Prima viene la sofferenza

Il pensiero di Dostoevskij sulla felicità

Prima viene la sofferenza

Tra le note di carattere autobiografico pubblicate in coda al tomo 27 delle opere complete di Fedor Dostoesvskij ce n’è una del 1872 nella quale il grande scrittore russo sorprende il lettore perché afferma che «la felicità non è vantaggiosa per lui», aggiungendo «di non sopportare la felicità» (pagina 89; cito da Polnoe sobranie sočinenij, 30 tomi, 1972-1990; la traduzione dal russo è mia). A quale idea di felicità si riferisce e da quale sua immagine, in un certo qual modo degradata e corrotta, egli sta prendendo le distanze? Da questo appunto di diario non è possibile saperlo, ma diversi riferimenti nella sua opera sono capaci di chiarire meglio tale affermazione che a prima vista risulta incomprensibile e anche un po’ sconcertante.

Nel terzo taccuino dei materiali preparatori a Delitto e castigo c’è un passaggio illuminante per definire la questione. Qui infatti Dostoevskij annota che «non vi è felicità nel comfort» e che «la felicità la si compra con la sofferenza» (ibidem, 7, 154). «Non vi è felicità nel comfort»: la prima parte dell’affermazione, spiega bene quale modello di felicità egli avversa. La felicità propagandata dal mercato e dalle merci, quella che fa corrispondere il benessere e lo star bene al possesso di un prodotto o di un bene materiale, «il comfort» per dirla con lo scrittore russo. La Pietroburgo in cui egli vive della seconda metà del xix secolo è quella del Passage, del grande centro commerciale tra la Prospettiva Nevskij e la Italianskaja ulica, un modello non solo architettonico ma anche culturale, dove le merci e il commercio sembravano (e sembrano ancora oggi) poter venire incontro a tutti i bisogni dell’uomo, non solo quelli materiali ma anche dello spirito.

Contro questa cultura “commerciale” della felicità si leva la protesta di Dostoevskij il quale subito si affretta ad aggiungere che la moneta con cui si paga la felicità non è quella delle valute e delle banconote, che la felicità non la si ottiene come se fosse un bene come tutti gli altri e che anzi la felicità «la si compra con la sofferenza».

Sempre con riferimento a questa nota, ma stavolta ai margini della stessa pagina, come se fosse una spiegazione che egli ritiene necessaria, egli scrive con la sua grafia minuta e nervosa: «Tale è la legge del nostro pianeta, ma questa coscienza spontanea, percettibile attraverso il processo della vita, è una gioia così grande che può essere pagata con anni di sofferenza».

Tramite questa glossa è possibile apprendere che per Dostoevskij il fatto che la felicità passi attraverso il soffrire è una legge universale e il suo raggiungimento, a prezzo del dolore, rappresenta una gioia tale che, quando se ne prende coscienza, si è disposti a mettere sull’altro piatto della bilancia anche «anni di sofferenza». Poco più avanti nella stessa pagina di appunti lo scrittore puntualizza ancora meglio questo sui pensiero, infatti annota: «L’uomo non nasce per la felicità. L’uomo si guadagna la sua felicità e sempre con la sofferenza» (ibidem 7, 155). Ciò che in questo modo vuole mettere in evidenza Dostoevskij è la relazione tra felicità e dolore. Questo nesso è messo molto bene tratteggiato in una lettera alla nipote Sof’ja Aleksandrovna Ivanova (cui è dedicato il romanzo L’idiota) dell’agosto del 1870, nella quale Dostoevskij dà alla donna questa istruzione: «Senza la sofferenza non capirai neanche la felicità. L’ideale passa attraverso la sofferenza come l’oro attraverso il fuoco. Il regno dei cieli si ottiene con lo sforzo». In tal senso non si tratta tanto di «un tentativo di sacralizzare il dolore» (Vassena), quanto piuttosto dell’intenzione di rendere un’immagine della felicità a cui sono sempre sottesi l’impegno, il lavoro, la fatica, il cui riferimento spirituale è assai prossimo all’esempio evangelico della «porta stretta» (Matteo 7, 13), quando dice chiaramente che «il regno dei cieli si ottiene con lo sforzo».

Per Dostoevskij dunque la felicità non arriva mai gratuitamente, oppure casualmente — non è mai una fortuna — ma essa è sempre da costruire, da fare: c’è da soffrire per essa. Nel Diario di uno scrittore, proprio per sottolineare questo elemento dinamico, fattivo che la innerva, scrive con chiarezza che «la felicità non consiste in se stessa ma nel suo ottenimento», cioè nell’impegno, nella ricerca dell’uomo per superare le avversità, per migliorarsi e migliorare il mondo in cui gli è toccato vivere.

E sarà ancora lo starec Zosima a sottolineare il fatto che nella prova l’uomo fa esperienza del positivo di se stesso, quando, rivolgendosi ad Aleša, il minore dei tre fratelli Karamazov, lo invita a «cercare nel dolore cerca la felicità». Perciò, animato da queste certezze Fedor Dostoevskij, può rivolgere al fratello Michail, in una lettera indirizzatagli poco prima di partire per la Siberia nel dicembre del 1849, queste intense parole: «Essere uomo tra gli uomini e restarlo sempre, in nessuna sventura avvilirsi o perdersi d’animo — ecco in che consiste la vita, ecco il suo compito».

Questa l’idea di felicità che il grande scrittore russo propone come esempio, come «l’ideale», che per Dostoevskij rappresenta il modello a cui tendere e che egli assimila a Cristo, perché, come scrive nel Diario di uno scrittore, «non c’è felicità più grande della fede».