PRIMO GIORNO DI SCUOLA/ L’insegnante: c’è un filo sottile che ci salva nel marasma

Siamo ripartiti. Mancano tante cose, ma il virus non ha spezzato quel filo sottile e indistruttibile dell’amore alla scuola e ai nostri alunni e colleghi

Il primo giorno di scuola, lo sappiamo tutti, è un classico della letteratura e del cinema, un po’ come la notte prima degli esami di vendittiana memoria. Emozioni, novità, ricongiungimenti scatenano situazioni inedite e memorie condivise dopo la scolastica sospensione del giudizio dell’estate.

Quest’anno il primo giorno di scuola è, se possibile, ancor più carico di attesa e sentimenti, per colpa del coronavirus. Da febbraio le scuole sono chiuse e la didattica a distanza, pallido palliativo della scuola, non ha certo sostituito la potenza dell’incontro personale, della condivisione in presenza di quell’universo umano, così splendido e tipico, drammatico e lieto che è la scuola.

Non c’è motivo di dubitare che la maggior parte dei docenti il 14 settembre sia arrivato a scuola ben prima del fatale suono della campanella. Venivamo da alcune settimane di preparativi, angosce, corsi di formazione sanitari e sulla sicurezza, estenuanti riunioni per redigere protocolli di comportamento o comprendere quelli piovuti dall’alto; tutte azioni che non hanno tolto di un millesimo la preoccupazione per il futuro della scuola o aumentato di un centesimo la sicurezza di arrivare a giugno. Andrà tutto bene? Solo il cielo lo sa, è la risposta comune.

Eccoli lì, dunque, nella fatale mattina del primo giorno di scuola, i docenti già dentro da secoli, che squadrano le finestre della scuola per scorgere l’arrivo di bambini e ragazzi attesi da mesi. Qualcuno ronza per i corridoi illudendosi di sistemare gli ultimi particolari, altri non trovano mascherine o gel sanificanti che, giurano, avevano messo al posto giusto, qualcuno perde capitali nella macchinetta del caffè perché, improvvisamente, una vasta amnesia gli ha fatto dimenticare come funziona; qualche insegnante, soprattutto, non c’è, perché nessuno l’ha ancora nominato: quasi 60mila, dicono.

Ma questa non è la mattina per porre questioni sindacali, nel giorno del Grande Rientro c’è ben altro da aspettare. Il bidello suona la prima campanella: da dove è spuntato? Fino a un minuto prima ne mancavano a frotte, di bidelli. Tutto un castello di carte di organizzazione è crollato per la nomina insufficiente persino del personale Ata: ma la scuola, campo di miracoli quotidiani, apre lo stesso.

Fuori genitori e bambini in attesa si accalcano pericolosamente. Per la prima volta si rende evidente la presenza di due universi paralleli: fuori e dentro la scuola. Quegli stessi bambini che fino al giorno prima si ammucchiavano uno sull’altro sullo stesso gioco con la sabbia in riva al mare, oggi seguiranno diligenti regole rigide di distanziamento e protezione. Dite quel che volete: da adesso è chiaro che chiese e scuole sono i luoghi virologicamente più sicuri del mondo.

Eccoli dunque entrare: i docenti, strani marziani con visiera e mascherina, li accolgono, ma le maestre più tenere, intenerite dall’arrivo dei loro alunni, cercano con gli occhi di dir loro: sono io, guarda, non preoccuparti, qui sotto ci sono ancora io. I bambini lo vedono e sorridono: hanno la maschera, ma il sorriso si vede lo stesso perché gli occhi fanno luce più che due raggi laser. Entrano tutti, hanno fogli di autocertificazione che fanno tenerezza essi stessi, come se un protocollo così ingenuo potesse garantire dalla febbre.

Ma insomma entrano, quasi ovunque meravigliosamente attenti ed educati, con le braccine alzate che misurano distanze poi mantenute in modo improbabile, ma insomma ci provano, ci riescono, arrivano tutti. Cinque milioni e mezzo, che tornano con un ordine commovente alle aule, agli insegnanti, ai compagni. Il prossimo che dice che gli italiani non sanno rispettare le regole e fanno solo confusione dovrà fare i conti con me e i miei alunni.

Alcuni miti crollano. L’arrivo dei primini della classe prima è asettico e veloce. Negli altri anni, in tante scuole, entravano anche babbi e mamme, seguivano i piccoli in aula, ascoltavano la prima canzoncina, versavano una lacrimuccia e stentavano a togliersi dai piedi infastidendo persino i loro pargoletti, scalpitanti di diventare grandi; i padri, improbabili fotografi, scaricavano il cellulare a immortalare l’epico inizio della scuola, le madri incollate ai pavimenti erano strappate da bidelli impietosi sull’orlo di una commozione inconsolabile. Quest’anno niente. Bloccati agli ingressi, i padri abbarbicati alle ringhiere delle scuole cercano di strappare l’ultima foto come paparazzi, rampognati per la loro incapacità da madri costrette a spezzare un cordone ombelicale mai, ahimè, mai abbastanza lungo.

Poi le lezioni: quando stai seduto puoi togliere la mascherina, ma quando ti alzi te la devi rimettere, oddio, l’ho perduta, te la ridò io, ma anche quando vado in bagno, sì sempre, ma anche a ricreazione, sì anche, ma come faccio a correre, non corri, quest’anno non corriamo, quest’anno teniamo le mascherine, ci sanifichiamo le mani e stiamo tranquilli ognuno nel nostro spicchio di cortile, suddiviso dalle strisce dei lavori in corso. Non fiuto mai l’affare giusto, perdinci: quest’anno era quello di produrre sanificante e strisce rosso-bianche dei lavori in corso! E, come per miracolo, tutti più tranquilli. Passi per gli iperattivi, i disagiati, quelli che non capiscono i quali, mi dispiace, esistono ancora. Ma tutti, proprio tutti gli altri, sono sorprendenti. Bastano pochi minuti e hanno capito, hanno sei anni e già comprendono, ci provano e ubbidiscono. Qualche volta sono i bambini stessi a richiamare gli altri. Se qualche maestra innamorata dimentica per un attimo la mascherina, non ci vuole nulla che a ricordaglielo sia un suo alunno.

E così siamo ripartiti. Possibile che ci volesse un virus per mostrare a noi stessi lo spettacolo che siamo? Eppure è così. Mancano decine di migliaia di insegnanti, tutti i banchi finiranno di consegnarli tra mesi, la fornitura di mascherine si esaurirà tra poche settimane, l’amministrazione è nel marasma, chi ci governa non ci merita, ma noi siamo partiti, più stupefacenti di Spiderman, attaccati come lui al filo sottilissimo e indistruttibile di ragnatela dell’amore per la scuola, per i nostri alunni e colleghi, per i genitori in ansia come noi, preoccupati e partecipi come noi, forse mai così uniti.

Dio solo sa se andrà tutto bene. Qualcuno di sicuro si ammalerà, ma non sarà perché non ce l’abbiamo messa tutta. Vieni avanti virus malefico, da questo 14 settembre noi abbiamo meno paura. Abbiamo già vinto. Siamo partiti.