Pochi medici, app, vaccini. Armi spuntate della sanità contro la seconda ondata

Ospedali e medicina di base non sono stati potenziati per affrontare la battaglia d’autunno. E Immuni che deve tracciare i contagiati è stata boicottata dalle Regioni.

I contagi che galoppano, la corsa al tampone, i medici di famiglia disarmati, il tracciamento dei contatti ormai impossibile, gli ospedali in affanno, il personale sanitario insufficiente. E l’influenza alle porte con il vaccino che non basta.
I cittadini di nuovo alle prese con mille dubbi e interrogativi su come affrontare il virus e la domanda: ma non dovevamo essere pronti alla seconda ondata? Cosa non si è fatto ed era invece necessario fare durante i quattro mesi in cui il Covid ha concesso una tregua? Perchè sono state disattese tante promesse?

Mancano i medici

Possibile che ancora, dopo otto mesi, chi ha il sospetto di essersi contagiato corra al pronto soccorso? Non doveva esserci una capillare rete di assistenza domiciliare, una medicina territoriale capace di dare rispose immediate ai cittadini, di fare indagini epidemiologiche e gestire a casa chi non necessita del’ospedale? Niente di tutto questo. Un numero su tutti: le Usca, unità speciali di continuità assistenziale, quelle che dovrebbero garantire l’assistenza a casa dei sintomatici, dal tampone alla cura, dovrebbero essere 1.200 in tutto il Paese, ma sono la metà.

Ogni giorno migliaia di cittadini chiamano i numeri di emergenza senza risposta. E i medici di famiglia, il 25 per cento dei quali ora ha anche dato la disponibilità ad effettuare i tamponi ma non si sa dove, non ce la fanno a seguire tutti. Il conto è presto fatto: se si guardano le piante organiche di ospedali e medicina di base mancano 20.000 tra medici, infermieri e operatori sanitari. Ad aprile ne erano stati assunti, con contratti in buona parte a tempo determinato altrettanti, il governo ha stanziato dieci milioni nel disegno di legge Agosto per assumere infermieri ma le somme non sono state neanche ripartite.

I concorsi e le assunzioni spettano alle Regioni, ma in poche hanno sfruttato a pieno le risorse con il risultato che, anche laddove negli ospedali saranno realmente disponibili tutti i nuovi posti nei reparti Covid e nelle terapie intensive mancheranno i medici e gli operatori sanitari per farli funzionari. Per non parlare dei dipartimenti di prevenzione delle Asl a cui occorrerebbero almeno altre 6.000 unità per provare a star dietro al tracciamento dei contagi.

Tamponi pochi e tardivi

Ieri il nuovo record assoluto, quasi 163.000, certo cinque volte di più della scorsa primavera quando i contagi erano leggermente inferiori. Eppure ancora troppo pochi stando alla stima del virologo Andrea Crisanti secondo il quale per un efficace azione di tracciamento dei casi occorrerebbero 300.000 tamponi al giorno. Germania, Francia, Spagna ( quest’ultima da ieri sorpassata dall’Italia per nuovi positivi nelle ultime 24 ore) ne fanno più di noi, il Regno Unito ne fa il triplo. Nonostante l’aiuto dei laboratori privati che in molte regioni hanno cominciato ad effettuare tamponi molecolari e test antigenici, non c’è dubbio che il testing è uno dei punti deboli di tutti il sistema. A dirlo sono le code lunghe chilometri e le attese fino a otto ore nei 300 drive in italiani. E la previsione è che continuando a questo ritmo, nel giro di sei mesi, mancheranno i kit, i reagenti, mentre i macchinari che processano i test e che lavorano senza sosta cominciano a guastarsi. La prima conseguenza è che l’esito dei tamponi arriva nella maggioranza dei casi troppo tardi ( le 48 ore non sono rispettate quasi da nessuna parte) e se passano cinque o sei giorni per avere conferma di una positività il test è sostanzialmente inutile. Anche i tamponi rapidi ( in grado di rispondere con celerità alle esigenze di scuole e aeroporti) non sono ancora disponibili ovunque. Il commissario per l’emergenza Domenico Arcuri ne ha ordinati 5 milioni ma non arriveranno prima di una settimana e poi dovranno essere distribuiti alle Regioni. Non ci si poteva attrezzare prima sapendo che la tempestività nel tracciamento dei contagi è un’arma fondamentale per arginare la seconda ondata?

Il flop di Immuni

Quasi nove milioni di download, ancora troppo pochi, 10.000 notifiche inviate e solo 567 positivi segnalati e 13 positivi scovati con il tracciamento digitale. Un bilancio davvero magro ( ci si aspettava almeno il triplo) per quello che doveva essere lo strumento di tracciamento su cui il governo puntava l’azione di prevenzione. Per poi scoprire che la app si può scaricare solo sui modelli di cellulari più recenti ( tagliando fuori dunque un’ampia fetta di popolazione, soprattutto la più anziana), che in alcune regioni, come il Veneto, la piattaforma non ha mai funzionato e che in molte Asl nessuno chiede ai positivi il codice da inserire nella app per incrociare i contatti.

I vaccini antiinfluenzali

Da mesi, gli esperti lanciano appelli ad una vaccinazione di massa contro l’influenza che sta per arrivare per evitare il sovrapporsi di milioni di diagnosi in presenza di sintomi del tutto simile. Ma le dosi di vaccino ordinate dalle Regioni ( 17 milioni e mezzo) non basteranno per tutti, sono arrivate in ritardo quasi ovunque e soprattutto sono riservate alle categorie fragili, i bambini sotto i sei anni e gli over 60, che da soli sono più di 15 milioni. Per tutti gli altri, dagli studenti alle altre fasce d’età, per i quali la vaccinazione è fortemente raccomandata, è partita la caccia alla fiala nelle farmacie rimaste a secco visto che nella migliore delle ipotesi ne riceveranno 13 a testa.