Povero Occidente, stritolato tra dittatura ecologista e gender

Lo spirito contemporaneo esalta la natura rovinata dall’uomo e allo stesso tempo il libero arbitrio fino a negare l’esistenza della natura come dato. L’analisi dello storico Jullia

«Non sono sicuro che, guardando indietro, il periodo che viviamo sarà visto dalle generazioni future come uno dei più intelligenti che la Francia abbia conosciuto nel corso della sua storia». Così lo storico e saggista Jacques Julliard comincia una lunga analisi per il Figaro, notando che l’uomo di oggi, in Francia come nell’intero Occidente, ridotto a individuo, oscilla «senza soluzione di continuità tra il naturalismo naif degli ecologisti e il prometeismo velleitario dei propugnatori delle teorie di genere».

L’ecologismo naif

Da un lato, infatti, «molti nostri contemporanei aderiscono beati a un’idea di natura che lascerebbe stupefatto perfino il suo inventore, Jean-Jacques Rousseau», scrive Julliard. È seguendo il pensiero del filosofo che nel suo Discorso sulle scienze e le arti criticò la cultura, colpevole di corrompere la natura, che gli ecologisti «neorousseuiani» vedono «dietro a ogni catastrofe naturale la malignità essenziale dell’uomo civilizzato», propugnando una «sorta di totalitarismo ambientale inquietante»:

«Il clima? È colpa nostra! Il Covid? È colpa nostra. La pandemia che subiamo da oltre un anno è una fonte inesauribile per lo spirito di pentimento. Vedremo i flagellanti sfilare per le vie parigine percuotendosi il petto nudo con corde e catene per scongiurare la collera della natura? Decisamente, la protezione di questa natura è oggi una cosa troppo seria per essere abbandonata agli ecologisti».

Il transumanesimo tracotante

Ma se da un lato, nello spirito contemporaneo, c’è una propensione a esaltare la natura rovinata dall’uomo, dall’altro ce n’è anche una «inversa e contraddittoria che esalta il libero arbitrio fino a negare implicitamente l’esistenza della natura come dato fondamentale dell’universo». In ambito sociale, non ci sarebbe dunque niente di «naturale», soltanto «convenzioni e costruzioni sociali»:

«È con la deriva degli studi di genere che questa volontà di affrancarsi dai dati naturali e organici ha raggiunto risultati aberranti e paradossali. Con le teorie queer, l’idea stessa della differenza sessuale anatomica è stata rimessa in causa a vantaggio di una identità fluida. Siamo arrivati così a una guerra delle identità e paradossalmente a una vera polizia morale regressiva, normalizzatrice, dove il libero arbitrio dell’individuo sconfigge ogni ordine naturale. Come scrive Elisabeth Roudinesco: “Siamo passati, senza neanche rendercene conto, dalla civiltà alla barbarie, dal tragico al comico, dall’intelligenza alla stupidità, dalla vita al niente, da una critica legittima di ciò che è ‘normale’ nella società al reindirizzamento di una sistema ‘normalizzatore’”».

«Negazione dell’umano»

Questi due poli sembrano contraddittori, continua Julliard, ma partono entrambi dalla «negazione della specificità umana, in favore della volontà di superarla, sia verso il basso come nel caso degli ecologisti, sia verso l’alto come nel caso dei costruttivisti e altri transumanisti». A essere condannato e sconfitto è «il vecchio umanesimo»:

«Emmanuel Mounier aveva proposto di distinguere tra individuo, monade isolata e ripiegata su se stessa, e persona, essere umano compreso dei suoi rapporti con gli altri e con l’universo. La distinzione resta necessaria, ma il capitalismo consumista ha divorato la persona e non ha lasciato all’uomo altra scelta che l’individualismo. Stretto tra il riduzionismo naturalista e la tracotanza transumanista, l’individuo moderno sradicato, senza più legami e disorientato, vede profilarsi davanti a sé lo spettro orrendo della violenza».

Il necessario ritorno all’umanesimo

Questa duplice tensione è un segno che oggi c’è «un’idea malata di uomo», conclude Julliard:

«Il crollo concomitante dell’antropologia cristiana, del razionalismo filosofico e dell’ideologia socialista, tre emblemi dell’umanesimo classico, segna un punto di rottura nella visione dell’uomo occidentale. In tempi ordinari, la ricostruzione di una sintesi di tale portata passa da una fase di negatività, ma anche da grandi prove e sofferenze. Speriamo di non doverli vivere».