Pinocchio e le regole perdute a Ponte Milvio

Regola: parola soffocata nella tragedia di Ponte Milvio. Ne parla il gip, la evoca il parroco al funerale di Gaia e Camilla. Ma le regole è stato deciso che si possono infrangere o cambiarle a piacere, come per la cannabis, perché ciò che conta è l'autodeterminazione. Pinocchio tornato al cinema ci ricorda che la nostra libertà è inceppata finché non scegliamo se salvarci o perderci, diceva il cardinal Biffi. 

Sull’asfalto di Corso Francia resterà per molto tempo un mazzo di fiori a ricordo di una tragedia che col tempo si farà sbiadita. Gaia Von Freymann e Camilla Romagnoli sono state sepolte ieri dopo un funerale commosso e partecipato nella Parrocchia del Preziosissimo sangue di Roma. Pietro Genovese invece, il 20enne investitore delle 16enni a Ponte Milvio, è agli arresti domiciliari. E piano piano il traffico su quell’arteria ricomincerà a sfrecciare incurante di quanto accaduto, le auto non rallenteranno più per guardare la “scena del misfatto” e tutto resterà nel ricordo dei vicini.

Eppure, qualcosa va trattenuto se non vogliamo essere sopraffatti di nuovo dall’incredulità di un nuovo fatto di cronaca dirompente e sconvolgente. Ed è provare a riannodare i fili di ciò che è sfuggito di mano, di ciò che non è stato controllato bene, ma senza enfatizzazioni. Viviamo in un epoca già assuefatta al mito della sicurezza: la pretendiamo nei medici, la esigiamo nei trasporti, nelle nostre relazioni, la sicurezza è uno dei dogmi della nostra contemporaneità: eppure, quando accadono queste tragedie ci scopriamo ancora bisognosi di una protezione che da soli non possiamo darci.

Accanto a sicurezza c’è una parola che colpisce di questa tragedia e che ricorre costantemente pur rimanendo sempre sullo sfondo: regola. Non è il fato, non è il destino cieco, ma è il fatto che in questa assurda roulette russa col rischio, si sono incontrate due libertà diverse di infrangere le regole.

Anche Bernadette Nicotra, la gip che ha messo agli arresti Genovese lo ha notato quando ha stigmatizzato la «serialità nelle sue trasgressioni» tanto che il provvedimento di fermo si è reso necessario perché la «noncuranza se non il disprezzo del giovane, la sua inclinazione alla violazione delle regole», lo avrebbero esposto ad altri incidenti simili. Con l’aggravante dell’assunzione di alcol e di droghe, entrambi accertati, ma solo il primo acclarato come psicoattivo in quel momento.

Ma la gip non ha lesinato critiche alla condotta «incautamente spericolata» delle due giovani che hanno scavalcato il guard rail, fuori dalle strisce, e attraversato una strada a scorrimento veloce durante il rosso pedonale, sotto la pioggia battente e al buio. Certo, questo – ha rimarcato – non rappresenta un’attenuante per il comportamento di Genovese, ma è innegabile che si sia trattato di una imprudenza costata cara.

Anche il parroco della chiesa romana durante la Messa, don Gianmatteo Botto, riferendosi al comportamento di Genovese e rivolto a tutti i ragazzi presenti in chiesa ieri per le esequie, ha detto che «ci sentiamo onnipotenti e poi non riusciamo a seguire le regole base della convivenza. Ci riscopriamo tutti un po’ palloni gonfiati. Il senso della vita non è bere e fumarsela».

Le regole base della convivenza. Ecco il punto. Le regole ci sono, ma il martellamento costante al quale giovani generazioni sono sottoposte, ci suggeriscono che queste in fondo possono essere cambiate perché non sono così importanti. Accade anche per il dibattito sulla legalizzazione delle droghe come la cannabis. C’è una regola? Che importa? Basta cambiarla. O infrangerla, come accade ormai per tanti aspetti del nostro vivere civile.

Eppure, regola è una nobile parola che deriva dal latino regere, che significa guidare in maniera retta, diritta. La regola è la guida. Per non andare a sbattere con un suv da 40mila euro o per non esserne travolti. Ma questo è il grande mistero che anima la nostra – la chiamerebbe il cardinal Biffi – libertà inceppata.

La stessa libertà inceppata che ci appare ferita quando la esercitiamo – padri, madri, figli, educatori – quando ci autodeterminiamo decidendo noi le nostre regole con il mito dell’autodeterminazione, rifiutando che una regola per poter avere un senso deve esserci data dall’alto.

In questi giorni le famiglie italiane sono al cinema per rivedere l’avventura umana – umanissima – di Pinocchio. C’è un passaggio – rimarcato anche in questa nuova pellicola di Garrone – in cui la Fata Turchina spiega al piccolo burattino che «per crescere bisogna mettere giudizio» e lo stesso Geppetto si stupisce quando se lo vede scappare in giro per il paese contravvenendo alla regola di andare a scuola: «Birba d’un figliolo, non sei ancora finito di fare e già cominci a mancare di rispetto a tuo padre».

In fondo anche Pinocchio ad un certo punto – notava sempre il vescovo lombardo “prestato” all’Emilia rossa – ha dovuto decidere tra la salvezza e la sua perdizione. E arrivati a questo punto – per ogni giovane che si trova di fronte al bivio, per ogni ragazzo che deve scegliere se diventare un uomo o perdersi come Lucignolo nel Paese dei balocchi dove smarrire definitivamente la propria dignità e identità, si aprono due possibili esiti: o sublimare le nostre attese e le nostre comprensioni vedendo il vero Bene o smarrirsi in una decadenza senza ritorno.