce in modo unito, ripeto, sono certo di sì. Ma se i paesi vanno in ordine sparso, invece, sarà molto pericoloso. Di fronte alla pandemia a un certo punto, non subito, i paesi membri si sono uniti e sono riusciti ad approvare il Next Generation Eu. Spero che anche oggi – sotto la spinta di Italia, Francia e Germania – accada lo stesso. Forse i tempi non sono ancora maturi per prendere una decisione così gravida di conseguenze, e forse alcuni Stati si sfilerebbero, ma viviamo tempi straordinari, tempi di guerra e servono decisioni all’altezza. Adottare una politica comune è l’unico modo per affrontare questa tragedia senza farsi prendere da sconforto e paura.