Più contagi, meno ricoveri. Cosa ci dice il confronto con i numeri del 21 marzo

L’aumento dei positivi non tiene conto del numero dei tamponi, molto cresciuto. Meno terapie intensivi e meno decessi grazie anche all’uso di farmaci più efficaci

C’è stata una fase in cui, per dirci a che punto era la notte, visto il groviglio inestricabile dei dati, i luminari davano la temperatura all’Italia: abbiamo la febbre a 40, a 39, a 38. Quest’estate la febbre sembrava passata. Ci stavamo quasi dimenticando della liturgia del bollettino e dei termometri, e le conferenze stampa della Protezione civile sembravano una brutta serie ingiallita, interrotta alla prima stagione. Ma eccoci qui a subire la seconda ondata, che abbiamo provato a rimuovere, e a cercare di capire affinità e divergenze rispetto alla primavera scorsa. La prima impressione, leggendo i numeri, è che vada meglio di marzo. La seconda è che si stia mettendo decisamente male.

Positivi e tamponi

Il primo numero che salta all’occhio è l’aumento di positivi. Il 21 marzo, uno dei giorni peggiori della pandemia, ce ne erano 6.557. Ieri 8.804. I positivi, in realtà, non sono né i contagiati né i malati: sono solo i casi diagnosticati. Questo dato, da solo, non significa nulla, se non è rapportato al numero dei tamponi effettuati: il 21 marzo furono 26 mila, ieri 163 mila. Sei volte di più. Anche da questo numero è difficile desumere se va meglio o peggio, se il numero dei contagiati reali, non solo diagnosticati, è cresciuto o meno. Qui entra in gioco il tasso di positività, ovvero la percentuale di tamponi che risulta positiva rispetto a quelli effettuati. A marzo era del 25%, ora è del 5,4%. Il motivo è semplice: all’epoca si testavano solo i sintomatici, ora anche e soprattutto gli asintomatici. In genere, se il tasso è basso, è un elemento positivo, perché si deduce che il virus è meno diffuso. Ma molto dipende da come e a chi vengono fatti i tamponi.

Rt e riproduzione virale

Nella fase uno si faceva un gran parlare di R0, presto sostituito con Rt. Formule usate per determinare l’indice di contagiosità. Ora se ne parla sempre meno. Perché? Lo spiega Giorgio Palù, presidente della società di virologia: «In questa fase conta poco. Perché è relativo a sintomatici e ricoverati, mentre il grosso ora è costituito dagli asintomatici. Quello che conta è l’indice di riproduzione virale. Bisogna capire se il virus si sta riproducendo con un andamento lineare o esponenziale. E in questo momento è esponenziale». Confrontare marzo a ottobre, periodi così diversi per modalità e quantità di testing, è improprio. Valutare in questi giorni la progressione del virus — purtroppo esponenziale — è molto più indicativo.

Possiamo non sapere quanti siano gli asintomatici, ma sappiamo quanta gente è in ospedale causa Covid. I ricoverati il 21 marzo erano 17.708 (ma si è arrivati anche a 30 mila), ieri 5.796, un terzo. Quelli in terapia intensiva 2.857 allora, 586 ieri, un quinto. Bene, ma questo non significa che il virus sia meno presente o meno dannoso. Significa che lo sappiamo affrontare meglio. Come spiega Palù: «Abbiamo imparato a capire i sintomi e usiamo meglio i farmaci per impedire che il paziente vada in rianimazione. Il virus cresce meglio in uno stato di infiammazione. Ora interveniamo con il Remdesivir e l’eparina in fase precoce e con il cortisone in fase avanzata. Dopo sei mesi abbiamo anche capito che i farmaci anti-Hiv non funzionano con il Covid». n parametro migliorato è quello della capienza delle terapie intensive. Il 20 marzo l’occupancy, il tasso di saturazione, era del 52%, mentre ora si attesta intorno all’8%. Ma anche qui bisogna stare attenti. Perché la media ha poco senso in un sistema sanitario così disomogeneo. Come per la storia del pollo, se un reparto è pieno e uno vuoto, non si può parlare di reparti occupati a metà.

Decessi e letalità

I decessi calano, nonostante il brusco raddoppio di ieri. Il 21 marzo erano 793, ieri 83. Un decimo. Ma neanche questo è un dato che indica la regressione del virus. Perché, come si diceva, abbiamo imparato ad affrontare meglio la malattia. E perché è cambiata la fascia di popolazione più soggetta al virus. Basti guardare l’età mediana dei positivi: all’inizio della pandemia era sui 65 anni, poi è scesa a 29 e ora si attesta a 42 anni. È ovvio che se la popolazione contagiata è più giovane, la mortalità sarà più bassa